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Georges Bensoussan

Traduttore: M. Guerra
Editore: Einaudi
Anno edizione: 2007
Pagine: 2 voll., XXXII-1369 p. , ill. , Rilegato
  • EAN: 9788806170073

Ci sono due modi di affrontare la questione del sionismo come nazionalismo politico. Il primo consiste nel ritenere che per comprenderlo occorra misurare le sue politiche concrete. In questo caso il tema del lavoro è costituito dalle scelte della sua leadership politica e poi delle sue istanze politiche una volta raggiunto l'obiettivo primario dell'indipendenza. Il secondo modo consiste invece nel tentare di indagare come si edifica il paradigma sionista, ovvero che tipo specifico di azione culturale rappresenti l'impresa sionista. In questo caso il tema di indagine è la costruzione del movimento politico e, parallelamente, la definizione di un'identità politica. In questo secondo caso il tema non è costituito dalla vicenda politica e sociale dello Stato di Israele, quanto soprattutto dalla indagine intorno agli assi politico-culturali e socio-organizzativi di una realtà che è in prima istanza un movimento politico rivolto alla formazione contemporaneamente di un esperimento politico e del suo soggetto sociale.
Su questo secondo percorso finora il volume di Arthur Hertzberg, The Zionist idea; a historical analysis and reader, prima edizione Doubleday, 1959), un'antologia esaustiva di tutta la discussione culturale e politica che accompagna la genesi e poi la crescita del movimento politico sionista dalla metà dell'Ottocento fino alle soglie della nascita dello Stato di Israele, costituiva un punto di riferimento obbligato. Con l'amplissima monografia che stiamo ora investigando Bensoussan contemporaneamente ricalca l'indice di quel testo e allo stesso tempo sceglie di dare uno sfondo storico ai temi organizzati in quella antologia classica (certamente la più esaustiva e la più articolata in merito al tema).
Il termine "sionista" oggi risulta più una parola (talora anche un insulto) che non una categoria storica. Il primo obiettivo di Bensoussan in questa sua imponente ricerca è quello di restituire a questa parola uno spessore storico, il secondo è quello di delineare la fisionomia di un fenomeno politico che si colloca all'interno della famiglia dei nazionalismi politici ottocenteschi, il terzo è fare i conti culturali con un'esperienza politica che ha definito e forgiato una nuova identità e che a suo avviso termina alle soglie della seconda guerra mondiale, non con l'atto di nascita formale dello Stato di Israele (15 maggio 1948) o il deliberato delle Nazioni Unite (29 novembre 1947). La data ad quem è costituita dalle decisione sulla fisionomia dello Stato (1942). Dopo, suggerisce Bensoussan, ciò di cui si discute è il terreno della politica concreta, delle scelte quotidiane. Su quel terreno, quand'anche entra in questione la fisionomia dell'ideologia, quest'ultima è di un altro meccanismo culturale, il quale, comunque, fa dell'istanza dello Stato un attore concreto.
Lo scopo di Bensoussan è di ricostruire le vicende politiche che conducono dalla nascita formale di un'idea e di un movimento alla sua configurazione come società compiuta. Lo scontro e il confronto non è solo tra personalità forti, tra destra e sinistra, tra collettivisti e liberali, tra secolarizzati e ortodossi, tra modernisti e tradizionalisti, tutte divisioni che attraversano le esperienze di nazionalismo politico, ciascuna con proprie fisionomie politiche, né tra modelli pensati di stato o di comunità, o tra gruppi di culture nazionali che si confrontano per stabilire e affermare la propria egemonia. Lo scontro riguarda anche come si definisce e si costruisce un'identità collettiva che non è solo politica, ma che coinvolge gli aspetti della rinascita dell'ebraico come lingua, una lingua dapprima solo cultuale, rimasta viva come pratica religiosa e dunque "salvata" perché "sottratta alla storia", e ora invece rimessa in circuito e dunque viva, "laica" e non più "sacra". Un aspetto, questo, come ha sottolineato Shlomo Sand (Les mots et la terre, Fayard, 2006), che ha un suo peso nella discussione degli intellettuali oggi in Israele, tra la loro identità nazionale e ciò che quella identità suscita in termini di passioni e di cultura politica.
Ricostruire la storia del sionismo significa entrare nel merito di vari ambiti, tra cui: descrivere lo scontro per definire il sistema di relazione tra fede religiosa, tradizione e sfera pubblica; tra sistema educativo e set di valori, ma anche e soprattutto su quale apparato scolastico definire delle politiche per l'alfabetizzazione; su quale modello economico e societario definire la propria fisionomia; su come attuare una politica dell'insediamento e della distribuzione della propria presenza sul territorio; se si debba investire su un sistema economico urbano o di rete cooperativa; se e in che forma si debba o no costruire un nuovo ebreo e dunque quali legami professionali, sociali, culturali, etici, definire con le popolazioni locali già presenti. Se si debba ripresentare su quello scenario il conflitto ideologico e politico delle proprie società di provenienza o se, invece, si debba costruire un sistema politico ex novo. Se la forma della democrazia politica dei partiti sia la più adatta o, invece, debba prevalere un modello comunitario della rappresentanza.
In breve, la storia del sionismo prima dello Stato di Israele non è solo la storia della sua lenta formazione e di ciò che noi oggi abbiamo davanti. È la storia complessa e complicata di come si ricostruisce un'identità culturale.
In questo senso Il sionismo di Bensoussan è anche il risultato di tre diversi principi. Il primo riguarda la dimensione della storia; il secondo la percezione del ruolo di storico; la terza il profilo culturale degli attori di cui intende ricostruire le vicende e, in particolare, le scelte. Per quanto riguarda la prima questione, come ha riconosciuto lo storico Yerushalmi è solo con l'abbandono dei ghetti che gli ebrei escono da una dimensione di memoria, che costruisce la propria identità, per entrare in una dimensione definita dalla necessità di pensarsi nella storia. Questo passaggio implica non solo misurarsi con le vicende del proprio tempo, ma anche mettersi in gioco "nel proprio tempo". A proposito della seconda questione il problema è sapersi sottrarre alla dimensione di una storia partigiana e comunque di saper tenere fermi e ben visibili i molti attori sul campo, comunque di non trasformare quella storia in una vicenda solo di conflitti interni tra gruppi dirigenti. In merito alla terza questione si tratta di tener presente il fatto che per quanto la storia del sionismo abbia stretti legami con l'idea di tradizione, con il tema della continuità, vale anche per il sionismo il principio che nella storia, e nel farsi della storia, come ricorda Marc Bloch in Apologia della storia, di fatto "gli uomini somigliano al loro tempo più che ai loro padri".
Diversamente, il sionismo non è l'incarnazione di un'idea consolidata e prescritta, ma è il risultato di un lungo "corpo a corpo" non solo con il mondo arabo o con i palestinesi, ma anche dentro il proprio gruppo. E' attraverso questo "corpo a corpo" che assume un aspetto fisico il sionismo, si costruisce una fisionomia e si definisce un "volto" attraverso un cumulo di scelte contraddittorie e una somma di decisioni da cui discende una storia nazionale.
  David Bidussa