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Luciano Gallino

Editore: Einaudi
Collana: Vele
Anno edizione: 2003
Pagine: 106 p.

54 ° nella classifica Bestseller di IBS Libri - Economia e diritto - Industria e studi industriali

  • EAN: 9788806166281

In modo secco e scarno, Luciano Gallino fa una serrata requisitoria contro la perdita di quel patrimonio industriale che ancora quarant'anni fa aveva il suo baricentro nel "triangolo" Torino-Milano-Genova. Il suo libretto rifugge dalla polemica diretta limitandosi a ricostruire fatti e misfatti della nostra recente storia industriale. Con competenze di prim'ordine e ricchezza di riferimenti, Gallino documenta in modo impressionante una vicenda fatta di occasioni perdute e di opportunità mancate, dove le defaillance hanno contato più delle sviste.

Nel primo capitolo racconta lo svuotamento progressivo dell'industria informatica, che con l'Olivetti aveva toccato soglie d'avanguardia mondiale, segnate dai potenti mainframes Elea, poi dal primo computer da tavola, e infine dai primissimi portatili. Nel secondo capitolo dà conto della rinuncia all'industria aeronautica, le cui tradizioni risalivano all'Italia prefa-scista e la cui pietra tombale è stata posta con la mancata partecipazione al consorzio europeo Airbus. Nel terzo tratteggia lo "sgretolamento" dell'industria chimica, dominata non dalla competizione industriale bensì dalle lotte di potere fra grande capitale pubblico e privato (Eni e Montedison) che hanno portato a debiti, cessioni e chiusure in tutto il settore.

Nel quarto capitolo Gallino prende di mira gli effetti rovinosi che all'industria delle telecomunicazioni sono venuti da risibili scelte paupe-riste, come quella fortemente voluta dal Partito repubblicano contro la tv a colori. Nel quinto analizza gli effetti perversi generati da politiche del settore pubblico (soprattutto Finmeccanica) assurdamente incapaci di mettere in valore tutto il potenziale innovativo del-l'Italia nel campo della metalmeccanica high tech. Nel sesto rilegge infine la grave crisi odierna dell'in-du-stria automobilistica, criticando senza moralismi gli indirizzi incoerenti seguiti sia dal management che dalla proprietà: del resto, a differenza di che quel che sostiene la Fiom-Cgil, la colpa della Fiat non è di avere abbandonato l'auto, bensì di avere trascurato l'auto pur non avendo deciso di abbandonarla. (Si veda l'apposito fascicolo di "Industria e cultura", 2002, n. 2).

Con questo approccio ben ancorato al parametro delle tecnologie e con una scelta di casi invero emblematica, il sociologo industriale mette dunque insieme un inconfutabile atto di accusa per governanti, politici, imprenditori e manager. Gallino non sceglie la comoda strada di dire il peccato ma non il peccatore. Quanto al peccato, nel capitolo finale afferma a tutte lettere che "l'errore del-l'Italia è stato di non compiere per decenni alcuna scelta" circa i settori critici della produzione manifatturiera. E, soprattutto, ricorda alle imprese italiane che la competitività e lo sviluppo si ottengono impiegando "energia e risorse appropriate a produrre più tecnologia, anziché limitarsi ad acquistare la maggior parte di quella che utilizzano".

Ma questo saggio è qualcosa in più di un j'accuse, per cui è difficile leggerlo senza qualche nostalgia. Esso è infatti un memento per imprese e stabilimenti che hanno dato nerbo all'Italia come paese industriale anche al di là del triangolo Torino-Mila-no-Genova. Talvolta queste strutture costituivano delle realtà incredibili, come la metallurgia disseminata sulla costiera ligure, ma avevano fatto da incubatrici tecnologiche e da presidi sociali. Ingeneroso è dunque il funerale della memoria celebrato con fastidio e ripudio verso il mondo fumoso e prosaico della grande fabbrica: penso al "risanamento" turistico-balneare dei siti, cui inneggiavano in agosto alcuni reportage del "Corriere della sera", o al titolo Scurdammoce Bagnoli con il quale Giuseppe Pontiggia descrisse anni fa su "Repubblica" la fine di quell'impianto potente e terribile. (Meno male che, con La dismissione, Erman-no Rea ha saputo rievocare storia e vocazione di quel contrastato insediamento industriale).

Del resto, l'ottica postindustriale diventa talvolta un'ottica anti-in-du-striale, come quando propone alla Calabria il modello della Florida per sca-valcare l'industria e passare subito al terziario. Quest'ottica esibisce una modernità d'ac-catto sia quando misconosce l'industrializzazione della Terza Italia, che nell'ultimo quarto di secolo ha cambiato il volto del paese, sia quando compendia il nostro sistema produttivo nella moda trascurando tutto il restante made in Italy. Ma può fare danni anche un'ottica iper-industriale, come quella che conduce alla distinzione tecno-aristocra-tica fra settori "maturi" e no, con la quale taluni riescono a disdegnare sia l'au-to sia il mobilio. (Errore da cui è esente un industrialista come Piero Fassino. Che peraltro, nel recentissimo libro Per passione, ricorda di aver definito la moda il "petrolio dell'Italia": qualcosa del genere aveva in testa Bettino Craxi quando si fece alfiere di un nuovo modello industriale).

Nella sua critica alla carenze di politica industriale in Italia, Gallino osserva giustamente che una politica industriale ci può essere anche quando non sia stata formalizzata attraverso strumenti di programmazione o disposizioni di legge, tipo quella varata nel 1977 e risultata ottima soltanto sulla carta. In effetti, dopo la ricostruzione postbellica ci sono state due ondate di industrializzazione, consistenti nell'intervento straordinario avviato nel Sud con gli anni cinquanta per iniziativa pubblica e nel decentramento produttivo avviato nel Nord con gli anni settanta per iniziativa privata. Accanto al modello metropolitano, tipico del triangolo industriale, sono stati sperimentati due distinti modelli, uno polarizzato al Sud e uno diffusivo al Centro-Nord, che si sono contrapposti mentre il triangolo declinava.

A partire dall'istituzione della Cassa per il Mezzogiorno, l'azione pubblica intraprese un colossale sforzo di industrializzazione muovendo dal presupposto che lo stato dovesse porre rimedio in via diretta alla carenza di capitale di rischio e di iniziativa imprenditoriale. L'inter-vento straordinario puntava a dotare il Sud di industrie localizzate in "poli di sviluppo" dove lavorare materie prime e fornire prodotti energetici. Il sistema delle partecipazioni statali venne mobilitato per edificare ex novo grossi insediamenti tecnologicamente avanzati (le "cattedrali"), quasi senza raccordi con le poche grandi imprese già esistenti nel Mezzogiorno. La concentrazione degli sforzi e degli investimenti avrebbe dovuto avvicinare la nostra struttura produttiva a quella francese, tedesca e inglese, la società meridionale si sarebbe rigenerata formando nuclei operai evoluti, e il superamento dello storico dualismo Nord-Sud sarebbe diventato una leva di riscatto economico-sociale.

Quel modello di industrializzazione pesante, che si è protratto fino alla promessa di un quinto centro siderurgico per Gioia Tauro, è stato ampiamente studiato e ha suscitato svariate critiche: il Mezzogiorno era visto come un'area omogenea di arretratezza, cui si rifilavano stabilimenti inquinanti tipo le "pattumiere" petrolchimiche, talvolta mai decollate come la Liquichimica); l'indi-rizzo di programmazione era dirigista e tecnocratico, tant'è che la "mano pubblica" calava sul territorio senza intermediari, e ciò non poteva stimolare le energie della comunità; il poco indotto locale non riusciva a promuovere imprenditorialità diffusa; si spendevano ingenti capitali per creare pochi posti di lavoro, quasi tutti maschili. Quello sviluppo ha finito col creare una path dependance che ha focalizzato sull'in-du-stria pubblica tutte le aspettative di impiego, favorendo l'assistenzialismo industriale da cui sono venuti i debiti accumulati dall'Efim per le aziende decotte. (Altrettanto costoso fu l'assistenzialismo agricolo culminato nel crack Federconsorzi).

Altre aree venivano industrializzate in seguito alla crisi del fordismo, delle grandi dimensioni e delle economie di scala. Con il "decentramento produttivo", le maggiori imprese del Nord cominciarono infatti a cedere spezzoni di produzione che finivano a imprese minori e sembravano perdersi. Era cominciata la lunga transizione al postfordismo. Il nostro paese fu tra i primi a esserne investito, con un'industrializzazione nuova che mobilitava energie ma suscitava diffidenze. Lontano dalle "cittadelle operaie" e dal triangolo industriale, l'iniziativa privata modificava profondamente la dislocazione e la dimensione delle imprese e la geografia del lavoro. Col tempo le novità sono andate ben al di là del Nord-Est, dov'erano sorte, investendo per forza endogena le regioni adriatiche e arrivando fino al Sud, tant'è vero che la mappa del made in Italy e della Terza Italia non coincidono con le politiche pub-bliche di incentivazione e di promozione delle aree depresse.

Anche quest'altra Italia industriale, che nessuno sembra avere voluto, è stata ampiamente studiata - basti pensare ai lavori di Arnaldo Bagnasco, Carlo Trigilia e Gianfranco Viesti - ma è ancora sotto scrutinio. Non è agevole, e forse non è neppure giusto, affermare che essa ha sostituito l'Italia industriale scomparsa, se non altro perché un paese moderno ha bisogno sia di grandi che di piccole imprese. Quel che si deve senz'altro affermare è proprio quanto dice Gallino in tema di tecnologie e di ricerca-sviluppo.

Recensioni dei clienti

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    Andrea

    29/11/2011 08.20.56

    Il libro di Gallino, ormai scritto quasi dieci anni fa, ha dimostrato e confermato tutte le sue diagnosi. L'Italia è un deserto industriale, colonia ri e sottodimensionata. La Fiat ha ricominciato a fare auto ma...da un'altra parte (bisogna vedere se e a chi le venderà). Per il resto solo capannoni vuoti e anche le mitiche PMI hanno dimostrato tutta la loro incapacità di adattamento. Mi sorprendono alcuni giudizi di "statalismo" a Gallino. Forse sarebbe il caso di ricordare che nessun paese si è industrializzato e mai lo farà senza il supporto dello stato che fornisce leggi, infrastrutture, commesse e condizioni favorevoli. Lo stato più "liberista" del mondo, gli USA, sono anche, è anche, in questo senso, il più statalista. Ma il problema oggi è un altro, cioè quello che Gallino qui paventava in maniera lucidissima si è avverato: il castello di numeri fittizi della finanza è crollato miseramente e coinvolgerà in maniera devastante proprio noi comuni mortali, senza stock option e stipendi da manager che abbiamo creduto all'art. 1 della costituzione. Come cantavano i REM ( e Ligabue): a che ora è la fine del mondo?

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    enrico

    21/11/2006 00.17.53

    Anche se non condivido alcuni passaggi (analizzando settori diversi, offre per l'uno la ricetta che aveva scartato per l'altro: e poi è facile giudicare col senno del poi...), tuttavia non penso che sia un inno allo statalismo e una condanna del liberismo. Gallino dice in pratica che a) i nostri imprenditori sono in gran parte incapaci (a parte pochi di loro: vedi i Benetton, Berlusconi, Del Vecchio etc., vi sfido a trovare grandi industriali bravi) e che b) la politica ha peggiorato le cose (cassa del mezzogiorno, gestione-distruzione del patrimonio industriale pubblico etc.). Tutto sta a vedere che cosa si intende per politica industriale. Da escludere l'interventismo alla francese. Penso che la strada possa essere quella della leva fiscale differenziata per i settori strategici e di rottura tra interessi di partito e interessi economico-finanziari (vedi i DS che favoriscono Colaninno, uno dei liquidatori della Olivetti)...

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    michele

    30/07/2005 18.48.33

    Ma quali critiche al liberismo, Gallino critica la mancanza di una politica industriale italiana e non solo quella... dice che 1)Spesso non sono state fatte le necessarie fusioni di imprese e non si è avuta una azienda italiana leader che potesse competere sui mercati mondiali. 2) Non c'è stata voglia degli industriali italiani nell'investire in settori nuovi che non danno immediati ritorni economici. 3) La politica non ha mai stimolato la ricerca. 4) Critica la mentalità tutta italica che è meglio primeggiare in Italia, stare nella oasi di privilegi che si conquistano piuttosto che cercare di competere a livello internazionale. La politica non ha saputo rimediare ai problemi delle imprese italiane, non è forse vero? Non abbiamo svenduto all'estero pezzi pregiati della nostra industria? Non siamo rimasti tecnologicamente indietro, lavorando tra l'altro in settori ormai maturi, mentre siamo assenti in quelli nuovi? Partendo da questo dato di fatto, Gallino cerca gli errori più grandi commessi nel dopoguerra dalla politica quando si è interessata di industria. E lo fa benissimo.

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    Franco Messini

    25/07/2005 10.15.52

    Non si può che essere d'accordo con le critiche fatte da gc. Gallino vorrebbe ancora una volta propinarci la fallimentare ricetta delle politiche industriali e del controllo statale dell'economia. A Gallino evidentemente non importa che in passato siano tutte fallite e siano servite solo a drenare enormi risorse pubbliche e a creare una casta di manager di stato inefficienti e corrotti. Il libro si legge anche piacevolmente, ma le sue tesi di fondo sono davvero desolanti

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    gigi mancini

    02/02/2005 13.33.41

    Parla di eventi realmente accaduti e fa paragoni con fatti reali citando cifre e nomi, quindi anche se non possiede specifiche conoscenze di economia, come gli viene rimproverato, viene comunque da chiedersi, ad esempio, perchè l'Italia non abbia una ditta nazionale che possa competere sul mercato dei telefonini o computer o hi-fi(oggetti di LARGHISSIMO uso su scala planetaria). Quindi in effetti fa porre degli interrogativi, al di là delle conoscenze di economia. Ritengo però che sbagli quando entra nei particolari citando nomi di componenti dei computer o caratteristiche tecniche dei treni: poteva usare quegli spazi meglio

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    Maria

    03/12/2004 15.11.32

    Ottimo testo. In modo semplice si spiega a che punto si trova il nostro paese e come ha fatto ad arrivarci. Mi auguro che lo leggano in molti.

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    Fabio Ruini

    21/11/2004 23.24.04

    Raramente mi sono trovato così in disaccordo con le tesi illustrate in un libro, come quando ho letto questo lavoro di Gallino. L'autore critica le "ideologie" dei liberisti, contrapponendovi le proprie, a suo avviso esatte ed inconfutabili. La cosa che mi pare assurda è il metodo con cui viene compiuta questa analisi storico-economica (termine pesante quest'ultimo, non vi sono passaggi dai quali emergano eventuali conoscenze economiche possedute da Gallino): sintesi di alcuni grandi fallimenti di imprese italiane -> imputazione del fallimento alle politiche liberiste -> con politiche industriali da parte dei governi le cose sarebbero andate diversamente. A mio avviso, uno schema concettuale di questo tipo può andare bene finchè si tratta di chiacchiere da bar. Non quando si parla di economia. Ultimo appunto: il libro si perde spesso in argomentazioni troppo dettagliate e Gallino cade così in strafalcioni di vario genere. Uno su tutti, l'Olivetti M-24 che, stando al libro, avrebbe montato un microprocessore 80286. Processore che in realtà Intel introdusse sul mercato diversi anni più tardi...

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    gc

    19/07/2004 19.21.38

    Altro esempio della cultura economica dominante: lo Stato è il deus ex machina, capace di rimediare alla miopia e all’inadeguatezza degli imprenditori. Basta solo una classe dirigente lungimirante e un bel GOSPLAN (che abbiamo messo in pratica dalla nascita dell’IRI fino alle “partecipazioni statali”). Per G. infatti, la causa della deindustrializzazione italiana è stata una “politica industriale” sbagliata. Se l’emerito prof avesse letto qualcosa di serio al riguardo (tipo Hayek o Becker), avrebbe capito che la “politica industriale” è impossibile: nessuno sa quali siano i settori vincenti in futuro. essa diventa solo la politica dei sussidi statali (leggi dei contribuenti) alle industrie inefficienti, che restano tali proprio perché non tagliano il cordone ombelicale che le lega alla politica. Guardiamo la FIAT: abituata a ripararsi sotto l’ombrello dello Stato (la “cassa integrazione”, le quote alle auto giapponesi, etc) non è stata costretta a correggere i suoi difetti, che a lungo andare si sono incancreniti. Il tutto grazie a un sistema che consente agli Agnelli di controllare il 30% della FIAT investendoci solo il 3%! Ma queste cose G. non le dice, forse perché fra torinesi c’è una sorta di (chiamiamolo) fair play. In sostanza, rispolverare la terapia del colbertismo in salsa Mediobanca, proprio quello che ha dissanguato gli italiani e ha fatto a pezzi i “campioni nazionali” mi sembra di una ingenuità agghiacciante. La migliore politica, quella che ai nostri imprenditori non è mai piaciuta, è proprio quella della concorrenza. Quella della pianificazione (che sia fatta dall’IRI, dal MITI o dall’ENA poco importa) è sistematicamente destinata a fallire: distrugge quello che intende preservare, ritarda l’innovazione e spreca fiumi di denaro. Sicuramente altri imprenditori-parassiti, citando i saggi consigli del prof. G., chiederanno al governo di essere sostenuti, dato che il loro settore è “strategico”. No, grazie. Abbiamo già dato.Piuttosto, chiedete finanziamenti al prof. G., ne sarà entusiasta.

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    Antonio Celano

    15/10/2003 16.41.37

    Molti i pregi di questo minibook: il linguaggio semplice e scorrevole; il taglio panoramico nella ricostruzione di vicende che tutti hanno potuto seguire in maniera frammentata negli anni; la chiara formulazione di alcune linee interpretative di fondo. La più importante tra queste è la constatazione che la classe dirigente italiana non solo non abbia recentemente sviluppato nessuna strategia di politica industriale a medio e lungo termine, ma si sia ingegnata, a partire dal secondo dopoguerra e in base a precise considerazioni tattiche ed ideologiche, in una pervicace opera di deindustrializzazione del paese. Ma il breve saggio offre ben altro perché lascia il lettore a considerazioni e a possibilità di approfondimento sulla cosiddetta era post-industriale, sulla confusione concettuale che spesso si è fatta tra origini e obiettivi della grande azienda e della PMI e sulle implicazioni del presunto declino della grande manifattura rispetto allo sviluppo dei servizi (terzariarizzazione, terzizzazione). L’agile libro di Gallino getta luce, inoltre, su due temi fondamentali di tutta la storia industriale italiana: quello del rapporto tra manodopera e dirigenza aziendale e quello della compenetrazione strutturale tra stato e capitale. È storicamente noto come, tra i fattori che hanno favorito il take-off dell’industria italiana, si ritrovi, salvo alcune eccezioni, l’uso intensivo della manodopera in luogo dell’investimento in macchinari e tecnologia. Più recentemente questi ultimi due termini potrebbero essere sostituiti con ricerca, innovazione e formazione, senza modificare sostanzialmente il quadro già delineato. Di conseguenza, è giocoforza considerare che l’insistenza con cui oggi ci si richiama al concetto di flessibilità sembri, ormai, più un paravento ideologico atto a coprire i nuovi rapporti economici e gerarchici all’interno delle aziende che uno strumento efficace per il loro rilancio produttivo (in parole povere: un’adattabilità richiesta ai lavoratori a fronte della rigidità delle esigenze di chi offr

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    Mario Caputi

    23/09/2003 13.11.00

    Ottimo per ricerca di analisi e dati e per le lucide conclusioni. Triste per quel che racconta, ma questo è un altro tema sul quale il professor Gallino può poco o nulla. Da leggere, far leggere, commentare e prendere come spunto per proporre soluzioni realistiche.

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