I signori del cibo. Viaggio nell'industria alimentare che sta distruggendo il pianeta

Stefano Liberti

Editore: Minimum Fax
Formato: EPUB
Testo in italiano
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Compatibilità: Tutti i dispositivi (eccetto Kindle) Scopri di più
Dimensioni: 368,29 KB
  • Pagine della versione a stampa: 327 p.
    • EAN: 9788875217709

    nella classifica Bestseller di IBS eBook - Scienze, geografia, ambiente - Ambiente - Inquinamento e minacce per l'ambiente

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      Nicola

      07/09/2017 18:07:14

      Da "insider" ritengo il libro di Liberti uno dei migliori sull'argomento da un punto di vista divulgativo. L'intreccio Politica-Agricoltura-Società è spiegato benissimo, come un professore chiarisce tutti gli snodi e rende piacevole la lettura con il racconto della sua inchiesta. Per la prima volta, tra tutte le mie letture sull'argomento, ho trovato un giornalista che chiarisce la vera parte "malata" del settore: il commercio, perchè è l'approccio con cui le grandi aziende si pongono perde di vista la natura dell'agricoltore per abbracciare quello del mercante. In seguito ho letto "land grabbing" dello stesso autore, credo siano due letture collegate e "da fare" in sequenza.

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    Che cos’è una locusta? È un insetto salterino presente un po’ ovunque nel mondo e sempre dannoso per le agricolture. Ma che cos’è un’azienda-locusta? E’ una multinazionale foriera anch’essa di disastri alimentari, interessata al profitto subito, e immemore di un futuro possibile. (…) Liberti ci parla di quattro ingredienti tra i più comuni dell’offerta alimentare globalizzata, carne di maiale, soia, tonno e pomodoro. È un viaggio che parte dai 700 milioni di maiali macellati ogni anno in Cina (…), la metà dei maiali del mondo. Ma dalla Cina, le locuste saltano in Brasile per la raccolta di quella soia che ingrasserà i maiali cinesi: 7 milioni di ettari di monocultura (…). È così che questo esercito di maiali ha rotto gli equilibri sociali e ambientali di intere regioni del sud del mondo. E il salto delle locuste è sostenuto dalle cavallette della finanza globale (…) Tuttavia, non è solo il grande capitale finanziario a soccorrere il salto delle locuste, ma anche il nostro piccolo carrello della spesa, che riempiamo di braciole in offerta e scatolette di tonno 3x2. (…). Siamo anche noi gli artefici della catastrofe ecologica e culturale presente. La responsabilità sociale e ambientale non riguarda soltanto chi produce, ma anche chi consuma. Leggendo questo libro ci rendiamo conto di come (…) i modi odierni del nostro consumo alimentare abbiano effetti irreversibili sulla fauna ittica degli oceani, e di quanto ne siano devastanti gli esiti sulle foreste africane e amazzoniche (…). Scopriamo che i salti del grande capitale finanziario sono spesso agevolati dai governi. Così la concentrazione a favore di poche imprese della produzione e distribuzione della carne di maiale in Cina è frutto di provvedimenti normativi, tesi a favorire l’aumento del consumo interno e dell’esportazione; l’attacco alla biodiversità dell’Amazzonia è facilitato dall’assenza di misure di legge contro la deforestazione e l’espansione della monocoltura della soia; l’irreversibile impoverimento dell’ecosistema marino del Senegal è accelerato dalle politiche degli stati asiatici ma soprattutto dell’Unione europea (…). E infine i pomodori: alla scoperta delle fonti del ketchup, Liberti ci porta dagli Uiguri, un popolo di lingua turca che vive in Xinjang, una regione a cui si devono i due terzi della produzione del maggiore esportatore mondiale di pomodori, la Cina. E dallo Xinjiang ci riporta nella patria del San Marzano, perché è proprio al porto di Salerno che arrivano i sino-pomodori ad uso degli imprenditori del San Marzano dop (!). Ed è seguendo uno di questi imprenditori che ci ritroviamo in un mercato di Accra, nel Ghana, dove il pomodoro uiguro è infine venduto e consumato come salsa “made in Italy”. E dal Ghana torniamo accompagnando gli ex-contadini e pescatori dell’Africa Occidentale, nel loro viaggio attraverso il Sahara per finire nei ghetti dei raccoglitori schiavi delle campagne foggiane. Qui si chiude il cerchio: è proprio il contadino ghanese a raccogliere quel pomodoro che sarà esportato nel suo paese azzerandone la produzione agricola locale e costringendo i suoi fratelli a raggiungerlo nel ghetto pugliese.

    Recensione di Giuseppe Mastruzzo