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Edoardo Albinati

Editore: Rizzoli
Collana: Scala italiani
Anno edizione: 2016
Pagine: 1294 p. , Rilegato
  • EAN: 9788817086837
Usato su Libraccio.it € 11,88


Vincitore del LXX Premio Strega. Presentato da Raffaele La Capria e Sandro Veronesi.

Un imponente lavoro che premia l’ambizione e il coraggio di Albinati, senza ombra di dubbio autore di un libro epocale, del quale sicuramente il pubblico e la comunità editoriale italiana parleranno a lungo.


Nascere maschi è una malattia incurabile


Esistono episodi capaci di forgiare l’immagine di una generazione attraverso una potenza simbolica disarmante in termini di capacità di sintesi storica. Il delitto del Circeo è uno tra questi, poiché ha rappresentato la personificazione degli squilibri della gioventù romana di metà anni Settanta. La Roma piccolo-borghese di quegli anni fu infatti un humus in grado di produrre malavitosi, assassini e terroristi di ogni colore, a dispetto dell’apparente facciata rassicurante e perbenista dei quartieri in cui tali terribili circostanze si manifestarono in tutta la loro inattesa violenza.

La Scuola Cattolica è un’indagine sulla psiche di una generazione, un testo privo di intenti auto-assolutori, eppure in grado di fornire al lettore un’immagine nitida delle ipocrisie contro cui quella gioventù dovette lottare. Un conformismo piccolo-borghese che inevitabilmente quei giovani finirono per assimilare, in bilico tra un’obsoleta educazione religiosa e la liberazione dei costumi, una contraddizione capace di generare mostruosità.


1975, Quartiere Trieste, istituto San Leone Magno. Tre semplici coordinate spazio-temporali su cui si regge questo coraggioso romanzo di Albinati, un unicum all’interno del panorama letterario italiano contemporaneo, non solo per l’immensa durata – quasi 1300 pagine – ma anche per la forma. Il testo infatti si presenta come un torrenziale flusso di coscienza auto-biografico su cui si innestano, oltre al racconto delle vicende intime dell’autore, delle riflessioni socio-culturali sulle ragioni che condussero dei giovani di buona famiglia a trasformarsi in violenti omicidi.

La Scuola Cattolica non è solo il titolo del libro ma anche il massimo comune denominatore che unisce Albinati con gli autori del delitto, tutti studenti dell’istituto San Leone Magno, una scuola privata gestita dai frati maristi. Un luogo in cui la piccola borghesia romana mandava i pargoli per accertare una presunta scalata sociale e per proteggere la prole dai pericoli del mondo. Qui i giovani furono imprigionati in un ambiente segregato dal mondo femminile, un incubatore di inquietudini sessuali che ha acuito le normali angosce adolescenziali legate all’identità maschile in divenire.


Il romanzo è popolato dagli insegnanti e dai compagni di scuola dell’autore, personaggi mitologici, le cui descrizioni sono date al lettore attraverso una mirabile capacità di ricostruire il linguaggio, gli atteggiamenti e l’immaginario collettivo di una generazione. Gli stati d’animo dei personaggi vengono riproposti con un’onestà sanguigna, a dimostrazione che, nonostante siano passati quattro decenni, quelle paure siano ancora fresche, indelebilmente marcate nell’animo, e necessitino di questo romanzo-fiume per essere indagate ed esorcizzate.

Il testo appartiene parzialmente al genere letterario delle confessioni, di cui vengono autoironicamente evocati dall’autore ingombranti paragoni con S. Agostino e Rousseau. La natura del romanzo - sospesa tra uno sviluppo diaristico e il libero flusso di coscienza - conferisce alla trama un andamento narrativo per nulla lineare, sostenuto tuttavia da una prosa chiara e ammiccante che procede vivacemente a sprazzi, attraverso esplosioni di ritmo che trovano forma in affascinanti digressioni psicologiche capaci di sostituire la trama stessa.

Risulta infatti difficile trovare un appiglio narrativo - per esempio cronologico - che riesca a legare tutti gli episodi descritti. Il delitto del Circeo stesso viene per la prima volta evocato solo a metà del libro, come se non fosse la ragione stessa del romanzo, ma un accidente che interrompe bruscamente i pensieri dell’autore per poi ricomporli e veicolarli verso un fine.


L’obiettivo infatti non è la cronistoria di un delitto ma la ricostruzione di un sentire comune che legava i giovani romani in quegli anni, un imponente lavoro che premia l’ambizione e il coraggio di Albinati, senza ombra di dubbio autore di un libro epocale, del quale sicuramente il pubblico e la comunità editoriale italiana parleranno a lungo.

Recensione di Matteo Rucco


Ci sono romanzi che gravitano attorno a un buco nero: un nucleo che esercita un’irresistibile forza centripeta riconducendo a sé le linee dell’intreccio, e al tempo stesso un sasso gettato nella realtà, dal quale si originano cerchi concentrici sempre più ampi. Anche La scuola cattolica appartiene a questa categoria. Il suo buco nero è la villa del Circeo dove il 29 settembre 1975 Angelo Izzo, Andrea Ghira e Gianni Guido sequestrarono e seviziarono per un giorno e una notte Rosaria Lopez e Donatella Colasanti (...).

La cronaca del massacro compare per la prima volta a pagina 473, e viene dopo, nell’ordine: la presentazione di una classe di preadolescenti maschi del San Leone Magno, che alle soglie della pubertà sognano ossessivamente il corpo delle donne ma sono soggetti a una feroce educazione alla virilità che è innanzitutto educazione all’omosocialità; improvvisi affondi analitici nella psicologia dello stupro; lunghe analisi del declino della famiglia borghese nella topografia benestante del quartiere Trieste di Roma (...). Sarà chiaro a questo punto che La scuola cattolica nasce dall’ambizione di radiografare un periodo storico preciso in un luogo preciso a partire dagli indici che il delitto del Circeo vi proietta come ombre e che sono per Albinati le chiavi di accesso alla sua generazione, o meglio, ai maschi della sua generazione: il sesso e la violenza, nel momento in cui il sesso cominciava a corteggiare la violenza e la violenza a inglobare il linguaggio del sesso, facendo esplodere in forme eclatanti l’eterno conflitto tra i generi.

L’ambizione di questo assunto ne farebbe in potenza un perfetto esempio di romanzo-saggio, come infatti è stato definito. Si tratta invece di un romanzo che non crede abbastanza in se stesso da diventare un saggio e di un saggio che non ce la fa a trasformarsi in romanzo perché non dimentica mai di essere un saggio. È come se Albinati svolgesse il suo teorema tre volte: la prima nella forma del Bildungsroman, la seconda in quella della riflessione psico-sociologica, la terza in quella della narrazione memoriale – tre forme discorsive, forse non a caso, che escludono la dialogicità: la prima e la terza perché sono il discorso di uno solo, la seconda perché è il discorso di tutti, quindi in definitiva di nessuno. Tra una voce narrante saccente e incerta, ma onnipresente (...) e la voce impersonale del senso comune, che spaccia per sentenze le proprie ovvietà, a smarrirsi è proprio l’arte del romanzo, quell’arte per cui, secondo Milan Kundera, mentre lo scrittore tiene alle proprie idee e alla propria voce, il romanziere non dà grande importanza né alle une né all’altra, ma insegue una verità che ancora non conosce.

Recensione di Beatrice Manetti

Recensioni dei clienti

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    Massimo F.

    14/02/2017 14.50.46

    Una lettura non per tutti, che offre tanto ma chiede di più: pazienza, attenzione, concentrazione, sopportazione…Più che un romanzo condito da riflessioni, è un saggio con un racconto dentro. Un racconto struggente e vivissimo della vita giovanile negli anni ’70 con tutte le sue contraddizioni, le speranze, le illusioni. Emozioni ed interesse a non finire (soprattutto per quanti – come me - in quegli anni e a quell’età hanno vissuto le medesime esperienze proprio negli stessi ambienti) e qua e là un po’ di noia. Un’opera monumentale, tanto ricca di temi e contenuti che ovviamente non poteva essere priva di dfifetti: troppo lunga, talvolta dispersiva, un po’ disordinata, prolissa in alcuni passaggi. Comunque per un lettore attento, curioso e molto determinato, un’esperienza che lascia il segno e che vale sicuramente la pena affrontare.

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    Francesco

    15/01/2017 12.01.41

    Citando Blaise Pascal ("MI scuso per la lunghezza della mia lettera, ma non ho avuto il tempo di scriverne più breve"), oso dire che si tratta di un libro inutilmente voluminoso, un po' pretestuosamente mascherato da "grande romanzo italiano" per giustificare la probabile fretta editoriale con cui si è saltata la scrematura, scegliendo di lasciare più o meno così com'era il blocco nudo e crudo di ottimo materiale narrativo accumulato per decenni. Secondo il mio umile giudizio di lettore, Albinati dà il meglio di sé come narratore, mentre diventa noioso e inconcludente quando cade nel vortice della saggistica psicanalitica e della filosofia spicciola. Il problema è che le parti narrative, peraltro carenti in coesione, non rappresentano più di un terzo dell'interminabile volume, di cui ho completato la lettura in un paio di mesi. Ho quindi acquistato due patenti, assegnate nel corso di alcune interviste dallo stesso Albinati a chi 1- legge il suon libro fino alla fine e 2- a chi lo legge fino alla fine e neanche gli piace: rispettivamente quella di 1- "lettore estremo" e 2- quella - testuale - di "lettore coglione".

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    maurizio crispi

    30/12/2016 05.20.09

    Il mio commento è solo provvisorio, poiché la mia lettura è tutt'ora in corso, anche se ancora non ho sono arrivato nemmeno ad un quarto dell'intera "distanza" da percorrere. Sicuramente si tratta di una lettura impegnativa: la prosa, a metà tra reminiscenza e riflessione, è costruita in modo eccellente. Dando un'occhiata su IBS ho verificato che vi sono numerosi commenti e questi soprattutto negativi, con la comparsa di parole come "noia", "prolissità" etc. affiancando altri libri, come uso fare di solito, mi sono reso conto che dovevo concentrarmi unicamente sul testo di Albinati: e, in effetti, le cose procedono meglio. Ancora sono lontano dal "cuore" del testo, cioè il "Delitto del Circeo" (DdC) e sto ancora navigando tra le premesse necessarie. Cosa posso dire? Che mi pare che egli, prendendo a pretesto il DdC abbia voluto creare una "summa" sulla Scuola italiana (cattolica, quella in cui si è formato lui: ma tutti in sostanza in quegli anni siamo stati sotto l'influenza di quel particolarissimo tipo di ipocrisia): offrendo ai lettori (alcuni in condizione di condividere quel bagaglio di esperienze) un sapere enciclopedico di quel contesto e di quegli anni. In fondo, se mi si contente di fare questo paragone, siamo di fronte a qualcosa di analogo a ciò che fu "Moby Dick", romanzo, ma anche meditazione filosofica ed enciclopedia della marineria e della Caccia alle balene, di cui Melville da giovane aveva avuto diretta esperienza. E, in questo senso, l'opera di Albinati si può considerare un documento prezioso e illuminante, tenendo presente che non può essere letto come un romanzo, ma anche e soprattutto come un oggetto di strudio.

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    Luciana

    11/11/2016 15.05.37

    Ho trovato il libro inutilmente lungo. Dò merito all'autore di avere una facilità di scrittura notevole ed è questo il motivo per cui sono riuscita ad arrivare alla fine del libro, ma francamente alcuni capitoli potevano,a mio parere, essere evitati. La storia di fondo è interessante e ci offre uno spaccato dell'Italia degli anni 70 e del perbenismo di facciata della cosiddetta borghesia cattolica con la sua ipocrisia che tende a salvare le apparenze e se ne frega delle persone. Il libro racconta uno degli episodi più controversi dell'Italia degli anni settanta, il delitto del Circeo, ed esamina il contesto sociale in cui esso matura, contesto ben conosciuto dall'autore poiché a commettere il delitto furono ragazzi della sua generazione che come lui frequentavano un istituto privato gestito da preti.

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    armando

    08/11/2016 21.30.59

    Un libro di circa 1300 non è facile da affrontare. Non nascondo che in certi momenti ho pensato proprio di non farcela, di non riuscire a tenere desta l'attenzione per seguire il filo narrativo del libro. Va riconosciuto all'A. una grande capacità di scrittura, molto evocativa e puntuale nel descrivere l'ambiente, lo stato d'animo, il disagio che regnavano nell'Italia di qualche anno fa (anni '70). Chi ha una certa età sa di cosa parlo. Credo di avere imparato tantissimo, di avere messo a fuoco ciò che prima mi appariva sfuggente e sfocato. Forse il libro è semplicemnte troppo lungo, alcune parti potevano a mio avviso occupare meno pagine. Se deciderete di leggere questo libro seguite mio consiglio: munitevi di altri due o tre libriccini da laggere ad intervalli di 3-400 pagine di questo libro. Alla fine, però, sarete ripagati dalla lettura.

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    iva

    07/10/2016 10.41.51

    Noioso, spesso inconcludente, inutilmente prolisso....sono alle prime 300 pagine e ancora non ho capito questo esercizio di scrittura dove voglia andare a parare, so solo che devo sforzarmi per proseguire....ci sono passaggi dove lo scrittore si perde nelle sue elucubrazioni. Spero, ma non credo, che proseguendo la narrazione prenda senso....

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    Al2016

    24/09/2016 16.46.44

    Un "libro" che si dimostra solo uno scempio ecologico: 1300 pagine buttate via, e chissà quanti alberi abbattuti inutilmente per scrivere questo mattone illeggibile. L'autore vorrebbe - inseguendo le mode del momento e i soliti luoghi comuni del "politicamente corretto" - spiegare i meccanismi psicologici della violenza maschile, ma dimentica innanzi tutto che la violenza non è appannaggio solo degli uomini, ma anche delle donne, quindi è il solito patetico libro ruffiano di un "femminista" conformista che sfrutta un filone del momento. Inoltre, in quelle noiosissime 1300 pagine, più che della violenza maschile, si parla in modo confuso, prolisso, inconcludente, di un'infinità di argomenti che compongono la stucchevole visione del mondo e filosofia di vita dell'autore, con uno stile pesantemente didascalico e per nulla romanzesco. Insomma, il libro di un maestrino saccente e noioso che riesce solo ad essere irritante. E non a caso un "libro" come questo poteva solo essere premiato in un concorso letterario italiano, notoriamente "imparziale" e fondato su criteri di grande "competenza".

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    Roberta

    13/09/2016 15.31.03

    Una noia mortale. Albinati pieno di virtuosismi inutili e saccente, oltre che volgare a sproposito. La dimostrazione di come i premi vengano dati con logiche e criteri che lascio sottintendere. Devo assolutamente abbassare la media per non costringere i lettori a perdere tempo con questo mattone.

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    BrunoB

    02/09/2016 11.29.29

    un libro, un impegno, leggerlo mantenendo lucidità non è da tutti, sono quasi 1300 pagine, no di un romanzo avvincente però, ma di un vero e proprio Saggio si potrebbe dire. L'autore però è bravissimo a descrivere con intelligenza i vari argomenti di ordine sociale che incontra lungo il suo cammino, per arrivare alla fine allo scopo reale del libro stesso, ti porta con mano insomma. Secondo il mio parere, erano anni che uno Strega non fosse cosi ampiamente meritato

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    giorgio g

    31/08/2016 09.24.29

    Per quanto lunghe siano le vostre vacanze, ecco un libro che le riempirà tutte, un libro che, nelle sue quasi 1300 pagine, contiene il materiale per almeno altri quattro, come ad esempio il racconto della gita al lago della famiglia di Ezechiele Rummo. Qualche altro argomento che il libro tratta tra i moltissimi: il confronto tra scuola privata e scuola pubblica ("una scuola è un'enorme cassa di risonanza per rumori molesti" e "è una singolare caratteristica del cattolicesimo italiano quello di portare avanti una millenaria tradizione di difesa degli ultimi mentre si allea nei fatti con gli interessi mondani dei primi", i rapporti dei ragazzi con l'altro sesso, il comportamento degli omosessuali, il rapporto (erotico) tra uomo e donna, l'amicizia con Arbus il nerd occhialuto e perfino il confronto tra i professori di ginnastica e quelli di religione. E ancora i rapporti dell'uomo con la religione, lo stupro, le fantasie sessuali con le madri degli amici del protagonista, il sadismo e il masochismo ("comandare è eccitante, ma mai quanto obbedire"), l'istituto familiare, la borghesia e la sua crisi, la mistica fascista, il Principe di Machiavelli, i continui riferimenti al Quartiere Trionfale di Roma, l'amicizia con Max il fascista, il delitto del Circeo ("evento principale intorno a cui ruota questo libro"). E questo fino a circa metà del libro, al punto in cui mi sono stancato di leggerlo (di questo pericolo si è reso conto l'autore che ha inserito una frase rivelatrice in epigrafe al Capitolo XIV: "Mi ascoltate ancora? Sì? O siete stanchi?"). Ebbene, mi ero stancato! Sarà un'allergia al Premio Strega: negli anni scorsi ho interrotto la lettura sia de "La ferocia" di Nicolò Lagioia sia di "Resistere non serve a niente" di Walter Siti! Mi assale un dubbio: ma i giurati del Premio Strega l'avranno letto proprio tutto? Se si, hanno avuto un gran coraggio (pari al mio nel leggerlo). E mi dispiace per le recensioni entusiastiche che non mi sento di condividere.

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    Ing. Giovanni Nencioni

    26/08/2016 17.26.29

    Il quartiere (borghese) Trieste a Roma, che conosco a menadito (dove è nata e cresciuta mia moglie)da anni, teatro di infinite storie e fatti di cronaca alle volte orribili come quello su cui è imperniata l'opera di Albinati, un volume di 1300 pagine, di cui non possibile saltarne nemmeno una, neppure quando lo stesso autore, per alcune parti, lo suggerisce.

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    lilliana virdis

    23/08/2016 18.22.50

    non ho ancora finito di leggerlo ma molte delle analisi contenute nel libro mi hanno fatto tornare alla mente, nonostante la sua lettura risalga a circa 40 anni fa, al libro bellissimo di Wilhelm Reich "psicologia di massa del fascismo" che suggerisco di leggere a quanti non lo conoscano e a maggior ragione, a coloro che hanno apprezzato "La scuola cattolica", per la sua attualità. Bravo Albinati

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    sergio

    12/07/2016 09.47.36

    Credo sia inutile polemizzare, come ha fatto un altro lettore, sulla scuola cattolica. Non è questo il senso del romanzo, uno spaccato meravigliosamente preciso di un periodo storico e dei suoi protagonisti. Quella era la scuola, quelli erano gli allievi, quella era la mentalità che strisciava dentro e fuori quelle mura e quel quartiere. La Roma di quegli anni non era poi così diversa dalla attuale. E non si tratta solo di degenerazione del pensiero, ma di falso protagonismo, illusoria superiorità, assenza di empatia. Tutto cambia per restare come prima. Premio Strega giusto, secondo me.

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    Corrado De Paoli

    08/07/2016 12.12.58

    Il DdC è solo il pretesto per raccontare la vita, la vita di quella generazione post sessantottina. Un grande romanzo scritto per gli uomini, ma indirizzato alle donne. Attuale e sconvolgente alla luce dei femminicidi accaduti ultimamente. Mai banale e sempre appassionanante. Un libro che non si dimentica, che andrebbe letto più volte. Albinati è l' Ippolito Nevo del XX secolo . Il premio Strega se lo meriterebbe assolutamente !

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    federica

    06/07/2016 13.36.02

    Ho terminato questo libro ieri sera e, confesso, ho provato un certo sollievo quando sono arrivata all'ultima pagina. Certamente l'autore ha una notevole "ricchezza" linguistica e sono convinta che il libro vincerà lo Strega fra pochi giorni, ma questo non toglie che 1300 pagine di riflessioni siano comunque un po' pesanti da assimilare; si, perché il libro dedica al delitto del Circeo un centinaio di pagine circa, mentre nelle altre 1200 l'autore cerca di ricostruire ad ampio raggio il contesto in cui il delitto è maturato; quindi, Albinati non si limita a descrivere gli anni trascorsi nella scuola cattolica frequentata anche dagli assassini del Circeo, ma si lascia andare centinaia di pagine di riflessioni su Dio, sulla famiglia, sullo stupro, sull'omosessualità, sulla pornografia (ecc.) che alla lunga rendono la lettura un po' pesante.

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    Liliana

    16/06/2016 15.20.54

    La scuola cattolica è un'autentica rivelazione per chi, come me, non conosceva questo scrittore. Uno dei pochi libri che, malgrado la mole, si leggono d'un fiato e si attende il momento di potercisi dedicare nella giornata e, una volta terminato, si riprende da capo per poterne rimediare molti capitoli. Non mancano note di leggerezza che strappano risate nella prima parte. La seconda è indubbiamente più impegnativa. Grandissima capacità di padroneggiare l'italiano, cosa ormai rara. Fino dalle prime 500 pagine questo era per me il premio Strega.

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    Mario

    30/05/2016 13.56.20

    La Scuola Cattolica è una lettura impegnativa. Richiede concentrazione e costanza, ma ripaga il lettore proiettandolo di fronte ad un universo di spunti di riflessioni sconfinato. Si tratta di uno di quei libri capace di arricchire chi lo legge, di fargli cambiare il proprio punto di vista sulle cose o, quantomeno, di suggerirgli valide alternative. È un romanzo o non è un romanzo? A mio avviso è un moderno Zibaldone, libero dagli schemi e proprio per questo inadatto ad essere classificato con un preciso genere letterario. Chiaro è che il punto di partenza è di tipo narrativo, ma poi le pagine scorrono su divagazioni (mai superflue) che toccano i temi più vari, ma che comunque ruotano tutte intorno al grande interrogativo che proietta la sua ombra sull'indole dell'essere umano. Destrutturando e ricostruendo ciò che siamo indotti a credere per abitudine o semplicemente perché non ci siamo mai posti domande (se una cosa è così, è così e basta), Edoardo Albinati mette in discussione tutto e lo fa senza la superbia o la saccenza del filosofo/sociologo della modernità, ma trasportato dalla curiosità e dall'impertinenza di una mente intelligente e libera. Ho acquistato per me e regalato altre copie di questo libro, perché ritengo che sia un'opera importante, destinata a lasciare un segno profondo nella Storia della Letteratura italiana.

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    ormos

    24/05/2016 13.49.40

    Chi si fosse aspettato di leggere un romanzo sarà forse rimasto deluso. Altrettanto dicasi per chi avesse pensato ad un saggio. La scuola cattolica è entrambe le cose e al tempo stesso nessuna delle due: è un libro che, prendendo le mosse dalle vicende che hanno portato al delitto del Circeo (1975), parla - in ordine sparso - di storia, filosofia, letteratura, urbanistica e architettura, politica, sociologia, educazione civica, scuola, pedagogia, criminologia, sessuologia, religione, musica, cronaca e cultura. E' un manuale di istruzioni su genitori e figli, un trattato sul libero pensiero, un'indagine ma anche una riflessione, e ovviamente è anche un romanzo. È un libro di fenomenologia del tutto (si direbbe: della vita), circoscritto agli anni settanta, al quartiere Trieste di Roma, alla "scuola cattolica" SLM. La scrittura è a tratti nostalgica, ma nel complesso senza eccessivi sentimentalismi, e sempre emerge il realismo di chi ha vissuto quel quartiere, e quella scuola, in quel periodo. Libro prolisso, senz'altro, ma paradossalmente essenziale, lucido nella disamina di fatti-luoghi-personaggi, senza affettazioni né mezzi termini. È il libro che mancava nel panorama della letteratura italiana, come qualcuno ha scritto? Non saprei, ma la sua lettura richiede pazienza e attenzione. Allora non c'è via di mezzo: o si ama e lo si termina o si odia e lo si abbandona.

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    Elena

    02/05/2016 22.44.12

    Albinati racconta l'Italia da vicino, senza retorica né mezzi termini. Puntando a descrivere e spiegare il Delitto dal Circeo, compiuto nel '77 da quelli che erano stati suoi compagni di scuola, lo scrittore disegna un quadro generale della società italiana degli ultimi cinquant'anni. Affronta argomenti di ogni tipo quali l'adolescenza, la sessualità, lo stupro, la televisione, la politica, l'estremismo...Ogni singolo personaggio viene ben caratterizzato e ha un suo spessore all'interno della storia, anche quelli apparentemente secondari. La lettura scorre veloce, non si sente il peso della lunghezza; questa era anzi necessaria per ricostruire al meglio il microcosmo del Quartiere Trieste, zona di Roma dove è ambientato il romanzo. La lingua è schietta e priva di inutili fronzoli. Insomma, "La scuola cattolica" è un romanzo da leggere e rileggere, fondamentalmente perché parla di e agli italiani.

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    Ale Faci

    11/04/2016 18.29.47

    Indubbio stile narrativo, abili virtuosismi retorici, argute provocazioni e uno sguardo lucido e ironico sul passato più o meno recente del San Leone Magno, di Roma,dell'Italia, della solida, buona e marcia borghesia...ma perché chiamarlo romanzo? Dove sono i dialoghi,dove la trama,dove la costruzione dei personaggi? Siamo piuttosto davanti a un saggio,e per di più viziato e travagliato - persino per chi,come me, non rifugge dall' "espressionismo" letterario - da un continuo,estenuante e molesto riferimento a sesso ed omosessualità, che sembrano ossessionare l'autore molto più di quanto non performino l'identità degli aguzzini del Circeo,dei maristi del SLM,degli adolescenti repressi che popolano la storia (ma siamo sicuri che ce ne sia una?). Resta il sottile (ma non troppo) autocompiacimento di Albinati dinanzi al suo presente, al suo passato, alle sue scelte...un aautocompiacimento aggravato dalle sue sembianze bugiarde, dalla maschera di autocritica e di modestia dietro cui si nasconde.Resta soprattutto l'esibita,pervasiva e onnipresente opinione dell'autore su morale,politica, religione e tutto quanto gli dia la possibilità di lasciarsi andare alle sue interminabili riflessioni. Mi chiedo sinceramente se la letteratura italiana ne avvertisse il bisogno.

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