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Felice Cimatti

Collana: Temi
Anno edizione: 2000
Pagine: 282 p.
  • EAN: 9788833912295

recensioni di Visalberghi, E. L'Indice del 2000, n. 07


Questo libro riprende la teoria esposta negli anni trenta dallo psicologo sovietico Lev Vygotskij in Pensiero e Linguaggio, secondo la quale la mente umana è una "mente linguistica", e la interpreta alla luce degli allora recenti studi di psicologia comparata ed etologia. Secondo Vygotskij, la mente umana si differenzia da quelle degli altri animali nel particolare uso che gli esseri umani fanno appunto del linguaggio. Infatti, pur non essendo l'unica specie a possedere un linguaggio, l'uomo è l'unica specie ad adoperarlo non solo per comunicare con i propri simili, come gli altri animali, ma anche e soprattutto per comunicare con se stesso e, quindi, per pensare. Grazie a questa capacità, l'uomo è in grado di formulare pensieri e di svincolare la formazione di concetti e ricordi da una sfera esclusivamente percettiva basata su associazioni tipica degli animali non umani. Il linguaggio consente alla mente umana di "pensare l'invisibile trattandolo (...) come se fosse visibile". Pertanto, la differenza fondamentale è che gli animali non umani sono guidati esclusivamente dalla percezione, gli animali umani da percezione e linguaggio. Ed è proprio il fatto di "pensare con il linguaggio" che rende l'animale umano più creativo e fantasioso degli altri animali, più abile nella risoluzione dei problemi, e che soprattutto gli conferisce l'autocoscienza, una caratteristica esclusiva della specie umana, requisito essenziale per essere liberi.
Dopo una breve introduzione, il volume si articola in tre parti. Nella prima l'autore analizza le capacità percettive e cognitive della mente degli animali non umani, capaci di adoperare il linguaggio per comunicare ma non per pensare. La seconda parte illustra le differenti capacità percettive e cognitive della mente degli animali umani rispetto a quella degli animali non umani. Viene infine preso in esame il rapporto fra linguaggio, autocoscienza e libertà nell'uomo.
La trattazione è piacevole e la tesi sostenuta minuziosamente argomentata e motivata. Cimatti ha il merito di effettuare un'analisi puntuale, oggettiva e scevra da pregiudizi e da interpretazioni azzardate di un argomento così attuale, ma anche così spinoso e controverso, come le differenze fra la mente dell'uomo e quelle delle altre specie animali. Immediatamente emerge la sua volontà di adottare interpretazioni dei fenomeni il più parsimoniose possibile, senza necessariamente ricorrere a quella "teoria della mente" di cui, specialmente negli ultimi anni, nell'interpretazione del comportamento dei primati tanto si è parlato e troppo si è abusato. Inoltre, nonostante la stringente logicità delle argomentazioni, e nonostante la forza degli esempi riportati a supporto della tesi sostenuta lasci poco spazio a eventuali critiche, l'autore è costantemente attento a non mostrarsi categorico nelle sue affermazioni e, almeno nelle modalità di esposizione, lascia sempre una porta aperta al dubbio. La cautela delle sue interpretazioni raggiunge livelli particolarmente encomiabili quando affronta temi, come l'autocoscienza o la moralità, sui quali è appena iniziato un dibattito molto acceso fra psicologi comparati, giuristi e filosofi della morale.
In particolare, viene criticata l'interpretazione che lo psicologo comparatista americano Gordon Gallup offre dei risultati di una serie di esperimenti condotti negli anni sessanta, in cui mirava a indagare la capacità di autoriconoscimento in varie specie di primati. Si tratta dell'ormai classico "test dello specchio", in cui - dopo un periodo di familiarizzazione con lo specchio - un individuo veniva leggermente anestetizzato e macchiato di rosso in una parte del corpo non visibile se non grazie a uno specchio. Delle tante specie di mammiferi studiate (scimmie antropomorfe, scimmie non antropomorfe, elefanti, cani e così via) solo gli scimpanzé e altre antropomorfe hanno superato il "test dello specchio". Gallup ha interpretato questi risultati come indicativi della capacità di autoriconoscimento in queste specie, e ha ipotizzato che tale capacità permetta la consapevolezza dei propri stati mentali e di quelli altrui. L'opinione di Cimatti differisce da quella di Gallup ed è in accordo con un'ipotesi alternativa sostenuta, fra gli altri, anche dal suo allievo Daniel Povinelli. Questi, pur ammettendo che gli animali che superano il "test dello specchio" possiedano un concetto di sé, ha un'opinione diversa sulla natura e sulle implicazioni di tale concetto. Povinelli fornisce un'interpretazione più parsimoniosa di questi risultati, e sostiene come il superamento del "test dello specchio" dimostri un concetto di sé di tipo fisico/motorio e non necessariamente psicologico - come sostenuto da Gallup. Gli scimpanzé non si autoriconoscono, ma imparano a notare un'equivalenza fra il proprio comportamento e quello che vedono allo specchio. Se potessero parlare, probabilmente non direbbero "sono io", ma piuttosto "è come me", sono cioè capaci di "autoriconoscimento percettivo".
Cimatti anticipa inoltre le critiche di molti scienziati (ad esempio il "Journal of Consciousness Studies", 2000, n. 1/2) alla concezione di moralità esposta dal primatologo Frans de Waal nel libro del 1996 Good natured (tradotto in italiano con il titolo Naturalmente buoni, Garzanti, 1997). De Waal sostiene che fra gli scimpanzé siano presenti comportamenti che, secondo la nostra ottica, è possibile definire "morali". Ad esempio, Cimatti discute le osservazioni di de Waal relative a una serie di comportamenti positivi di una femmina di scimpanzé nei confronti di un'altra, sua "amica", che aveva da poco partorito. Ma interpretare come "morali" episodi di questo tipo presenta un vizio sostanziale, in quanto non è affatto detto che l'ottica umana e quella dello scimpanzé coincidano, e darlo per scontato può essere un grave errore. Inoltre, al contrario di quanto traspare dagli episodi discussi da de Waal e da quanto lui sostiene, secondo Cimatti "una caratteristica saliente della nostra moralità (...) sta nel fatto che un'azione morale non si deve applicare solo a coloro a cui siamo legati emotivamente, al contrario, un'azione sarà tanto più moralmente adeguata quanto più si applica indifferentemente all'amico come al nemico". Inoltre, la moralità di un'azione non dipende dagli effetti che produce, ma piuttosto dai meccanismi attraverso i quali quell'azione è stata pianificata. In una conferenza tenuta all'Accademia dei Lincei nel maggio 2000 e intitolata Evolution and foundation of ethics il biologo evoluzionista Francisco Ayala ha sostenuto che la capacità che sta alla base della moralità è l'autoconsapevolezza, che permette di comprendere gli stati mentali altrui e di prevedere le conseguenze delle nostre azioni. In questa prospettiva, anche la moralità risulta una prerogativa esclusivamente umana.