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Gerhard von Rad

Editore: Jaca Book
Anno edizione: 1984
Pagine: 256 p.
  • EAN: 9788816350748

recensione di Chiesa, B., L'Indice 1985, n. 8

G. von Rad (1901-1971) è stato con Martin Noth, il discepolo più famoso di Hermann Gunkel, il primo studioso che abbia applicato al testo biblico il metodo della cosiddetta "Formgeschichte", nel tentativo di far uscire da una sicura impasse l'ipotesi con cui J. Wellhausen aveva cercato di spiegare la genesi letteraria dei primi cinque libri dell'Antico Testamento (il Pentateuco), ovvero l'ipotesi "documentaria", di vaga ispirazione hegeliana, secondo cui il Pentateuco è nato dalla fusione di quattro fonti, diverse per età ed ideologia, riunite in un insieme narrativo ad opera dell'ultima fonte, verso la metà del Vl sec. a.C. .Anzi che proseguire sulla via della frantumazione del testo biblico in unità sempre più piccole, H. Gunkel si soffermò sullo studio dei generi letterari ricorrenti sia nelle sezioni in prosa sia in quelle poetiche, ponendo nel dovuto rilievo la fase di trasmissione orale, che è all'origine di ogni tradizione.
Applicando lo stesso metodo, G. von Rad propose, in un famoso saggio del 1938, di individuare nel genere della "confessione di fede" (o "credo" ) lo schema su cui si modellò la collezione dei materiali più antichi confluiti nel Pentateuco e nel libro di Giosuè, ossia nell'Esateuco. Questa ipotesi, che costituì per molti anni il maggior titolo di credito di von Rad, è stata ormai abbandonata da anni (all'incirca dal 1966). II nome dello studioso tedesco non è, comunque, caduto nell'oblio, grazie soprattutto all'impatto che ebbe sul mondo scientifico, in specie tedesco la sua "Teologia dell'Antico Testamento" (I, 1957; II, 1960), in cui si riproponeva con forza una lettura tipologica dell'Antico Testamento: "Cristo ci è dato soltanto nel doppio coro di quelli che lo aspettavano [Antico Testamento] e di quelli che se ne ricordano [Nuovo Testamento]" (p. 212 del volume qui segnalato). Com'era logico attendersi, la Teologia è stata fonte più di polemiche che di consensi; in ogni caso, essa, ribaltando le posizioni di Harnack e dello stesso Bultmann, ha avuto il merito di portare all'approfondimento del rapporto tra Antico e Nuovo Testamento e di suscitare vivaci dibattiti sull'ermeneutica biblica.
Accanto a queste opere, che hanno segnato una tappa nella storia degli studi veterotestamentari, von Rad scrisse svariati saggi, in gran parte ripubblicati in due volumi di "Gesammelte Schriften zum Alten Testament" (München 1958 e 1973) ed ora accessibili anche in questa edizione italiana di "Scritti sul Vecchio Testamento". Per la verità, il volumetto, che si presenta (p. 2) come traduzione dei due volumi dell'edizione tedesca, non contiene se non otto dei ventinove saggi di cui si compongono gli originali. A parte la rilevanza numerica di questi tagli - di cui l'anonimo curatore dell'edizione italiana avrebbe dovuto dare chiara notizia al lettore - desta una certa perplessità l'esclusione del contributo più significativo di tutta la raccolta, "Das formgeschichtliche Problem des Hexateuch (1, 9-86), ossia del saggio del 1938, a cui von Rad deve gran parte della sua celebrità.
Oltre a non dare alcuna motivazione della cernita fatta, l'editore italiano non ha nemmeno ritenuto opportuno spendere una sola riga per inquadrare storicamente la figura e l'opera dell'autore; egli si limita ad avvertire, nella quarta di copertina, che "un autore come von Rad non ha bisogno di presentazione: la sua fama è dovuta sia alla rigorosità delle sue ricerche, sia anche alla capacità di dedurre autentico alimento spirituale dalla sua lettura dell'Antico Testamento". Dato e non concesso che l'ultima affermazione sia corretta, resta il rammarico di vedere l'opera di uno studioso coscienzioso e serio ridotta ad oggetto di "lettura spirituale", quando, con minimo sforzo, si sarebbe potuto offrire al lettore un'informazione di base per collocare quello che resta degli Studi di von Rad nel loro contesto culturale. È con un senso di disagio che si vedono riproposte come attuali, al riparo appunto della "notorietà" dell'autore, interpretazioni storiche così obsolete qual è quella di p. 63, sull'impero di David, "uno stato di grande potenza di espansione, consolidato politicamente, ecc.": questa è parafrasi del testo biblico, non storia (e con gli strumenti critici propri dello storico si deve delineare un quadro ben diverso, come ha dimostrato recentemente G. Garbini, negli "Annali della Scuola Normale Sup. di Pisa", s. III, 13, 1983, 1-20).
Ma anche volendo ridurre a lettura edificante scritti il cui principale limite è il loro essere datati, crediamo che resti tassativo l'obbligo di offrire un prodotto almeno letterariamente buono. Ebbene, anche sotto questo punto di vista, l'edizione italiana degli "Scritti" ci sembra un'ottima occasione mancata. A conferma basteranno i pochi esempi che proponiamo: p. 28 (= 1, 148) "epigrafi di fasti" per "Prunkinschriften"; p. 29 (= 1, 150): ... possiamo citare i presupposti che hanno reso capace questo popolo di una tale prestazione" ( die dieses Volk zu solcher Leistung befähigt haben"); ib.: "In primo luogo sarebbe da nominare quello che sopra abbiamo definito "senso storico", cioè quella capacità peculiarmente tagliata per vivere coscientemente la storia!" ( "... jenes eigentümlich ausgeprägte Vermögen, Geschichte bewusst zu erleben", ossia: quella capacità particolarmente spiccata di fare esperienza cosciente della storia"); ib.: C'incontriamo con un indirizzo quasi esclusivo dello spirito per il rapporto storico di tutto l'essere..." ( "Wir sehen eine fast ausschliessliche Ausrichtung des Geistes, auf die Geschichtsbezogenheit alles Seins", ossia: "Riconosciamo una mentalità attenta quasi esclusivamente all'aspetto storico di ogni essere"); per l'ultimo esempio che intendiamo riportare non sarà neppur necessario porre a confronto l'originale tedesco: (p. 30) Già nei fatti e nelle circostanze prodigiose in cui si era trovato l'antico Israele, era stato per esso un bisogno irrecusabile indagare di volta in volta sulla sua origine e sulla sua struttura" .