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Primo Levi

Editore: Einaudi
Collana: Super ET
Anno edizione: 2014
Formato: Tascabile
  • EAN: 9788806222680

nella classifica Bestseller di IBS Libri - Storia e archeologia - Storia - Storia militare - Seconda Guerra Mondiale

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Recensioni dei clienti

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    Reina

    10/06/2017 12.45.17

    L'ho letto in 2 giorni e credo che, rispetto a Se questo è un uomo e La tregua, questo sia di grande impatto. Ti costringere a riflettere, in alcune parti è provocatorio (la violenza è utile? si! o meglio, dipende). Mentre i primi due libri sono impostati come racconto biografico, questo è più un saggio. Le riflessioni di Levi sono molto profonde e applicabili non solo al sistema concentrazionario, ma all'uomo in generale. L'autore/narratore si comporta come uno psicologo che vorrebbe svelare le parti oscure dell'umanità. Il mio unico consiglio è di non leggerlo così velocemente come ho fatto io, a piccoli sorsi.

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    GD

    28/04/2015 12.53.56

    Fantastico. Un classico del pensiero per lucidità e onestà. Leggerlo una sola volta non basta, occorre portarlo con sé sempre.

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    sandro landonio

    25/09/2014 18.26.05

    Il miglior libro che abbia letto di Primo Levi. Logico, asciutto e contemporaneamente tragicamente avvincente: pone le domande importanti della vita, tentando di dare risposte immanenti, e per quel che mi riguarda, condivisibili. Azzardo anche che spieghi certe ragioni relative alla sua ultima scelta personale: la vergogna di ciò che é accaduto nei lager nazisti, a cui é dedicato un intero capitolo, rimane per sempre e può portare all'autodistruzione. E' naturale che ciò non avvenga nell'universo del campo di sterminio, dove non si aveva tempo di pensare se non alla sopravvivenza spicciola, e non durante il mestiere di vivere per guadagnarsi il sufficiente nel mondo industriale degli anni 50 e 60, ma alla fine quando ci si ferma e riaffiorano con più frequenza quei mesi terribili, che cosa rimane se non il suicidio ? La prosa é magnifica, espressa con un linguaggio dalla piena comprensibilità. Le "assonanze" che vengono introdotte dall'editore a fine testo, con i commenti di giornalisti e psicologi non sembrano in sintonia con il libro: troppo sfoggio di elegante bel scrivere, che contrasta con la nuda consequenzialità dell' autore e con le immagini da lui evocate così vivide e così dirette. Forse sarebbe stato meglio scegliere l'assenza di commenti. Il libro mi ha toccato nel profondo e ne ho completato la lettura con la consapevolezza che per un certo tempo non mi capiterà di leggere un libro altrettanto onesto e illuminante.

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    Nicola Intrevado

    21/02/2014 22.06.12

    La mitica Lilliana Lorettu, presidente della Societa' Italiana di Psichiatria Forense e mia Prof. alla Liuc di Castellanza, al Macrif III, in una sua celebre lezione sulla Depressione sostenne, con dati inconfutabili dettati dalla sua attivita' clinica, che il suicidio non e' mai messo in atto durante la fase piu' bassa della curva sintomatologica della malattia quanto piuttosto nella prima fase ascendente di detta curva. In altri termini proprio quando il paziente comincia a stare meglio e questo proprio perche' nel primo caso non avrebbe avuto la giusta determinazione di coscienza e men che meno la forza per metterlo in atto. Ecco perche' ad Auschwitz i suicidi furono davvero pochissimi in rapporto alla devastante sofferenza del luogo. Cosa che Levi illustra perfettamente in piu' parti della sua Opera, nella quale la citazione della morte del padre di Svevo ne " La coscienza di ZEno" e' solo il piu' chiaro e brillante dei raccordi narrativi ed esplicativi. Quindi, in altri contesti riflessivi ed in relazione a quanto detto si puo' affermare che questo libro rappresenta a mio avviso proprio la suddetta fase ascendente del Levi uomo. La fase della riflessione e della messa in atto del suo gesto. La fase del successo editoriale dei suoi libri, degli incontri con gli studenti, delle lettere dei tedeschi, della sua disposizione al racconto, del suo ritorno al Auschwitz persino, della sua intervista con Philip Roth e non conta la durata temporale del frammento di curva quanto conta, viceversa, la consapevolezza del se' e del suo ruolo di testimone, finalmente mondato del dubbio di essere creduto nella totalita' del suo pensiero, dell' esistenza dell' inferno con tutti i suoi demoni ordinari. Ecco l' importanza di questo testo. Il libro della resa dei conti e dell' assenza di sconti da non potersi concedere a nessuno, neppure a Dio.

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    mjb

    15/01/2014 20.24.48

    è un saggio che arriva dritto alla coscienza del lettore;leggendolo mi sono posta alcune domande : rispondiamo in modo onesto (o almeno ci proviamo?) alla nostra coscienza quando assistiamo a gesti anche piccoli di violenza gratuita nei confronti dei nostri simili?Siamo capaci di essere lungimiranti su quello che sarà il nostro futuro considerato il delicato momento storico-sociale che stiamo vivendo?...gli ebrei non furono capaci di prevedere ciò che sarebbe successo! e noi? nel 2013 con tutti i campanelli d'allarme che sentiamo, con storie di "malessere sociale" raccontate quotidianamente, siamo capaci di prevedere dove andremo a finire?? siamo capaci di anticipare ed evitare uno sfacelo sociale (con tutti i mezzi che abbiamo a disposizione!)...in un contesto storico diverso anche noi abbiamo il nostro capitolo "la zona grigia"! Inutile dire che lo straconsiglio! :)

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    Gondrano

    09/04/2013 15.05.34

    Ultimo volume di Levi appartenente alla trilogia dedicata alla sua esperienza nei e sui campi di concentramento nazisti. Il primo libro è esperienza di orrore quotidiana, il secondo è l'impervia via di ritorno verso la vita. Questo è una lunga riflessione sulla natura umana, sulle colpe e responsabilità negate e sulla "banalità" del male. Chiunque è anche bestia, e bastano condizioni favorevoli per scatenarla, ma chiunque può opporvisi se veramente lo vuole. Levi bastona forte sui tentativi di cancellare la distanza tra vittime e carnefici, tentativi che i nazisti misero in atto in continuazione (basti pensare ai Sonderkommandos) e che costituirebbero una comoda via di fuga morale per far passare un passato che per i tedeschi non passa. Imprescindibile.

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    Renzo Montagnoli

    24/01/2013 18.24.12

    Quarant'anni dopo di Se questo è un uomo, Primo Levi torna a scrivere dei Lager, non con un romanzo, oppure con una puntualizzazione di quella che fu la sua tragica esperienza di recluso, bensì per effettuare un'attenta e approfondita analisi del sistema dei campi di concentramento come mezzo per affermare il potere assoluto, nonché, altro aspetto di rilevante interesse, per evidenziare i comportamenti degli esseri umani, sia a livello individuale che collettivo, così come determinato dalla vita non vita del Lager. Il suo approccio non è per niente enfatico, anzi Levi dimostra una straordinaria lucidità, come se il tempo trascorso dall'evento di cui è stato vittima avesse smussato quella carica interiore di rabbia e di dolore; anzi, ritiene opportuno premettere come la memoria sia sempre fallace e come l'aspetto temporale, cioè gli anni trascorsi, possano nuocere alla trattazione per involontarie omissioni, oppure trasgressioni dei fatti accaduti. L'autore è un uomo di scienza e come tale persegue quotidianamente la ricerca della verità, nel suo caso tanto più importante non per comprendere, ma per poter determinare come un orrore simile sia potuto accadere. Non si tratta solo di un'analisi storica, ma anche di un'indagine antropologica le cui risultanze non sono fini a se stesse, ma travalicano il fatto, di per sé un unicum fino ad ora, al fine di conoscere, affinché non si debba ripetere. Levi sembra volerci ammonire affinché mai e poi mai una collettività, un popolo, affidino il loro destino a un potere assoluto, con un mandato irrevocabile con cui viene segnata la sorte non solo dei mandatari, ma soprattutto dei soggetti più deboli, di coloro che un regime, anche per nascondere le sue incapacità e scelleratezze, va ad indicare di volta come i responsabili di fallimenti, capri espiatori dati in pasto alle belve dell'odio e dell'indifferenza. La lettura non è solo consigliata, ma è caldamente raccomandata.

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    monica

    19/07/2012 07.23.31

    Il sempre grandissimo Primo Levi. Un saggio riflessivo su come sia stato possibile trasformare un essere umano in un brutale cinico assassino, non c'e' odio in questo suo libro, solo una analisi della vita nella realta' concentrazionaria nazista, uomini comuni ridotti al rango di bestie, uomini spersonalizzati che si accapigliavano per un tozzo di pane che, in quella dimensione di bestia-numero destinato all'annientamento, pteva rappresentare una via di salvezza almeno solo per un giorno. Una analisi approfondita sull'identita' del prigioniero dal traumatico ingresso in Lager fino alla sua distruzione morale e fisica, quelle citta' della morte perfettamente funzionanti per creare il maggior numero di cadaveri col minimo sforzo, uomini da utilizzare in tutte le sue parti comprese le sue ceneri passate per il camino. Citta' costruite da un popolo che si riteneva civile, quel popolo che rese possibile un crimine di tali proporzioni per diletto per fanatismo o col silenzio e indifferenza nonostante tutti sapessero cosa succedeva nei loro campi di sterminio. Una attenta anlisi anche sul profilo del carnefice SS o collborazionista, il Lager era stato costruito solo per uccidere e perche' si compisse questo crimine inaudito si aveva bisogno anche di trasformare la vittima in aggressore con la fasulla illusione di poter aver salva la vita.

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    GIOVANNI MIANO

    16/04/2012 19.12.32

    Saggio che conclude la trilogia di Levi sulla drammatica esperienza nel lager di Auschwitz. È costituito dalle riflessioni, deduzioni e conclusioni dell'autore sul nazismo e sul sistema dell'annullamento dell'uomo. Come in "Se questo è un uomo" e "La tregua", siamo davanti ad un testo di altissimo livello, tuttavia, "I sommersi e i salvati", essendo quasi completamente privo di azione, risulta meno accattivante dei precedenti. Il testo scende nel profondo della psiche umana per capire come lo scempio concentrazionario si sia compiuto praticamente senza ostacoli, che potevano e dovevano provenire dal popolo tedesco o dall'intervento preventivo di altri Stati. Levi stupisce nuovamente per la mancanza di odio verso i suoi carnefici, la sua lucida analisi ha invece come obiettivo, la testimonianza asettica di quel che è stato, senza contaminazioni personali dovute a ricordi volutamente "mutilati" o arricchiti da sentimenti propri. Per essere testimoni imparziali bisogna evitare giudizi senza la dovuta contestualizzazione, ad esempio del comportamento ambiguo degli ebrei che vivevano nella "zona grigia" dove era normale il tradimento per ottenere qualche vantaggio. In tale situazione bisogna inquadrare anche l'eccessivo zelo delle SS, che pur essendo uomini normali esercitavano perfettamente la "violenza inutile" che mirava solo all'umiliazione dei prigionieri. Questa violenza era subita meglio dalle persone prive di cultura che dagli intellettuali che troppo spesso si chiedevano perché tutto ciò gli stava accadendo. In conclusione l'autore riporta le lettere più rilevanti ricevute dai tedeschi, dopo la pubblicazione in Germania di "Se questo è un uomo". In tali lettere i lettori cercano il perdono o la giustificazione al proprio comportamento privo di reazione e pertanto complice del disegno demoniaco nazionalsocialista.

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    gcarlo

    24/02/2012 22.09.52

    Un gran libro, molto riflessivo, necessario per chiudere la trilogia con "Se questo è un uomo" e "La Tregua". Un analisi su chi è sopravvissuto e chi no, i motivi, la forza che li ha spinti. Molto forte, come gli altri libri di Levi del resto.

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    "I 'salvati' del Lager non erano i migliori, i predestinati al bene, i latori di un messaggio: quanto io avevo visto e vissuto dimostrava l'esatto contrario. Sopravvivevano di preferenza i peggiori, gli egoisti, i violenti, gli insensibili, i collaboratori della 'zona grigia', le spie. Non era una regola certa (non c'erano, né ci sono nelle cose umane, regole certe), ma era pure una regola. Mi sentivo sì innocente, ma intruppato tra i salvati, e perciò alla ricerca permanente di una giustificazione, davanti agli occhi miei e degli altri. Sopravvivevano i peggiori, cioè i più adatti; i migliori sono morti tutti." (pagina 63).

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