La scuola cattolica

Edoardo Albinati

Editore: Rizzoli
Collana: Scala italiani
Anno edizione: 2016
In commercio dal: 17 marzo 2016
Pagine: 1294 p., Rilegato
  • EAN: 9788817086837
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Recensioni dei clienti

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    Rossella

    19/09/2018 11:39:56

    Mi spiace, ma il voto basso non è assolutamente un voto allo stile dello scrittore, ma questo sembra più un libro per gli "addetti ai lavori" nel campo sull'"origine dei crimini sessuali" che altro. Spunti interessanti, certo, forse anche ripetitivi in più capitoli, ma forse ero io non pronta a questo tipo di lettura.

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    Michele B.

    26/02/2018 10:38:48

    Come scelto da alcuni, anch'io esprimo un giudizio mentre sto cercando faticosamente di continuare la lettura di questo groviglio di narcisismo lungo 1300 pagine. È naturale che in questa densa massa di materiale espressivo, qualcosa di interessante lo si possa trovare, ma ciò che per finire si impone nella lettura non sono i contenuti ma è lo stile di scrittura autocompiaciuto e ostentativo. Se il libro fosse stato più breve (diciamo, un quarto o un quinto della sua lunghezza) l'attenzione sarebbe rimasta più vigile su ciò che probabilmente doveva rappresentare la trama e la finalità dell'opera. Invece la valanga di testo sembra solo funzionale a future analisi accademiche: personalmente, piacere di lettura quasi nullo.

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    Ezio

    22/01/2018 18:33:05

    Lo scrittore è colui che riesce a esprimere i propri sentimenti, le proprie convinzioni, senza tuttavia mai perdere di vista che si scrive non per se, ma per gli altri e perché i lettori imparino qualcosa e si arricchiscano culturalmente ed emotivamente. Questo libro sembra lontano anni luce da questa filosofia: l'autore ha deciso di riversare un fiume scomposto e disarmonico di idee, pensieri, considerazioni che fanno vincere solo la noia perché sembra rivolto esclusivamente a se stesso per realizzare una specie di pubblico sfogo ed esercizi di scrittura. Non riesco francamente a capire come abbia potuto conquistare i giurati dello Strega! Assolutamente da non leggere.

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    ROBERTA

    12/10/2017 18:46:14

    Un libro maestoso, non solo per le sue quasi milletrecento pagine, ma un testo che richiede tempo e attenzione. Un'opera che non saprei dove collocare, perché non è un saggio, ma non è nemmeno un romanzo. È un'analisi attenta e minuziosissima della società borghese, dove l'arteria del male, spesso occultata per omertà e/o vergogna, viene messa sotto la lente del microscopio di una narrazione fluida e mai noiosa. Edoardo Albinati ha un'abilità straordinaria a spiegare concetti altrimenti ostici e magari anche noiosi, in maniera chiara e mai banale. Milletrecento pagine, appunto, che scorrono senza mai stancare. Davvero una grande opera di letteratura contemporanea. (Postilla personale: il professor Cosmo, a cui viene dedicata interamente la nona parte del libro, avrei voluto averlo anche io come insegnante).

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    Laura

    28/09/2017 09:01:57

    La scrittura di Albinati è sicuramente di qualità molto alta, superiore a quella di molti autori italiani più blasonati. Tuttavia questa dote non si mette al servizio di un libro esageratamente lungo, ripetitivo, autoreferenziato e a tratti troppo compiaciuto. Soprattutto non si capisce la necessità di tornare più e più volte sulla stessa riflessione solo per ribadirla e sottolinearla ancora e ancora. Apprezzabile il tentativo di costruire un genere narrativo ibrido e innovativo, ma il risultato è solo la difficoltà nel portarlo a termine e qualche spunto brillante che forse avrebbe meritato più spazio. Peccato, l'accoppiata "morboso e ambiguo" mi ha sempre attirato, ma stavolta sarebbe più appropriato un bel "tutto il resto è noia". Lo finirò solo per puntiglio personale.

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    Maurizio Lo Re

    24/07/2017 08:11:09

    La scuola cattolica si potrebbe qualificare come un mediocre romanzo, essendo un libro di una prolissità abnorme, ripetitivo, pretenzioso, ampolloso e autoreferenziale. Tuttavia, non è un romanzo, contrariamente a quanto dichiara la scheda editoriale, che lo definisce addirittura poderoso. In un romanzo la descrizione dell’ambiente è funzionale allo sviluppo della trama e lo spaccato della società non viene enunciato saccentemente dall’autore, ma viene fuori dalla narrazione, come vengono fuori dalla narrazione i personaggi, mentre Albinati li racconta dall’esterno e li seziona come sul tavolo anatomico. Il libro non è neanche un saggio sociologico, perché non ne ha lo stile e l’impostazione scientifica, non è neanche un libro di memorie, nonostante che sia largamente costruito sui ricordi dell’autore. Ha qualcosa del saggio, del memoriale e in piccola parte del romanzo, ma è un ibrido indefinibile, contrario alle regole della buona scrittura. Senza il premio Strega, probabilmente sarebbe passato inosservato questo spropositato sproloquio sulla borghesia, sul matrimonio, sul sesso e sul quartiere Trieste di Roma. Inutile interrogarsi sul senso del premio Strega. La scheda editoriale del libro è fuorviante e conclude con questa frase: “La scuola cattolica è forse il libro che mancava nella nostra cultura”. Con quel forse, Rizzoli ha pensato di salvarsi l’anima. Bisognerebbe obbligare gli editori a indicare meglio il contenuto dei libri, come sulle etichette dei prodotti alimentari (è una battuta!).

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    Maurizio Lo Re

    21/07/2017 08:06:54

    La scuola cattolica si potrebbe qualificare come un mediocre romanzo, essendo un libro di una prolissità abnorme, ripetitivo, pretenzioso, ampolloso e autoreferenziale. Tuttavia, non è un romanzo, contrariamente a quanto dichiara la scheda editoriale, che lo definisce addirittura poderoso. In un romanzo la descrizione dell’ambiente è funzionale allo sviluppo della trama e lo spaccato della società non viene enunciato saccentemente dall’autore, ma viene fuori dalla narrazione, come vengono fuori dalla narrazione i personaggi, mentre Albinati li racconta dall’esterno e li seziona come sul tavolo anatomico. Il libro non è neanche un saggio sociologico, perché non ne ha lo stile e l’impostazione scientifica, non è neanche un libro di memorie, nonostante che sia largamente costruito sui ricordi dell’autore. Ha qualcosa del saggio, del memoriale e in piccola parte del romanzo, ma è un ibrido indefinibile, contrario alle regole della buona scrittura. Senza il premio Strega, probabilmente sarebbe passato inosservato questo spropositato sproloquio sulla borghesia, sul matrimonio, sul sesso e sul quartiere Trieste di Roma. Inutile interrogarsi sul senso del premio Strega. La scheda editoriale del libro è fuorviante e conclude con questa frase: “La scuola cattolica è forse il libro che mancava nella nostra cultura”. Con quel forse, Rizzoli ha pensato di salvarsi l’anima. Bisognerebbe obbligare gli editori a indicare meglio il contenuto dei libri, come sulle etichette dei prodotti alimentari (è una battuta!).

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    Annacarla

    15/07/2017 00:04:59

    Didascalico, pedante e pesante. Il noioso delirio di un professore ossessionato dal sesso, condito da scontate considerazioni di ordine socio-antropologico. L'unico pregio del libro, per quanto mi riguarda, è quello di solleticare il gusto della sfida: lo leggi e ti ostini ad arrivare alla fine solo per poter dire: "Ce l'ho fatta".

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    Dario A.

    10/04/2017 18:13:26

    Un libro fiume, una letteratura forte. Un libro che riporta alla storia oscura, complessa, di un'Italia che non c'è più ma che si deve conoscere. Una prosa elegante, ricca che accompagna con occhio lucido e clinico il lettore, attraverso temi che, nonostante il tempo sia passato, siano necessari alla crescita personale ed intellettuale di ogni persona.

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    Luigi

    20/03/2017 15:19:42

    È piuttosto arduo esprimere un giudizio sull'opera di Albinati,premiato con il premio Strega 2016, dopo la fatica di aver letto le 1294 pagine del romanzo. A tratti più che un romanzo appare un trattato di antropologia,psicologia,psicopatologia,sociologia che si alterna a reminiscenze scolastiche,adolescenziali e di esperienze professionali; si può definire uno spaccato della vita culturale di una determinata epoca e di un ben preciso luogo geografico.Notevoli le perle di saggezza che l'autore riporta come diario personale di un suo professore.Quello che è difficile cogliere è l'unità dell'opera, mancanza ampiamente compensata da una scrittura rigorosa, elegante e di grande respiro.La lettura andrebbe consigliata a forti lettori abituati a non lasciare a metà le loro letture.

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    Massimo F.

    14/02/2017 14:50:46

    Una lettura non per tutti, che offre tanto ma chiede di più: pazienza, attenzione, concentrazione, sopportazione…Più che un romanzo condito da riflessioni, è un saggio con un racconto dentro. Un racconto struggente e vivissimo della vita giovanile negli anni ’70 con tutte le sue contraddizioni, le speranze, le illusioni. Emozioni ed interesse a non finire (soprattutto per quanti – come me - in quegli anni e a quell’età hanno vissuto le medesime esperienze proprio negli stessi ambienti) e qua e là un po’ di noia. Un’opera monumentale, tanto ricca di temi e contenuti che ovviamente non poteva essere priva di dfifetti: troppo lunga, talvolta dispersiva, un po’ disordinata, prolissa in alcuni passaggi. Comunque per un lettore attento, curioso e molto determinato, un’esperienza che lascia il segno e che vale sicuramente la pena affrontare.

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    Francesco

    15/01/2017 12:01:41

    Citando Blaise Pascal ("MI scuso per la lunghezza della mia lettera, ma non ho avuto il tempo di scriverne più breve"), oso dire che si tratta di un libro inutilmente voluminoso, un po' pretestuosamente mascherato da "grande romanzo italiano" per giustificare la probabile fretta editoriale con cui si è saltata la scrematura, scegliendo di lasciare più o meno così com'era il blocco nudo e crudo di ottimo materiale narrativo accumulato per decenni. Secondo il mio umile giudizio di lettore, Albinati dà il meglio di sé come narratore, mentre diventa noioso e inconcludente quando cade nel vortice della saggistica psicanalitica e della filosofia spicciola. Il problema è che le parti narrative, peraltro carenti in coesione, non rappresentano più di un terzo dell'interminabile volume, di cui ho completato la lettura in un paio di mesi. Ho quindi acquistato due patenti, assegnate nel corso di alcune interviste dallo stesso Albinati a chi 1- legge il suon libro fino alla fine e 2- a chi lo legge fino alla fine e neanche gli piace: rispettivamente quella di 1- "lettore estremo" e 2- quella - testuale - di "lettore coglione".

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    maurizio crispi

    30/12/2016 05:20:09

    Il mio commento è solo provvisorio, poiché la mia lettura è tutt'ora in corso, anche se ancora non ho sono arrivato nemmeno ad un quarto dell'intera "distanza" da percorrere. Sicuramente si tratta di una lettura impegnativa: la prosa, a metà tra reminiscenza e riflessione, è costruita in modo eccellente. Dando un'occhiata su IBS ho verificato che vi sono numerosi commenti e questi soprattutto negativi, con la comparsa di parole come "noia", "prolissità" etc. affiancando altri libri, come uso fare di solito, mi sono reso conto che dovevo concentrarmi unicamente sul testo di Albinati: e, in effetti, le cose procedono meglio. Ancora sono lontano dal "cuore" del testo, cioè il "Delitto del Circeo" (DdC) e sto ancora navigando tra le premesse necessarie. Cosa posso dire? Che mi pare che egli, prendendo a pretesto il DdC abbia voluto creare una "summa" sulla Scuola italiana (cattolica, quella in cui si è formato lui: ma tutti in sostanza in quegli anni siamo stati sotto l'influenza di quel particolarissimo tipo di ipocrisia): offrendo ai lettori (alcuni in condizione di condividere quel bagaglio di esperienze) un sapere enciclopedico di quel contesto e di quegli anni. In fondo, se mi si contente di fare questo paragone, siamo di fronte a qualcosa di analogo a ciò che fu "Moby Dick", romanzo, ma anche meditazione filosofica ed enciclopedia della marineria e della Caccia alle balene, di cui Melville da giovane aveva avuto diretta esperienza. E, in questo senso, l'opera di Albinati si può considerare un documento prezioso e illuminante, tenendo presente che non può essere letto come un romanzo, ma anche e soprattutto come un oggetto di strudio.

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    Luciana

    11/11/2016 15:05:37

    Ho trovato il libro inutilmente lungo. Dò merito all'autore di avere una facilità di scrittura notevole ed è questo il motivo per cui sono riuscita ad arrivare alla fine del libro, ma francamente alcuni capitoli potevano,a mio parere, essere evitati. La storia di fondo è interessante e ci offre uno spaccato dell'Italia degli anni 70 e del perbenismo di facciata della cosiddetta borghesia cattolica con la sua ipocrisia che tende a salvare le apparenze e se ne frega delle persone. Il libro racconta uno degli episodi più controversi dell'Italia degli anni settanta, il delitto del Circeo, ed esamina il contesto sociale in cui esso matura, contesto ben conosciuto dall'autore poiché a commettere il delitto furono ragazzi della sua generazione che come lui frequentavano un istituto privato gestito da preti.

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    armando

    08/11/2016 21:30:59

    Un libro di circa 1300 non è facile da affrontare. Non nascondo che in certi momenti ho pensato proprio di non farcela, di non riuscire a tenere desta l'attenzione per seguire il filo narrativo del libro. Va riconosciuto all'A. una grande capacità di scrittura, molto evocativa e puntuale nel descrivere l'ambiente, lo stato d'animo, il disagio che regnavano nell'Italia di qualche anno fa (anni '70). Chi ha una certa età sa di cosa parlo. Credo di avere imparato tantissimo, di avere messo a fuoco ciò che prima mi appariva sfuggente e sfocato. Forse il libro è semplicemnte troppo lungo, alcune parti potevano a mio avviso occupare meno pagine. Se deciderete di leggere questo libro seguite mio consiglio: munitevi di altri due o tre libriccini da laggere ad intervalli di 3-400 pagine di questo libro. Alla fine, però, sarete ripagati dalla lettura.

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    iva

    07/10/2016 10:41:51

    Noioso, spesso inconcludente, inutilmente prolisso....sono alle prime 300 pagine e ancora non ho capito questo esercizio di scrittura dove voglia andare a parare, so solo che devo sforzarmi per proseguire....ci sono passaggi dove lo scrittore si perde nelle sue elucubrazioni. Spero, ma non credo, che proseguendo la narrazione prenda senso....

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    Al2016

    24/09/2016 16:46:44

    Un "libro" che si dimostra solo uno scempio ecologico: 1300 pagine buttate via, e chissà quanti alberi abbattuti inutilmente per scrivere questo mattone illeggibile. L'autore vorrebbe - inseguendo le mode del momento e i soliti luoghi comuni del "politicamente corretto" - spiegare i meccanismi psicologici della violenza maschile, ma dimentica innanzi tutto che la violenza non è appannaggio solo degli uomini, ma anche delle donne, quindi è il solito patetico libro ruffiano di un "femminista" conformista che sfrutta un filone del momento. Inoltre, in quelle noiosissime 1300 pagine, più che della violenza maschile, si parla in modo confuso, prolisso, inconcludente, di un'infinità di argomenti che compongono la stucchevole visione del mondo e filosofia di vita dell'autore, con uno stile pesantemente didascalico e per nulla romanzesco. Insomma, il libro di un maestrino saccente e noioso che riesce solo ad essere irritante. E non a caso un "libro" come questo poteva solo essere premiato in un concorso letterario italiano, notoriamente "imparziale" e fondato su criteri di grande "competenza".

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    Roberta

    13/09/2016 15:31:03

    Una noia mortale. Albinati pieno di virtuosismi inutili e saccente, oltre che volgare a sproposito. La dimostrazione di come i premi vengano dati con logiche e criteri che lascio sottintendere. Devo assolutamente abbassare la media per non costringere i lettori a perdere tempo con questo mattone.

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    BrunoB

    02/09/2016 11:29:29

    un libro, un impegno, leggerlo mantenendo lucidità non è da tutti, sono quasi 1300 pagine, no di un romanzo avvincente però, ma di un vero e proprio Saggio si potrebbe dire. L'autore però è bravissimo a descrivere con intelligenza i vari argomenti di ordine sociale che incontra lungo il suo cammino, per arrivare alla fine allo scopo reale del libro stesso, ti porta con mano insomma. Secondo il mio parere, erano anni che uno Strega non fosse cosi ampiamente meritato

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    giorgio g

    31/08/2016 09:24:29

    Per quanto lunghe siano le vostre vacanze, ecco un libro che le riempirà tutte, un libro che, nelle sue quasi 1300 pagine, contiene il materiale per almeno altri quattro, come ad esempio il racconto della gita al lago della famiglia di Ezechiele Rummo. Qualche altro argomento che il libro tratta tra i moltissimi: il confronto tra scuola privata e scuola pubblica ("una scuola è un'enorme cassa di risonanza per rumori molesti" e "è una singolare caratteristica del cattolicesimo italiano quello di portare avanti una millenaria tradizione di difesa degli ultimi mentre si allea nei fatti con gli interessi mondani dei primi", i rapporti dei ragazzi con l'altro sesso, il comportamento degli omosessuali, il rapporto (erotico) tra uomo e donna, l'amicizia con Arbus il nerd occhialuto e perfino il confronto tra i professori di ginnastica e quelli di religione. E ancora i rapporti dell'uomo con la religione, lo stupro, le fantasie sessuali con le madri degli amici del protagonista, il sadismo e il masochismo ("comandare è eccitante, ma mai quanto obbedire"), l'istituto familiare, la borghesia e la sua crisi, la mistica fascista, il Principe di Machiavelli, i continui riferimenti al Quartiere Trionfale di Roma, l'amicizia con Max il fascista, il delitto del Circeo ("evento principale intorno a cui ruota questo libro"). E questo fino a circa metà del libro, al punto in cui mi sono stancato di leggerlo (di questo pericolo si è reso conto l'autore che ha inserito una frase rivelatrice in epigrafe al Capitolo XIV: "Mi ascoltate ancora? Sì? O siete stanchi?"). Ebbene, mi ero stancato! Sarà un'allergia al Premio Strega: negli anni scorsi ho interrotto la lettura sia de "La ferocia" di Nicolò Lagioia sia di "Resistere non serve a niente" di Walter Siti! Mi assale un dubbio: ma i giurati del Premio Strega l'avranno letto proprio tutto? Se si, hanno avuto un gran coraggio (pari al mio nel leggerlo). E mi dispiace per le recensioni entusiastiche che non mi sento di condividere.

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Vincitore del LXX Premio Strega. Presentato da Raffaele La Capria e Sandro Veronesi.

Un imponente lavoro che premia l’ambizione e il coraggio di Albinati, senza ombra di dubbio autore di un libro epocale, del quale sicuramente il pubblico e la comunità editoriale italiana parleranno a lungo.


Nascere maschi è una malattia incurabile


Esistono episodi capaci di forgiare l’immagine di una generazione attraverso una potenza simbolica disarmante in termini di capacità di sintesi storica. Il delitto del Circeo è uno tra questi, poiché ha rappresentato la personificazione degli squilibri della gioventù romana di metà anni Settanta. La Roma piccolo-borghese di quegli anni fu infatti un humus in grado di produrre malavitosi, assassini e terroristi di ogni colore, a dispetto dell’apparente facciata rassicurante e perbenista dei quartieri in cui tali terribili circostanze si manifestarono in tutta la loro inattesa violenza.

La Scuola Cattolica è un’indagine sulla psiche di una generazione, un testo privo di intenti auto-assolutori, eppure in grado di fornire al lettore un’immagine nitida delle ipocrisie contro cui quella gioventù dovette lottare. Un conformismo piccolo-borghese che inevitabilmente quei giovani finirono per assimilare, in bilico tra un’obsoleta educazione religiosa e la liberazione dei costumi, una contraddizione capace di generare mostruosità.


1975, Quartiere Trieste, istituto San Leone Magno. Tre semplici coordinate spazio-temporali su cui si regge questo coraggioso romanzo di Albinati, un unicum all’interno del panorama letterario italiano contemporaneo, non solo per l’immensa durata – quasi 1300 pagine – ma anche per la forma. Il testo infatti si presenta come un torrenziale flusso di coscienza auto-biografico su cui si innestano, oltre al racconto delle vicende intime dell’autore, delle riflessioni socio-culturali sulle ragioni che condussero dei giovani di buona famiglia a trasformarsi in violenti omicidi.

La Scuola Cattolica non è solo il titolo del libro ma anche il massimo comune denominatore che unisce Albinati con gli autori del delitto, tutti studenti dell’istituto San Leone Magno, una scuola privata gestita dai frati maristi. Un luogo in cui la piccola borghesia romana mandava i pargoli per accertare una presunta scalata sociale e per proteggere la prole dai pericoli del mondo. Qui i giovani furono imprigionati in un ambiente segregato dal mondo femminile, un incubatore di inquietudini sessuali che ha acuito le normali angosce adolescenziali legate all’identità maschile in divenire.


Il romanzo è popolato dagli insegnanti e dai compagni di scuola dell’autore, personaggi mitologici, le cui descrizioni sono date al lettore attraverso una mirabile capacità di ricostruire il linguaggio, gli atteggiamenti e l’immaginario collettivo di una generazione. Gli stati d’animo dei personaggi vengono riproposti con un’onestà sanguigna, a dimostrazione che, nonostante siano passati quattro decenni, quelle paure siano ancora fresche, indelebilmente marcate nell’animo, e necessitino di questo romanzo-fiume per essere indagate ed esorcizzate.

Il testo appartiene parzialmente al genere letterario delle confessioni, di cui vengono autoironicamente evocati dall’autore ingombranti paragoni con S. Agostino e Rousseau. La natura del romanzo - sospesa tra uno sviluppo diaristico e il libero flusso di coscienza - conferisce alla trama un andamento narrativo per nulla lineare, sostenuto tuttavia da una prosa chiara e ammiccante che procede vivacemente a sprazzi, attraverso esplosioni di ritmo che trovano forma in affascinanti digressioni psicologiche capaci di sostituire la trama stessa.

Risulta infatti difficile trovare un appiglio narrativo - per esempio cronologico - che riesca a legare tutti gli episodi descritti. Il delitto del Circeo stesso viene per la prima volta evocato solo a metà del libro, come se non fosse la ragione stessa del romanzo, ma un accidente che interrompe bruscamente i pensieri dell’autore per poi ricomporli e veicolarli verso un fine.


L’obiettivo infatti non è la cronistoria di un delitto ma la ricostruzione di un sentire comune che legava i giovani romani in quegli anni, un imponente lavoro che premia l’ambizione e il coraggio di Albinati, senza ombra di dubbio autore di un libro epocale, del quale sicuramente il pubblico e la comunità editoriale italiana parleranno a lungo.

Recensione di Matteo Rucco


Ci sono romanzi che gravitano attorno a un buco nero: un nucleo che esercita un’irresistibile forza centripeta riconducendo a sé le linee dell’intreccio, e al tempo stesso un sasso gettato nella realtà, dal quale si originano cerchi concentrici sempre più ampi. Anche La scuola cattolica appartiene a questa categoria. Il suo buco nero è la villa del Circeo dove il 29 settembre 1975 Angelo Izzo, Andrea Ghira e Gianni Guido sequestrarono e seviziarono per un giorno e una notte Rosaria Lopez e Donatella Colasanti (...).

La cronaca del massacro compare per la prima volta a pagina 473, e viene dopo, nell’ordine: la presentazione di una classe di preadolescenti maschi del San Leone Magno, che alle soglie della pubertà sognano ossessivamente il corpo delle donne ma sono soggetti a una feroce educazione alla virilità che è innanzitutto educazione all’omosocialità; improvvisi affondi analitici nella psicologia dello stupro; lunghe analisi del declino della famiglia borghese nella topografia benestante del quartiere Trieste di Roma (...). Sarà chiaro a questo punto che La scuola cattolica nasce dall’ambizione di radiografare un periodo storico preciso in un luogo preciso a partire dagli indici che il delitto del Circeo vi proietta come ombre e che sono per Albinati le chiavi di accesso alla sua generazione, o meglio, ai maschi della sua generazione: il sesso e la violenza, nel momento in cui il sesso cominciava a corteggiare la violenza e la violenza a inglobare il linguaggio del sesso, facendo esplodere in forme eclatanti l’eterno conflitto tra i generi.

L’ambizione di questo assunto ne farebbe in potenza un perfetto esempio di romanzo-saggio, come infatti è stato definito. Si tratta invece di un romanzo che non crede abbastanza in se stesso da diventare un saggio e di un saggio che non ce la fa a trasformarsi in romanzo perché non dimentica mai di essere un saggio. È come se Albinati svolgesse il suo teorema tre volte: la prima nella forma del Bildungsroman, la seconda in quella della riflessione psico-sociologica, la terza in quella della narrazione memoriale – tre forme discorsive, forse non a caso, che escludono la dialogicità: la prima e la terza perché sono il discorso di uno solo, la seconda perché è il discorso di tutti, quindi in definitiva di nessuno. Tra una voce narrante saccente e incerta, ma onnipresente (...) e la voce impersonale del senso comune, che spaccia per sentenze le proprie ovvietà, a smarrirsi è proprio l’arte del romanzo, quell’arte per cui, secondo Milan Kundera, mentre lo scrittore tiene alle proprie idee e alla propria voce, il romanziere non dà grande importanza né alle une né all’altra, ma insegue una verità che ancora non conosce.

Recensione di Beatrice Manetti