La scuola imperfetta. Idee per spezzare un circolo vizioso - Paolo Sestito - copertina

La scuola imperfetta. Idee per spezzare un circolo vizioso

Paolo Sestito

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Editore: Il Mulino
Collana: Contemporanea
Anno edizione: 2014
In commercio dal: 30 ottobre 2014
Pagine: 178 p., Brossura
  • EAN: 9788815253828
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La scuola imperfetta. Idee per spezzare un circolo vizioso

Paolo Sestito

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Pericolosamente basse nel confronto Internazionale, le competenze degli italiani appaiono certamente inadeguate allo status di paese avanzato dell'Italia. In un circolo vizioso, le imprese e la società puntano su altri fattori di successo, mentre una fiacca domanda di capitale umano e la precarietà del mercato del lavoro fanno venir meno gli stimoli ad investire in conoscenza. Come uscirne? Attraverso politiche del lavoro inclusive ma soprattutto con un forte investimento nel sistema educativo. Non bastano però più soldi: occorre ripensare in modo radicale le politiche educative, rilanciando la carriera degli insegnanti e puntando sull'autonomia degli istituti per innescare processi innovativi diffusi.
  La storia d'Italia è stata spesso una storia di appuntamenti mancati e di lunghe riflessioni sul perché si sono mancati; e spesso si è scoperto che si è verificato un circolo vizioso vanificando importanti potenzialità. Anche la storia della scuola italiana sembra appartenere a questo cumulo di circoli viziosi: come sostiene nel saggio La scuola imperfetta di recentissima pubblicazione Paolo Sestito, già presidente dell'Invalsi e oggi tra i dirigenti della Banca d'Italia, la struttura produttiva italiana non sollecita un innalzamento dei requisiti della formazione perché non punta sulla qualità del "capitale umano" per reggere la concorrenza internazionale, ma su altri elementi, in primo luogo sulla disponibilità al precariato, e a loro volta la scuola e l'università sentono ben poco l'obbligo di immettere su un mercato del lavoro asfittico giovani diplomati e laureati adeguatamente preparati per un contesto sempre più internazionale. Le competenze degli italiani si sono pericolosamente abbassate soprattutto nei settori più dinamici e in sviluppo: situazione che pone a repentaglio lo status dell'Italia come paese avanzato e impone la questione della formazione come aspetto di importanza vitale. Per uscire da questa situazione d'immobilismo serve una strategia, che l'autore rintraccia nelle sue linee essenziali sostanzialmente nel riordino dei cicli scolastici della riforma di Luigi Berlinguer degli anni novanta ("Mia impressione è che … possa essere opportuno anche riaprire la questione del riordino dei cicli, ritornando per molti aspetti alla proposta Berlinguer di un primo ciclo unico di durata settennale … Altrettanto convincente a parere di chi scrive era la struttura quinquennale del successivo II ciclo prevista da Berlinguer"), anche se poi, in maniera un po' contraddittoria afferma che, visti gli sviluppi successivi, l'impostazione di berlingueriana non vada più ripresa. Un altro aspetto strategico su cui Sestito insiste con convinzione è lo sviluppo dell'autonomia scolastica: "I sistemi scolastici 'migliori' non sono quelli che spendono di più, ma quelli che lasciano alle proprie scuole una maggiore autonomia, rendendole però al contempo accountable rispetto ai risultati raggiunti. L'autonomia da sola infatti non basta, ché anzi un suo aumento, se posto in essere all'interno di sistemi con bassa accountability, peggiora i risultati". Ma quanto la scuola italiana è capace di essere "responsabile" (perché usare il termine inglese accountable invece del corrispondente italiano?) se i diversi "prodotti scolastici" non sono mai confrontabili? Infatti l'autore evidenzia che gli scrutini delle diverse scuole non sono per niente comparabili tra loro, neppure quelli degli esami di stato, al punto che le università nel test per l'ammissione non danno alcun valore al voto di maturità. Ecco allora emergere il ruolo e il compito della valutazione. Paolo Sestito non assume una posizione di acritico favore per la questa pratica e soprattutto non assegna a essa la funzione di panacea della scuola italiana. Non favorevole a una valutazione concorrenziale dei singoli insegnanti, stante il fatto che l'attività didattica è sempre attività d'équipe (ma sostiene la necessità di criteri che favoriscano l'assunzione e lo sviluppo di carriera per gli insegnanti migliori) lo è per le singole scuole, per indurre a utilizzare criteri un po' più oggettivi soprattutto in determinati passaggi dell'attività scolastica: "Serve chiarire senza ambiguità che in alcuni momenti del percorso scolastico, quali possono essere le conclusioni del primo e del secondo ciclo di istruzione, è utile avere un ancoraggio standardizzato di una parte almeno dei contenuti testati e delle metriche valutative adoperate". La valutazione, inoltre, deve riguardare anche i dirigenti scolastici sulla base della corrispondenza tra il progetto presentato dal dirigente stesso all'atto di assumere l'incarico e i risultati complessivi della scuola a lui affidata. Ostile dunque a una valutazione che produca una logica di mercato tra le scuole, l'autore non rigetta l'idea di una concorrenza trasparente tra le università, temperata però da interventi a sostegno degli studenti economicamente più deboli. Tutto ciò in un quadro di attenzione agli aspetti di maggiore debolezza della scuola, due in particolare: l'inserimento dei figli degli immigrati e le scuole che operano in contesti sociali difficili. Su questi argomenti l'autore torna diverse volte con proposte interessanti, che implicano l'utilizzo di maggiori risorse per affrontare questi nodi e non permettere che il divario tra chi ha più risorse e chi ha più bisogno si dilati ulteriormente. Sestito non si nasconde che valutazione in Italia si parla da più di vent'anni, quasi sempre con malcelato sospetto e dichiarata ostilità e che nelle scuole si sono avuti molti momenti di rigetto di essa, anche attraverso forme subdole come un'impropria complicità degli insegnanti con gli studenti nello svolgimento dei test o anche con l'esercizio di una didattica impostata solo all'obiettivo di un buon risultato nel test stesso: sono state forme di erronea "autodifesa", dettate a volte da una forma di opposizione ideologica ma spesso dal timore degli insegnanti di essere giudicati in base ai risultati dei test degli studenti. In risposta a questi timori l'autore invita a svolgere il confronto su un piano pragmatico e non pregiudiziale e rivendica che le rilevazioni dell'Invalsi non sono mai servite per stilare delle classifiche ma "per ragionare sul sistema e le sue singole parti (ma a un livello più ampio di quello della singola scuola) e sulle politiche educative poste in essere. Ciò ha significato la produzione di una crescente ricca reportistica sul sistema e sulle sue articolazioni territoriali, in primis regionali". La sfida che questo libro propone è dunque il tentativo di interrompere l'avvitarsi del circolo vizioso: "Uscire da un circolo vizioso normalmente richiede di agire su più fronti. Gli effetti di qualsiasi azione sono all'inizio molto piccoli, perché non in grado di superare la forza inerziale che intrappola il sistema in un certo equilibrio. Una volta che però si riesca a invertire il verso di quei processi cumulativi alla base del circolo vizioso, questo può tramutarsi in un circolo virtuoso, con mutamenti che sembrano quasi sostenersi da soli". Sestito, pur con qualche preoccupata esitazione, ipotizza che questo cambiamento radicale possa avvenire facendo leva quasi essenzialmente sulla scuola e non sulla struttura produttiva: anche se il versante della formazione è il più debole, egli dice, è senz'altro quello che l'intervento pubblico può influenzare più ampiamente e forse modificare. Ma su una sola gamba e per lo più malferma è possibile costruire qualcosa di veramente stabile e realmente verificabile?   Vincenzo Viola  
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