Scompartimento per lettori e taciturni. Articoli, ritratti, interviste

Grazia Cherchi

Curatore: R. Rossi
Editore: Feltrinelli
Edizione: 2
Anno edizione: 1997
Formato: Tascabile
Pagine: XVI-288 p.
  • EAN: 9788807814310
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Recensioni dei clienti

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    Biordo

    25/10/2007 21:05:10

    GRAZIE, GRAZIA.

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    Giudi

    11/06/2006 13:00:58

    Un libro prezioso

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recensione di Riotta, G., L'Indice 1998, n. 4

Non è facile recensire il libro, postumo, della propria migliore amica. Non è facile perché avanzano i dubbi: mi farà velo il calore, la nostalgia, il ricordo? Sarò indulgente, raccomanderò ai lettori e alle lettrici un libro così così, solo per affetto?
Incertezza ancor più radicata se l'amica in questione è Grazia Cherchi. La critica, editor e scrittrice mancata nel 1995, ugualmente severa con amici e avversari, spietata nel giudicare aggettivi e avverbi, ruffianerie e viltà, ignoranze e arroganze. Grazia era la coscienza delle lettere italiane, "Zarina" l'aveva battezzata Geno Pampaloni. Con gli amici era durissima. Quando accettava di fare da editor, la sua severità era tale che, davanti a una pagina senza i micidiali segni di lapis, Stefano Benni scherzò: "Ti eri addormentata?". Quando usavo vocaboli obsoleti come "giovanotto" o "paletot", rideva: "Solo tu e la Cederna amate parole del genere ormai".
Fu Benni a dedicarle la poesia "Grazia ha telefonato: / 'Finalmente mi hai mandato / un vero romanzo / asciutto e stringato' / Grazia, da mesi di dirtelo tento, / era la lettera d'accompagnamento". Benni disegna la gioia che era lavorare con Grazia, tagliare, riflettere, lucidare, smontare, ragionare sul testo, senza tartufismi, senza ideologie, senza patemi. Alla fine della giornata restava in terra un rotolo di carta straccia e lo si buttava via scherzando, "Brutti tempi per i filologi". A cena, al ristorante la Fenice di Venezia, Grazia discettava col proprietario sul gusto di certi rosolii e lui, colpito, le regalava un paio di orecchini.
Nella vulgata dei giornali, Grazia Cherchi era rimasta invece la fondatrice, con Piergiorgio Bellocchio e Goffredo Fofi, della rivista "Quaderni piacentini", all'alba della nuova sinistra. In particolare la madrina della rubrica di libri, "Da leggere da non leggere". Insomma una critica militante di sinistra, dura e spigolosa: immagine che Grazia, sigaretta all'angolo della bocca, impermeabile con la cintura stretta, capelli neri sugli occhi, non faceva nulla per smentire.
Chi leggerà il primo volume dei suoi scritti critici, "Scompartimento per lettori e taciturni", edito da Feltrinelli, a cura di Roberto Rossi, con introduzione di Bellocchio e prefazione dell'amico prediletto Giovanni Giudici, scoprirà una donna diversa, gentile, arguta, coltissima, che leggeva un libro al giorno, senza steccati di lingua, cultura, fede politica.
Giudici, che pronunciò l'orazione funebre per Grazia, in un desolato piazzale milanese, in un giorno qualunque d'estate, ricorda l'amica con etica brechtiana: "Come dopo una sconfitta (...) anche all'indomani della morte di Grazia Cherchi sentii che il miglior modo in cui i suoi amici potessero onorarla sarebbe stato il comportarsi come se Lei ci fosse ancora". Notate la "L" maiuscola. Giudici e Cherchi, amici da sempre, si davano del lei.
La vulgata parla di una critica faziosa, ma la persona che esce dal lavoro di Rossi è più simile alla vera Grazia della caricatura in corso nelle cronache letterarie. Grazia di sinistra, ma seguace del "gentiluomo" Geno Pampaloni. Grazia che annota: "Da Feltrinelli è riapparso "Breve lettera di un* "lungo addio" di Peter Handke, che con questo romanzo lasciò, buon per lui e per noi, lo sperimentalismo avanguardiero". Grazia lettrice di Fruttero & Lucentini e convinta che Alberto Arbasino fosse "uno dei pochi gentiluomini che abbiano ancora le patrie lettere".
Perché insistere su valori come l'educazione, la gentilezza, il galateo, la cortesia, l'"old fashioned", da parte di una scrittrice "estremista"? Perché detestare la "stroncatura"? Perché Cherchi era persuasa che il discorso della cultura, soprattutto il discorso della narrativa, fosse dialogo tra uguali, autore e pubblico, con il testo a fare da mediatore. La forzatura del dialogo, la prevaricazione, l'arroganza volgare, è quindi la vera dissonanza. Grazia la pensava come Milan Kundera: il cattivo gusto è violenza.
"Scompartimento per lettori e taciturni" è ricolmo di citazioni, divertimenti, aneddoti. Mi viene da chiamare Grazia al telefono (andava a dormire tardissimo e il fuso orario Milano-New York coincideva con le nostre abitudini): "Ti rendi conto di quanti giornalisti pelandroni ruberanno, a man salva, le tue citazioni?".
"E poi la chiamano industria culturale. Dove sia in tutto questo l'industria e dove sia la cultura, io non lo capisco proprio"; "Nonostante i suoi giochi, le sue esibizioni di fatuità, Arbasino è scrittore di molta serietà"; "Non avere un pensiero e saperlo esprimere, è questo che fa di uno un giornalista" (Kraus). Diderot che raccomanda un poveraccio, bisognoso di 25 luigi, permettendogli di pubblicare una stroncatura delle proprie opere. Grazia che spia un uomo in metrò, "un maschio adulto... non con la 'Gazzetta dello sport'... ma con un libro, e lo sta leggendo!...Tra l'altro aveva due bellissimi occhi grigi". Grazia lettrice della "Voce" di Montanelli e appassionata "pidiessina", che si definisce "grilla (o grulla?) parlante". Grazia che si nomina poliziotta delle buone maniere a Milano, e redarguisce giovanotti malmostosi, aiutando un'arzilla vecchietta. "Ma lo sa che in soli cinque minuti ha detto ventidue volte 'cazzo'?. 'Ma lei che cazzo vuole?', mi ha sbraitato. 'E siamo a ventitré'".
Il libro vi appassionerà e divertirà, ma io l'ho chiuso con rimorso. È evidente, e lo proveranno gli altri volumi di scritti della Cherchi in preparazione, che Grazia è stata una delle più serie critiche del dopoguerra italiano. Più colta, intelligente e attenta ai cambiamenti di tanti più celebri di lei. La sua generosità, regalare agli altri tempo, citazioni, editing, lavoro di redazione, meriti, ci ha impedito di vederlo quando era in vita e dargliene atto come meritava.
Neppure gli amici più cari seppero che stava morendo. "Non disturbiamo gli scrittori, devono lavorare", disse morendo a Vincenzo Cottinelli. Era già agonizzante e mi dava appuntamento per lavorare insieme: ignaro, le inflissi al telefono la lettura del capitolo scritto per il romanzo a quattro mani con Eco, Pontiggia e Tabucchi.
Critica della destra, Grazia Cherchi si rivela in queste pagine corrosiva anche per la sinistra, le sue lungaggini e ipocrisie. Ogni riga cela una domanda: perché sia Franco Fortini che Cesare Cases dichiarano, tra i rimpianti, di non avere imparato l'inglese? Tic linguistico o non piuttosto rammarico di sentirsi tagliati fuori dalla più tumultuosa civiltà del presente?
La chiave del libro sta in una straordinaria risposta di Cesare Garboli, a proposito di Flaiano: "Flaiano è in anticipo sull'oggi soprattutto nel negativo, nella diagnosi di uno stato di putrefazione. Ma la cosa difficile è essere in anticipo nel positivo, in ciò che di buono non si vede ancora". Garboli dice bene: è comodo attaccarsi al buono del passato. Difficile è scommettere sul futuro, intravederne le potenzialità e speranze. I profeti da talk show abbondano. I veri saggi scrutano il futuro, incuranti dei ricchi premi e cotillon.
A questa specie apparteneva l'amica perduta. Bene ha fatto Feltrinelli a cominciare il lavoro di raccolta dell'opera militante (ma nelle future edizioni si dovranno eliminare i refusi, due volte "Gutemberg", "bersagio", "Roberto Ronchey", "Renzo Ciafanelli", l'indice dei nomi impreciso: l'autrice detestava gli errori). "Cherchi col Kappa?" chiede una centralinista. "No, come Cossiga senza K" si diverte Grazia. Ciao carissima giovanotta: vado a leggermi quel po' po' di libri che consigli nel tuo "Scompartimento per lettori e taciturni". Lettrice lo eri, eccome. Taciturna, grazie al cielo, no. E se fa freddo dalle tue parti, non scordare il paletot.