Scritti. Società, testo, comunicazione

Roland Barthes

Editore: Einaudi
Anno edizione: 1998
  • EAN: 9788806146993

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recensione di Di Maio, M., L'Indice 1998, n.10

Presso l'editore Einaudi, che ha il grande merito di aver diffuso in Italia tutta l'opera (o pressappoco) di Roland Barthes (da "Il grado zero della scrittura "a "Incidenti"), viene ora pubblicata una scelta di grande interesse. Sotto il titolo "Scritti", vengono riuniti e tradotti vari contributi che non hanno finora trovato posto nei volumi già pubblicati in edizione italiana. Il curatore Gianfranco Marrone, un semiologo, come è giusto che sia in presenza di uno dei maggiori esponenti dello strutturalismo e della semiotica (nonostante le ritrattazioni e le variazioni di percorso), ha tratto i testi qui presentati dalle opere complete di Barthes stampate dal suo editore francese (Seuil) e raccolte da uno dei suoi migliori allievi, Eric Marty, studioso intelligente della scrittura intima nella forma diaristica.
Il sottotitolo di questi "Scritti", "Società, testo, comunicazione", orienta sui materiali in questione: saggi, voci d'enciclopedia, collaborazioni giornalistiche, recensioni teatrali, testi creativi, interviste, materiali in un certo senso disparati, ma tutti estremamente rivelatori di quella straordinaria varietà d'interessi, di quella libertà intellettuale che ha caratterizzato un'"avventura semiologica" tra le più singolari di un'epoca culturale - dagli anni cinquanta alla fine degli anni settanta (Barthes è morto nel 1980). Un'epoca caratterizzata da mode (forse troppe!), ma anche da indubbie scoperte "scientifiche" - la linguistica di Saussure, di Benveniste e di Jacobson, l'antropologia strutturale di Lévi-Strauss, la ricerca, insomma, di un "discorso del metodo", dei metodi, della teoria, in una parola. Ma segnata anche da fermenti di rivolta, da denegazioni e palinodie (si pensi alla barthesiana "Lezione" inaugurale della prestigiosa cattedra al Collège de France, del 1977). "Que reste-t-il de nos amours?", che ci rimane oggi di queste passioni (ormai lontane), si chiede uno dei migliori studiosi contemporanei, Antoine Compagnon, che a Barthes è stato molto vicino, nel suo ultimo libro "Le Démon de la théorie" (Seuil, 1998; cfr. p.49 di questo numero). Il "senso comune", osserva Compagnon, sembra averla avuta vinta sulla teoria, sulle diverse griglie metodologiche mediante le quali generazioni di "scienziati" del testo e della letteratura hanno voluto ingabbiare la spontanea tendenza del pubblico ad andare "dove ti porta il cuore" (rapporto vita-arte, culto della biografia, lettura impressionistica, identificazione lettore-autore, e via dicendo).
Ed è legittimo chiedersi se, a distanza di tanti anni da quell'età delle teorie e delle certezze, la riproposizione di queste pagine di Barthes, la cui disposizione antologica è peraltro frutto di una scelta del tutto individuale del curatore, non debba avere di necessità un sapore un po "démodé", di nostalgica recriminazione o di ostinata fede in un passato che è troppo prossimo per essere davvero passato, e quindi non può essere ancora sottoposto a riflessioni corrette e il più possibile oggettive. Certo, alcuni scritti, a rileggerli, comunicano questa sensazione di essere ormai storicamente inquadrati in una dimensione culturale che ci sembra superata. Hanno evidentemente perduto la primitiva forza d'impatto, di quando potevano apparire come provocazioni anche inaudite. È il caso di qualche testo che potremmo definire di carattere "sociologico" e in senso lato "politico" (come tanti altri testi barthesiani, in verità). Sono ad esempio quelli dedicati alla società di massa, degli anni sessanta (sull'"Alimentazione contemporanea", sull'"Automobile", o le risposte all'intervista di Pierre Daix, dove si parla del sessantotto). Se ne potrebbero citare altri, che sono egualmente di straordinario interesse, ma irrimediabilmente destinati - forse predestinati - a essere già materia di riflessione per studiosi di stadi anteriori di certi campi disciplinari o materia di compilazione per tesi di laurea. E lo stesso, per esempio, si potrebbe dire dell'articolo sul match Chanel-Courrèges (ma chi ricorda ancora Courrèges?), in "Marie Claire", 1967; oppure, in campo diverso dalla moda, del ritrattino del capitano Towsend (1955), lo sfortunato fidanzato della principessa Margaret d'Inghilterra, pallido antecedente della mitica Diana. Oppure ancora di certi interventi teorici sulla letteratura e sulla critica che rappresentano con forte intensità l'adesione al credo strutturalista.
Ma altri scritti ci sembrano avere una valenza diversa. Penso alle "Riflessioni sullo stile dello "Straniero"", uno dei testi del primissimo Barthes (del 1944), dove lo stile del romanzo di Camus è analizzato nella sua neutra trasparenza, su cui tante, troppe pagine sono state scritte senza raggiungere la geniale semplicità e l'assoluta aderenza alla fisicità, alla corporeità della scrittura camusiana che qui ci investe e ci coinvolge. Nell'opposizione (del tutto teorica) tra il "fondo" e la "forma", tra "l'impossibile abbraccio delle idee" (i "duri cristalli" del "Mito di Sisifo") e il "bagliore di superficie" delle parole, la scelta è inequivocabile: "Un bel testo è come un'acqua marina; il suo colore deriva dal riflesso del fondo sulla superficie (...) Lo stile dello "Straniero" ha proprio qualcosa di marino: è una specie di sostanza neutra, ma un po' vertiginosa a forza di monotonia, attraversata a volte da folgorazioni, ma soprattutto sottoposta alla presenza sottomarina di sabbie immobili che legano questo stile e gli danno colore".
Questo primato della "parola", che Barthes non teorizza, ma vive dal di dentro, incorporando alla sua quella dell'altro, e che vogliamo sottolineare proprio perché esso precede di molti anni le sue opere maggiori, è un dato indiscutibile e indiscusso da tutti coloro che di queste opere si sono occupati, e che vengono in parte ricordati nella bibliografia che chiude questo volume. Ma quello su cui è ancora utile insistere è il fatto che sarebbe davvero troppo semplice concludere su un Barthes "scrittore" e che come tale vada valutato.
In tal senso ha ben ragione Marrone, nella sua introduzione, a scrivere che il "primo luogo comune" consiste nel considerare la sua opera "come un faticoso cammino verso la Scrittura, una sorta di percorso accidentato grazie al quale il serioso lavoro del saggista si è progressivamente trasformato nell'euforica creatività dello scrittore". Barthes, in realtà, è sempre rimasto un saggista (anche se mai "serioso"), e anche uno studioso, nel senso pieno del termine, di grandissima qualità.
E sono ancora le poche, ma infinitamente preziose, pagine dedicate a Camus (che erano state pubblicate in "Existences", la rivista del Sanatorio degli studenti, quando il giovane Barthes curava la sua tubercolosi), dove la definizione di "stile assurdo" si fonda su grandi competenze retoriche (più debole, secondo me, la lettura della "Peste", che suscitò una replica del suo autore).
Sappiamo che, in generale, Barthes articola le sue letture su pochi concetti, su alcune marche significative del testo (che spesso costituiscono una distorsione o un rovesciamento delle letture tradizionali), come avviene nei migliori dei suoi "Saggi critici" o in "Su Racine". È l'abitudine (o l'"habitus") dello scienziato del linguaggio e dei segni, è anche una delle prove più alte, nella nostra contemporaneità, della persistenza, "malgré tout", dell'attitudine "dissertativa" così tipica della cultura francese, consequenziale, lucida, "finita". In fondo, la grande sfida di Barthes saggista non è stata forse quella di trovare un punto d'incontro tra questa attitudine e la tentazione di abbandonarsi ai poteri immensi del linguaggio, da lui sentiti, intuiti, come da pochi altri?
In molti di questi brevi scritti, necessariamente sintetici per la loro destinazione, questo incontro/scontro è più evidente che in contributi più lunghi o voci d'enciclopedia ragionate e ben costruite. La tendenza a una scrittura frammentaria (che non è mai interruzione del senso, nemmeno in opere come "Barthes di Roland Barthes" o "La camera chiara") è un aspetto essenziale di quel lavoro "linguistico" nel quale consiste prevalentemente l'esperienza di questa scrittura saggistica, che è un'esperienza tragica, come è stato scritto, per il tentativo di dominare il linguaggio, i linguaggi. Questa dimensione che acquista sempre più caratteri di ossessiva visibilità è per Barthes, che ha scritto che la sua "malattia" è "vedere il linguaggio", ciò che caratterizza la nostra modernità o postmodernità. In un brevissimo articolo apparso in "Le Monde" nel 1978, egli si chiede perché rileggendo, sfogliando Voltaire e Rousseau, trova Voltaire "meno disperato" e Rousseau "più felice di noi". Forse - conclude - perché non sapevano e non lo sapeva nessuno a quel tempo che ""il linguaggio esiste", che dobbiamo sopportarlo, approfondirlo, goderne come del nostro stesso corpo, la condizione contraddittoria della nostra alienazione e della nostra liberazione, della nostra pesantezza e della nostra leggerezza".