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Italo Calvino

Curatore: L. Baranelli
Editore: Mondadori
Collana: La rosa
Anno edizione: 2012
Pagine: XXXIV-668 p. , Brossura

57 ° nella classifica Bestseller di IBS Libri - Biografie - Biografie e autobiografie - Letterati

  • EAN: 9788804621171
Un libro che è molti libri insieme, da leggersi a più strati. Sono centouno interviste a Italo Calvino distribuite lungo un arco di tempo di trentaquattro anni: dai conti con la realtà del neorealismo, quantunque a mezzo servizio, dei primi titoli, fino al "partito preso delle cose" del professor Palomar, ultimo titolo pubblicato in vita (notoriamente postumo è Lezioni americane). Intanto c'è la storia di un percorso che si dipana di libro in libro e che disegna da un tempo all'altro i principi di una poetica espressa in tanti saggi e interventi più coesi e articolati (non solo quelli, pur decisivi e qui commentati, di Una pietra sopra). Ma tutto questo non sarebbe abbastanza se, da un lato, non comparisse a tratti il pur fuggevole profilo di un uomo che si può cogliere solo tra le righe, e dall'altro non affiorasse il fascino conoscitivo di una narratività tanto capace di rinnovare le proprie scommesse quanto di risultare, proprio per questo, così fedele a se stessa. Sul piano del percorso non resta che segnalare un più di interesse, perché vi si possono rintracciare aspetti per nuove indagini. Ma non direi che sia questo il piano più proficuo del volume, almeno per chi intenda leggerlo come un libro di lettura. Né mi pare che la sua importanza discenda dalla del resto conclamata e ben nota curiositas di un Calvino aperto a ogni apporto interdisciplinare. I frutti più sostanziosi – senza, ripeto, negare l'importanza degli apporti documentari – mi pare che vengano, insomma, dalla costruzione di un'autobiografia quantunque laterale. Al centro la voce di un autore che di sé ha fatto un nascondiglio e dell'inafferrabilità una divisa. Intorno (o di fronte) intervistatori di diversa statura e intelligenza, che tentano di aprire un varco plausibile fra i tanti alter ego in cui Calvino ha narrativamente travestito – depistando la critica – la sua assidua e metamorfica tensione gnoseologica. Potendosi applicare a lui quanto lui applica alle carte dei tarocchi nel Castello dei destini incrociati: "Le cose che le carte nascondono sono più di quelle che dicono". Ma anche l'affermazione di una delle interviste che sembrerebbe lì per lì dire il contrario: "Credo che unendo (…) tutti i miei libri, si otterrà alla fine una figura precisa: la mia". Ecco allora che queste interviste ci mettono di fronte a un gioco di raffinati nascondimenti, di calibrati disgusti, di finti stupori, di sapienti détours. Come se, insomma, l'"umbratile" Calvino interpretasse nello spazio scenico di un'intervista l'ombra del suo io, giocando un ruolo di attore consumato, capace di modulare una voce e una postura fatta di reticenze studiose, di gesti arguti, di dissimulazioni persino ciniche, di umiltà subdole, di cattiverie assortite, come solo accade ai "buoni" di inventarne, e a volte – anche – di spazientimenti e impazienze, di rudezze vigorose, di contrapposizioni scabre (di cui l'esempio più percepibile è forse l'intervista-interviste di Ferdinando Camon). Per questo fa bene Barenghi a sottolineare l'importanza del genere "intervista" (su cui molto ci sarebbe da indagare ancora). Sia che Calvino risponda a sue stesse domande, sia che si adatti alle domande altrui, sia che raccolga in un mazzo domande singole, sia che ingaggi una specie di gara estemporanea con il suo intervistatore (esemplari le interviste di Guido Almansi e Daniele Del Giudice), da cui può sempre spuntare la sorpresa di un titolo, l'eco di una lettura apparentemente peregrina, che fa di Calvino un degno seguace di Valéry Larbaud; lui peraltro così amante dell'altro Valéry: voglio dire la sua passione per Monsieur Teste, per la "brama dolorosa di precisione", per lo "smisurato desiderio di netteté", termine chiave di Cartesio, come sottolinea George Steiner nel suo La poesia del pensiero. C'è sempre nell'intervista una più sottintesa dimensione di verità, ma nello stesso tempo anche una maggiore disponibilità alla semplificazione che induce Calvino a diffidare a più riprese (lui, uomo di "scrittura") della parola parlata, molle e avvilente, scarsamente prensile, e come tale disgustosa. Parole che eclissano i fatti? E tuttavia quante parole restano impresse in queste interviste come altrettanti segnali di un "discorso amoroso" con la letteratura e, più sorprendentemente forse, con la poesia (tema che meriterebbe da sé tutto un più articolato discorso). Parole chiave come "tensione", "molteplicità", "multiformità", "metamorfosi", "complessità". Parole come "ironia", "distanza", "lentezza", "vecchiaia". Per non dire della dialettica forse estrema tra superficie e profondità, che escludendo la "profondità" come esercizio dell'"anima" la comprende di fatto come realtà pellicolare, indenne da ogni tentazione sacrale o peculiarità psicologistica, come mostra, lungo tutta l'opera, il fervido controllo dello stile: che sempre discende da quella costruzione di "uno stile" sostenuta fin dal saggio del 1962, La sfida al labirinto. Una sfida che sta tra Savinio e Toti Scialoja (e magari Wahrol) risalendo persino al ben noto aforisma di un Hofmannsthal raccolto nel Libro degli amici: "La profondità va nascosta. Dove? Alla superficie". Dal Sentiero a Palomar, attraverso queste ben scelte interviste, il percorso risulta dunque frastagliato ma molto coerente. Il che significa che "con tutta la sua famosa fuga" – come dice il fratello Biagio nel Barone rampante – Cosimo vive "accosto a noi quasi come prima". Ed è del resto quanto lo stesso Calvino precisa ad Armando Bozzoli (ma anche ad altri) l'8 gennaio 1958: "Per essere veramente con gli altri bisogna non aver paura di trovarsi anche soli".   Giovanni Tesio