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Cesco Chinello

Editore: Franco Angeli
Anno edizione: 1996
Pagine: 960 p.
  • EAN: 9788820488024

recensione di Scavino, M., L'Indice 1997, n. 4

Lo studio analitico-ricostruttivo dei movimenti sociali non è certo un campo molto coltivato nell'ambito della storiografia contemporaneistica italiana. Sono usciti (e stanno uscendo), è vero, molti ottimi lavori di sintesi, come la recentissima "Storia dell'Italia repubblicana" einaudiana, che al ruolo dei movimenti nelle vicende politiche e sociali dell'ultimo cinquantennio dedicano un'attenzione prima quasi sconosciuta; ma continuano invece a scarseggiare quelle opere di vera e propria ricerca specifica sui fatti e i contesti, le culture e le forme di espressione dei movimenti, che della storiografia di sintesi dovrebbero costituire l'indispensabile premessa.
È quanto sottolinea Marco Revelli nella breve, ma molto stimolante, prefazione a questo ponderoso libro di Cesco Chinello, arrivando a sostenere che "se oggi disponessimo di quattro o cinque opere di questo genere (a coprire per lo meno le vicende torinesi e milanesi, il Centro-Italia, l'area romano-laziale e quella napoletana-meridionale); se si generalizzasse questo genere storiografico capace di sintetizzare storia politica e storia sociale (...); se emergesse una rete di ricercatori con le stesse qualità di intelligenza e di sistematicità che mostra quest'opera: allora potremmo, in qualche modo, padroneggiare per lo meno uno dei versanti su cui è giocato il nostro presente. Una delle derive lungo le quali si è strutturata la storia della Prima repubblica".
In effetti il lavoro di Chinello (che compare nella collana curata dall'Istituto nazionale per la storia del movimento di liberazione in Italia) desta prima di tutto grande ammirazione per la vastità e padronanza delle fonti utilizzate (materiali d'archivio, pubblicistica di movimento, stampa periodica, ma anche un originale piano di interviste mirate a personaggi di spicco della vita politica e sindacale) e per la capacità di intrecciare nella narrazione la dimensione locale e quella nazionale, in una successione cronologica che va dagli anni 1955-60 ("il lungo tunnel della crisi" per il movimento operaio italiano) al 1968-70, definiti gli anni della "libertà operaia". L'arco di tempo considerato è, in altre parole, quello compreso fra il boom economico, che ha definitivamente trasformato l'Italia in un paese industriale, e il lungo "autunno caldo" delle lotte operaie e dei nuovi movimenti di protesta (primo fra tutti, ovviamente, quello studentesco).
E il tema specifico della ricerca è proprio la dialettica fra questi elementi, secondo uno schema interpretativo per cui la conflittualità sociale è al tempo stesso il risultato dello sviluppo economico del paese e il suo più potente fattore di modernizzazione, a tutti i livelli. Attraverso la ricostruzione minuziosa delle lotte operaie nell'area veneziana (in primo luogo al Petrolchimico di Marghera, ovviamente), Chinello ha quindi cercato di descrivere un più generale movimento di trasformazione non solo del movimento operaio e sindacale, ma dello stesso rapporto tra fabbrica e politica, tra movimenti e partiti. Senza nascondere la propria vicinanza alle posizioni di quanti allora tentarono di dar vita al cosiddetto "sindacato dei consigli", così come la critica serrata alle posizioni più diffidenti o addirittura ostili al concetto di "autonomia" di classe (come quelle prevalenti nel Partito comunista, sulla cui dialettica interna il libro offre alcune testimonianze preziose).
Questo libro (lodevole anche per il vastissimo apparato di note e per la ricca bibliografia finale) segue dopo dodici anni un'altra opera dello stesso autore, che aveva ricostruito analogamente le lotte operaie nella stessa area, ma per il periodo 1945-55. A dire il vero era sua intenzione completare ora la ricerca dedicandosi agli anni 1970-85, cioè al periodo per molti aspetti cruciale dell'intera parabola storico-politica repubblicana; se non che il suo archivio personale, versato ufficialmente all'Istituto Gramsci veneto, nel '93 è stato letteralmente gettato nella spazzatura, insieme ad altro materiale documentario, per errore, per recuperare spazi. Vicenda che ha dell'incredibile, ma che purtroppo è invece emblematica dello stato in cui versano tuttora molti archivi contemporanei e dei problemi con i quali deve fare i conti chi voglia studiare i movimenti non istituzionali degli anni sessanta e settanta. L'importante è non perdersi d'animo.