La scoperta dell'alba - Walter Veltroni - copertina
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Descrizione

Giovanni Astengo, poco più di quarant'anni, lavora all'Archivio di Stato, dove cataloga le vite quotidiane eppure straordinarie racchiuse nei diari di persone come tante. Ha una moglie in carriera e due figli amatissimi: Lorenzo, ventenne entusiasta e generoso, e la dolce Stella, una bambina down. E c'è una ferita non rimarginata nel suo passato: una domenica mattina, quando lui aveva tredici anni, suo padre è scomparso per sempre, senza un perché. In un'alba d'agosto, un'alba "semplice, banale, senza guizzi né significati", Giovanni prova l'impulso di tornare nel casale di campagna della sua famiglia, il luogo della felicità perduta, abbandonato da decenni. Dentro c'è un telefono di bachelite. Quel vecchio oggetto dimenticato diventa lo strumento grazie al quale Giovanni riesce ad aprire un varco nella barriera del tempo per fare luce sul mistero che ha segnato la sua esistenza. Il primo romanzo di Walter Veltroni racconta la forza e lo strazio dei sentimenti; è un'imprevedibile indagine, un viaggio nella trama dei nostri giorni, intrecciata con le notizie che filtrano dai giornali e dalla televisione, e una dolorosa immersione nella storia insanguinata degli anni di piombo; è un'appassionata dichiarazione d'amore e di fede nel potere unico della letteratura e dell'invenzione fantastica: il potere di svelare il senso nascosto delle cose, e di regalarci un'impossibile consolazione.
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Dettagli

2006
150 p., Rilegato
9788817013093

Valutazioni e recensioni

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camiciaceleste
Recensioni: 5/5

Libro malinconico, poetico, riflessivo, con un'attenzione ai particolari e ai sentimenti umani. Chapeau!

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piero
Recensioni: 4/5

Veltroni è bravo e il libro è bello. Mi a deluso un pò il finale, mi ha dato l' impresione che volesse concluderlo velocemente.

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Tinama
Recensioni: 4/5

Piacevole, delicato, toccante, drammatico, a tratti poetico. Mai banale. Tanti gli spunti per riflettere su se stessi e sul nostro tempo. “E’ la paura che domina la nostra vita. Paura degli attentati, paura delle malattie, paura della natura. Paure ovunque. Anche piccole. Paura che avendo messo tutta la vita nella memoria di un computer un virus…ce la consumi lasciandoci vuoti, nudi, senza tracce. E una sensazione di oppressione e di controllo. Qualcuno può sapere che spese abbiamo fatto, le malattie che abbiamo, può leggere le nostre e-mail, può sapere dove siamo grazie al cellulare. Siamo tutti registrati alla locanda della paura.” Un romanzo breve ma intenso, una favola moderna che affonda le sue radici nella realtà. La ricerca della verità, anche quando apparirà nella sua cruda drammaticità, è un invito a ‘vivere’ la vita per coglierne il senso. ”Ora so. Ora il mosaico può ricomporsi. coglierne il senso. ”Ora so. Ora il mosaico può ricomporsi. Ora tutto quello che mi volava dentro, frammentato e puntuto, raggiunge il fondo, come un diluvio di petali di fiori neri. Non mi importa ciò che so che mi fa orrore e miseria. Mi importa di sapere, mi importa di aver visto la luce.” Il periodare è scandito da reiterazioni lessicali e da una frequente punteggiatura forte, a volte, fuori dagli schemi tradizionali che, rallentando il ritmo della lettura, invitano alla riflessione.

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Voce della critica

Albapapà
Lo stesso Veltroni che oggi – come sindaco di Roma – propone di schedare chiunque acquisti vernice spray, pochi anni fa aveva scoperto la propria vocazione di scrittore grazie a una scritta vista su un muro di Buenos Aires, "vernice colorata su una superficie senz'anima". Nel racconto finale di Senza Patricio (il suo esordio narrativo, Rizzoli, 2004; cfr. "L'Indice", 2004, n. 12), la scritta era attribuita a un quindicenne che non aveva mai conosciuto il padre e cercava di evocarlo tramite la forza di quelle quattro parole: "Patricio, te amo. Papà".
"L'ultima parola era la più difficile" pensa qui il protagonista Giovanni Astengo, quando il figlio lo chiama papà: "Io avevo smesso di pronunciarla quando avevo tredici anni. Mio padre un giorno se ne andò, chiuse la porta dietro di sé e sparì". È come se ritrovassimo quel figlio a sua volta divenuto padre; o meglio – sovrapposizione e sdoppiamento su cui si basa tutta la trama – padre e figlio al tempo stesso, e padre irrisolto in quanto ancora figlio impegnato a superare quel trauma.
Nel prendere la rincorsa verso il setting psicodrammatico dell'infanzia, il discorso comincia ab ovo, dalla sorgente stessa del tempo: "È un'alba semplice, quella di oggi". L'alba come incipit topico, inizio assoluto, alfa aprioristico in cui tutto trova origine; come in Cosa succederà alla ragazza, l'album più joyciano della coppia Battisti-Panella: "L'alba, la barba, la curva della gola, / rasoiate che sono orli di gonna. / La luce ha ancora sonno ma si dà / un tono da ostetrica che è urgente / Apre gli occhi sul mondo partoriente / ed è a disposizione". La scoperta dell'alba, diciamocelo, è un po' come quella dell'acqua calda: in letteratura l'alba la presero in duemila (almeno), affatati dalla stessa passione che affligge qui la paternalistica voce narrante. Una sindrome dell'alba (di volta in volta "semplice", "cupa", "livida", "speciale per un giorno speciale") che si potrebbe forse ricondurre a un archetipo remoto (rimosso?): il sorgente "sol dell'avvenire". Di qui l'atmosfera onirica dell'esergo, tratto da Doppio sogno di Schnitzler, quando ci saremmo aspettati – piuttosto – un passo di Gioco all'alba (a cui recentemente rende omaggio anche Veronesi nel suo Caos calmo,premio Strega 2006).
Wallypedia
Nondimeno, l'io narrante si sente un pioniere: "L'alba non ha una dignità. Né le enciclopedie né Google si occupano di lei". E sembra voler rimediare a questa lacuna intitolando all'alba una sua enciclopedia personale: voci didascaliche dal tono un po' aneddotico che – inframmezzate al racconto – presentano un'estensione varia, dalle cinque righe alle tre pagine. Un privatissimo pantheon costituito, tra gli altri, da (in ordine d'apparizione) Caccioppoli Renato, matematico napoletano; Erdös Paul, matematico ungherese; Tandung Yao, scienziato cinese; Calvino Italo, scrittore italiano; Queneau Raymond, scrittore francese; Rocha Glauber, regista brasiliano; Basile Giambattista, scrittore napoletano del Seicento; Chamberlain Wilte, cestista americano degli anni sessanta; Piano Man, protagonista qualche tempo fa di un caso di cronaca; Angkor, antica città della foresta cambogiana; Nigrisoli Bartolo, professore di chirurgia a Bologna negli anni del fascismo; Habraken N.J., architetto olandese; Nayakshin Sergej e Sunyaev Rashid, astrofisici rispettivamente dell'Università di Leicester e del Max Planck Institut di Garching.
Cosa c'entra l'uno con l'altro? E cosa ci fanno tutti insieme in questo racconto intimistico, ripiegato sui legami familiari? La risposta è molto semplice: sono il frutto di libere associazioni di idee ("mi venne in mente", "mi colpisce una notizia"); divagazioni utili per dare sostanza a un intreccio particolarmente esile. Per usare un'immagine cara a Baricco (il quale, dopo averla usata in Next, l'ha da poco ripresa in una delle puntate dei suoi Barbari), questi inserti rappresentano il condimento che dà sapore e personalità a un panino ripieno di una qualunque polpetta.
Altra storia è quella dei sottotesti tritati nella polpetta. Basti pensare a Morte di un matematico napoletano, il film di Martone evocato dalla prima entrata dell'enciclopedia, là dove sarebbe stato naturale il riferimento alla Scomparsa di Majorana resa alla letteratura da Sciascia o meglio al caso – raccontato da Rea nell'Ultima lezione (cfr. "L'Indice", 1993, n. 3) – di Federico Caffè. Un professore universitario che, esattamente come accade qui al padre del protagonista, scomparve nel nulla (1987) due anni dopo aver visto uccidere un suo collega (Ezio Tarantelli) dalle Brigate rosse. Ancora: la scena surreale dell'uomo che si telefona e si risponde ("Stavo parlando con me stesso") è da ultimo in Strade perdute di Lynch, ma l'idea di fondo è quella del ben più leggero Ritorno al futuro: tentare di cambiare il passato a partire dal presente ("Come posso evitare che lui si svegli e non trovi papà, domattina?"). E nel racconto s'intrecciano suggestioni che riportano il lettore a un film come Le chiavi di casa (a sua volta tratto da Nati due volte, capolavoro della maturità di Pontiggia) e conducono verso un finale che ricalca La seconda volta, interpretato nel 1995 da Nanni Moretti.
Tutto questo, a non tener conto della professione svolta dal personaggio principale – un archivista che legge e cataloga diari privati – su cui si staglia l'ombra lunga del Saramago di Tutti i nomi, già debitore di certo Borges.
Ciclostile
Però stavolta il realismo magico non c'entra. Passando dall'ambientazione argentina a quella italiana, Veltroni cambia tono e stile. Restano quei periodi scanditi che segnavano il libro precedente, la punteggiatura scavata fatta solo di punti fermi e virgole (pochissime le virgole). La scrittura, però, s'irrigidisce ulteriormente: rinuncia in gran parte a similitudini e metafore e si cristallizza in una ripetitività che procede per ampliamenti orizzontali. Ci si trova, così, di fronte a un'"impressionante (e sarà pur voluta) monotonia" ingenerata soprattutto dall'"identità esasperata dentro il dominio paratattico" (come Coletti scriveva di De Carlo). La sintassi è semplificata fino all'esasperazione di lunghe sequenze di brevi frasi elementari ("Lo accompagnai in ospedale. Abbracciò forte la mamma. Le disse parole di conforto. Poi portarono Stella. Lui la guardò in silenzio, confuso"). Un andamento che ricalca non tanto la prosa di De Carlo quanto l'odierna koinè giornalistica, in cui – per imprimere un ritmo più veloce al pezzo – si punta su periodi sempre più brevi. In base ai calcoli fatti da Ilaria Bonomi nel suo L'italiano giornalistico, oggi un periodo di un quotidiano è composto in media da 20-25 parole (negli anni cinquanta erano 30-35; negli anni ottanta circa 28); nel romanzo di Veltroni la media rimane al di sotto delle 10 parole.
Tra gli artifici usati per segmentare il periodo, spicca – nella scrittura giornalistica – esattamente
la progressiva espansione del punto fermo, che precede sia le proposizioni coordinate (aperte soprattutto da "e" e da "ma") sia le subordinate. Ebbene, nelle prime quarantacinque pagine della Scoperta dell'alba ben cinquanta periodi si aprono con il cosiddetto "E giornalistico" d'avvio; mentre, per quanto riguarda le subordinate, non sono rari brani come: "Gli piaceva che una grande storia fosse il prodotto di silenzio. Che ciascuno dei viandanti fosse arrivato (…) Che la parola di ciascuno (…) Che poi ciascuno (…) Che cioè (…) O che (…) Cioè che (…) E gli piaceva che (…)". Un esempio da cui emerge bene il debole di Veltroni per l'anafora, la più facile tra le figure retoriche, quella che permette di tenere insieme la pagina come la panna fa coi piatti meno riusciti. L'anafora a blocchi, reiterata a oltranza, diventa qui una cifra stilistica ossessiva – "Pensai a Lorenzo che aspettava a casa festoso. Pensai ai nonni, agli amici. Pensai agli anni di fronte a noi. Pensai che una gioia infinita poteva diventare un'ansia infinita. Pensai a Stella (…)" –, una sorta di riflesso condizionato in pagine che girano su se stesse, come imprigionate in un meccanico ciclostile.
  Le opere citate   Alessandro Baricco, Next, Feltrinelli, 2002. Ilaria Bonomi, L'italiano giornalistico, Cesati, 2002. Giuseppe Pontiggia, Nati due volte, Mondadori, 2000. Ermanno Rea, L'ultima lezione, Einaudi, 1992. José Saramago, Tutti i nomi, Einaudi, 1998. Leonardo Sciascia, La scomparsa di Majorana, Einaudi, 1975. Arthur Schnitzler, Doppio sogno e Gioco all'alba, Adelphi, 1977 e 1983. Sandro Veronesi, Caos calmo, Bompiani, 2005.   Lucio Battisti, Cosa succederà alla ragazza (testi di Pasquale Panella). Morte di un matematico napoletano, regia di Mario Martone. Strade perdute (Lost highway), regia di David Lynch. Ritorno al futuro (Back to the future), regia di Robert Zemeckis. Le chiavi di casa, regiadi Gianni Amelio. La seconda volta, regia di Mimmo Calopresti.   Giuseppe Antonelli

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La recensione di IBS

Vivere molte vite, migliaia di vite, storie piccole nella grande storia dell'umanità. È il senso che dà al proprio lavoro di archivista Giovanni Astengo, l'uomo che leggendo e catalogando i diari delle persone che lo circondano all'Archivio di Stato cerca conforto e risposte alla propria esistenza. Un uomo che vive con una moglie assente, un figlio ventenne solitario e un'altra figlia, Stella, che è una bambina down. Lorenzo, il figlio, è appassionato di basket e di Italo Calvino ed è protettivo con la sorella tanto che un'estate la porta in vacanza con sé negli Stati Uniti. E' un'estate caldissima, la moglie sta lontano, in una beauty farm, e a Giovanni sorge un bisogno irresistibile di tornare nella casa delle sue estati di quand'era bambino, quando sua madre era in vita e suo padre non era ancora scappato e scomparso chissà dove.
Così il protagonista torna in quella casa di campagna, rivede l'albero dove lo zio Giorgio gli misurava l'altezza segnandola sul legno, ritrova le stanze, i libri e gli odori in quegli spazi decadenti, malridotti ma maestosi nel loro silenzio. E lì c'è un vecchio telefono di bachelite nera con il quale Giovanni compone per gioco il numero della sua casa di trent'anni prima. Da questo punto il romanzo di Veltroni prende il volo. Inizia per il protagonista la scoperta dell'alba, delle proprie origini, delle risposte più lontane e rimosse nel tempo della famiglia scomparsa. Un'alba speciale che giunge in un giorno speciale a ritroso nel tempo, negli anni '70, quel 13 marzo del '77 quando suo padre era andato via. Riemergono così le storie della famiglia Astengo e, attraverso quelle, uno spaccato dell'Italia degli anni di piombo, del terrorismo, delle battaglie di piazza tra la polizia e gli autonomi, dei brigatisti.
Un romanzo lieve ma toccante, nel quale Walter Vetroni, dopo quelle di politico, giornalista e sindaco di Roma, svela le sue doti di narratore contemporaneo dalla scrittura leggera ma non banale, con uno stile che ricorda un po' Baricco e un po' Veronesi e una prosa che scorre veloce e amabile come una canzone di Luigi Tenco.

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Walter Veltroni

1955, Roma

Figlio di Vittorio, dirigente della Rai, morto quando Walter aveva un anno. Si diploma presso l'Istituto di studi cinematografici e televisivi e si iscrive giovanissimo al Pci, ne diventa, solo ventunenne, consigliere comunale a Roma, carica che manterrà fino al 1981. Nell'87 entra come deputato in Parlamento. Favorevole alla svolta della Bolognina, è stato direttore dell'Unità. Nel 1996 condivise la leadership dell'Univo con Prodi e, vinte le elezioni, venne nominato vicepresidente del Consiglio e Ministro per i beni culturali. Nel 2001 viene eletto sindaco di Roma, carica che gli verrà riconfermata nel 2006 con il 61,5 % dei voti favorevoli. Nel 2007 entra nel Comitato Nazionale del neonato Partito Democratico e dichiara di non...

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