Una singolare amicizia. Ricordando don Giuseppe De Luca

Romana Guarnieri

Editore: Marietti
Anno edizione: 1998
Pagine: 306 p.
  • EAN: 9788821172601
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recensioni di Milana, F. L'Indice del 1999, n. 01

Prete, erudito, organizzatore di cultura: a cent’anni dalla nascita la figura di don Giuseppe De Luca (Sasso di Castalda, 1898 - Roma, 1962) non cessa di destare interesse nelle cerchie più disparate di pensatori e studiosi, e insieme di disorientare per ricchezza e complessità di motivi.

Fine direttore d’anime, dall’anima tormentata; campione di un’ortodossia intransigente e duttile diplomatico dentro e fuori la Chiesa di Roma, in particolare nel rapporto col mondo comunista, anche nella sua frangia cattolica; missionario nel territorio ostile dell’intelligenza (In partibus infidelium, come Luisa Mangoni ha titolato la sua ricostruzione critica del personaggio pubblicata da Einaudi nel1989, la più completa a disposizione); e insieme studioso di esemplare rigore, oltreché scrittore letteratissimo; tessitore di una straordinaria rete di rapporti intellettuali (come documenta l’epistolario, e come conferma la mole delle testimonianze postume, ancora nelle commemorazioni di questi giorni), animatore discreto di tante iniziative di rilievo (dal "Frontespizio" alla nascita della Morcelliana), suscitatore di risorse economiche insospettabili – eppure precario e poverissimo editore in proprio, al timone di una sigla storica della nostra editoria di cultura, le aristocratiche Edizioni di Storia e Letteratura: da un capo all’altro della sua vicenda De Luca resta personalità singolare e irripetibile, dall’eredità incerta e in parte contesa, dalla fortuna alterna e sempre un poco esoterica.

E come lui, così l’oggetto, il termine fisso delle sue intenzioni e attenzioni più tenaci, ciò che egli con un termine elegante e desueto chiamò la pietà.Come si accorsero, nell’impossibilità di tradurlo, gli studiosi stranieri che potevano avere nel suo "Archivio italiano per la storia della pietà" un modello di riferimento, questo termine compendiava in italiano l’esser "pii" e l’esser "compassionevoli", l’amore di Dio e l’amore umano, una misura invisibile e una grandezza ben rilevabile. De Luca si proponeva di studiarne la storia, estendendone l’ambito (magari attraverso il suo rovescio, l’empietà) pressoché a ogni manifestazione dell’umano, almeno nel suo cuore segreto, con una mossa di inclusione o di implicazione tra natura e soprannatura decisamente originale, dettatagli verosimilmente dalle esigenze e dalle sofferenze, anche intime, della controversia antimodernista. Egli preferì non chiarire teoreticamente tale paradigma, malgrado le splendide, ormai classiche pagine della Introduzione alla storia della pietà, affidandolo piuttosto all’eloquenza dei risultati, la suggestione dell’esempio.Ma l’equilibrio, si può dir quasi artistico, che così veniva salvaguardato tra le due "fontane della pietà", viveva della stessa complessità e forse ambiguità del suo auctor – del resto a tutt’oggi unica auctoritas in materia –, ed era destinato a non sopravvivergli.Nonostante alcuni tentativi in controtendenza (ad esempio gli interventi di Prosperi, Prodi, Ossola e altri nel volume IX del risorto "Archivio"), una deriva antropologica, o, viceversa, predicatoria, si sarebbe rivelata inevitabile.

A presidiare ostinatamente la difficile alchimia della "pietà" si è dedicata in questi decenni Romana Guarnieri, un’erede diretta di De Luca; in parte coi suoi lavori di storica (molto fortunati specialmente quelli su Margherita Porete e il Movimento del "Libero Spirito"), in parte come direttrice dell’"Archivio", poi come animatrice di un più agile strumento, la rivista "Bailamme", che da un decennio a questa parte ha visto coinvolte personalità come Edoardo Benvenuto, Sergio Quinzio, Mario Tronti, Salvatore Natoli, Giovanni Bianchi, Pino Trotta, Luisa Muraro, ricostruendo sotto diversa stella l’intreccio di passioni che già aveva satellitato attorno a De Luca.Ora, infine, interviene in veste di memorialista, con il volume Una singolare amicizia. Guarnieri che, come racconta, si convertì dall’agnosticismo al primo incontro con De Luca, e fu da lui instradata alla ricerca storica, rimeritandolo con la dedizione assoluta che dura tuttora, si sa parte troppo direttamente in causa per tentare il saggio ricostruttivo, e testimone troppo privilegiata per poter tacere. Sceglie perciò la via del racconto autobiografico, focalizzando sugli anni quaranta, il momento pionieristico dell’impresa di De Luca; e lo fa con tale ricchezza di particolari, intelligenza di affondi sia psicologici sia spirituali, nonché finezza di scrittura, da riuscire utilissima al lettore di oggi. Soprattutto perché, malgrado la sua voce in cornice, di ottantacinquenne assai navigata in rebus divinis, privilegia in fondo la prospettiva perplessa e inconvertita dei suoi venticinque anni, restituendo efficacemente quel De Luca insieme vicinissimo e lontanissimo, familiare e abissale, che continua ancora oggi, inesauribilmente, a risultare provocatorio.

Né mancano altri motivi di interesse.Intanto una figura straordinaria, che ci viene incontro un attimo da queste pagine per scomparire probabilmente per sempre dalla memoria storica: quel don Giuseppe Sandri, che fu anch’egli discepolo spirituale e collaboratore di De Luca, prima di tornare allo stato laicale "per poter predicare meglio il vangelo di Gesù Cristo" e condurre una vita nascosta e randagia per la penisola, all’insegna di un evangelismo radicale.E vi sono poi i testi di De Luca stesso, provenienti dalle carte private di Romana Guarnieri: l’abbozzo di un libro mancato sul Prete, oppure la Lettera di "direzione spirituale" del 1951, posta dalla destinataria quasi all’ingresso delle sue memorie, a illuminare la "singolare amicizia" da un suo punto di svolta decisivo. È un testo bellissimo, intessuto di dolore e di fede viscerali. De Luca vi denuncia una scissura interiore sentita come destino di abbandono e abiezione nel mondo, che solo una capacità soprannaturale di condivisione potrebbe, se non risarcire, almeno rendere sopportabile.Tale capacità, che in lui è subito dialogo e bella scrittura, esige di essere, nei suoi confronti, solo silenzio: "La strada è ben quella, Romana.È la croce (...) Hai voluto che fosse una la nostra vita.Stacci. Stiamoci".