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Editore: Liguori
Collana: Anthropos
Edizione: 2
Anno edizione: 2004
Pagine: 312 p. , Brossura
  • EAN: 9788820724917

recensione di Borgna, E., L'Indice 1996, n. 6

Quando si leggono libri di questo genere, che nascono dalla raccolta di articoli scritti gli uni indipendentemente dagli altri, si ha spesso la sensazione di trame lacerate e singhiozzanti che non consentono una lettura omogenea e scorrevole.Ma questa volta non è così: la scelta e la coordinazione dei testi sono molto felici e riescono a dare al libro una grande organicità e una prospettiva unitaria.
Certo la premessa culturale e teorica che sta a fondamento dei diversi contributi del volume è quella che, in psichiatria, non ci siano (solo) "malattie" (ci sono anche queste ma esse non esauriscono il campo delle grandi esperienze psicotiche) e che, in particolare, le depressioni non possano essere comprese nella loro genesi e nella loro articolazione sintomatologica se non alla luce delle condizioni ambientali e culturali, personali e storico-vitali, in cui ci si trovi a vivere (e a morire).Le premesse teoriche del volume non rappresentano, in ogni caso, qualcosa di astratto e di pre-costituito ma si animano e si concretano nel confronto immediato e palpitante con la realtà viva dell'esperienza e della prassi operativa.
La prima parte del libro è dedicata, nel suo complesso, al tema della depressione nel contesto delle culture africane, con particolare riguardo al background antropologico della depressione, alle forme di insorgenza e di diffusione del suicidio, all'esperienza della colpa e alla figura della morte nel circolo tematico delle depressioni.
La seconda parte del libro si occupa di questioni non estranee all'area delle depressioni, ma più direttamente incentrate su tematiche etnopsichiatriche particolari.Muovendo da paesi africani diversi (Togo,Nigeria, Costa d'Avorio e Mali), in questa seconda parte del volume vengono affrontati nodi problematici di grande importanza: il senso e le cerimonie della vedovanza, le crisi di possessione demoniaca (che hanno sempre avuto, del resto, un'emblematica significanza psicopatologica e clinica anche nella psichiatria europea e nordamericana), l'importanza che trasgressione, mito e logica simbolica assumono nella costituzione sociale di una malattia. Di notevole interesse è l'ultimo capitolo della seconda parte del volume, che si occupa delle aree di significato e della funzione del bambino nella famiglia e nella società africana (in quella del Benin in particolare), del significato delle nascite gemellari e, in maniera ancora più emblematica, del significato profondo che in alcune culture africane assumono le cerimonie connesse con l'evento della morte in fratelli gemelli.
Come scrive Ren‚ Gualbert Ahyi, autore di questo capitolo: "Lo studio e l'analisi di queste cerimonie potrebbero in effetti farci scoprire non solo l'importanza accordata ai gemelli anche dopo la loro morte, ma il senso profondo di talune cerimonie che nascondono, sotto l'apparenza di un 'animismo obsoleto', una vera e propria psicoterapia tradizionale, nonché un'azione preventiva dei lutti patologici".
Nel primo saggio del volume, "Figure della morte e depressione nelle culture africane", di Roberto Beneduce ci sono considerazioni molto interessanti sulle relazioni fra modernizzazione e depressione, e sulle molte variabili implicate, legate alla migrazione, all'acculturazione, all'urbanizzazione, al contesto affettivo, al cambiamento delle strutture economiche, alle differenze connesse con il genere, al ruolo delle reti familiari, ai fattori di rischio, ai gradienti di vulnerabilità. Non è possibile cogliere il senso di una depressione se non si tengono presenti, nella loro genesi e nella loro configurazione sintomatologica ed evolutiva, queste molteplici variabili; e, ancora, se non si tengono presenti le diverse modalità (psichiche e somatiche, psichiche o somatiche) con cui, nelle diverse culture, l'esperienza depressiva si può esprimere clinicamente.
Immergendo questi aspetti particolari, e altri ancora, del discorso in una prospettiva più generale di fondazione antropologica delle depressioni, Beneduce giunge ad affermazioni che, maturate nel corso delle sue esperienze cliniche in paesi africani, valgono per ogni forma di depressione e per ogni (autentica) psichiatria. Nel chiedersi "quanto la malattia ci dice della condizione umana, con le sue ambiguità e i suoi limiti mostrati sotto la luce cruda della sofferenza, dell'aggressività latente e dell'inespugnabile solitudine del paziente depresso", Beneduce afferma: "I modelli dominanti, non solo quelli ispirati alla psichiatria biologica, poco sembrano oggi interessati ad illuminare i mutamenti nell'uso delle categorie psichiatriche o nell'espressione dei sintomi, ed ancor meno sembrano interessati a problematizzare il ruolo che la cultura e la società hanno nel definire l'intero processo del disturbo psichico: dal suo realizzarsi in forme che sono riconosciute, etichettate e trattate come malattie, al modo in cui queste vengono vissute, comunicate e riprodotte. Ciò che troppo spesso sembra rimanere 'non assumibile', per motivi che qui non è possibile approfondire, è proprio la dimensione antropologica della follia e della depressione per quanto riguarda l'ambito di queste riflessioni".
Nell'orizzonte di queste riflessioni sul senso e sulla delimitazione possibile della depressione, come esperienza umana e come malattia, mi sono sembrate molto belle e molto interessanti le cose che si leggono nel contributo "Premesse per un'epidemiologia antropologica della depressione" di Gilles Bibeau. Non c'è una sola depressione, certo, ma ci sono diverse forme di depressione che non sempre vengono delimitate e definite nella loro autonomia psicopatologica e clinica.Il problema del resto non è solo questo: nelle diverse culture lo spazio semantico occupato dalla depressione (come esperienza umana e come malattia) non è omogeneo ma cambia e oscilla profondamente.La prima esigenza che nasce dal lavoro critico di Bibeau è quella che ogni ricerca sulla depressione, sia nei paesi europei e nordamericani sia in quelli africani e asiatici, si debba incentrare, e debba finalizzarsi preliminarmente, sullo spazio semantico (sul senso che viene attribuito alla depressione) in ciascuna cultura.
Ma, giustamente, Bibeau insiste sul fatto che la cultura influenza anche, e radicalmente, la percezione, l'esperienza e la forma della depressione, le sue aggregazioni sintomatologiche: "Ci sarebbero dunque da un lato delle culture che psicologizzano gli stati emozionali e che li nominano utilizzando dei termini astratti a contenuto psichico e, dall'altro, delle culture che somatizzano le emozioni e che le nominano a partire dai loro corrispondenti somatici".La conclusione del discorso di Gilles Bibeau si delinea, in fondo, nell'affermazione che la sintomatologia depressiva si presenta nella cultura africana con una fisionomia sua propria e che la sua natura, e la sua modalità di espressione, non possono essere tematizzate e delimitate muovendo da quella che è la fenomenologia della depressione nei paesi occidentali.
Vorrei concludere questa mia recensione segnalando il grande interesse psicopatologico e clinico, ma anche sociologico e antropologico, del contributo di Henri Collomb e Ren‚ Collignon sulle condotte suicidarie nei paesi africani. Analizzando le risultanze statistiche (certo, non di rado fatalmente approssimative) sull' incidenza del suicidio nell'Africa francofona e nell'Africa anglofona, e scandagliando le possibili motivazioni che spingano al suicidio, gli autori ci presentano scenari di grande interesse per la psichiatria e per la psichiatria transculturale.Le aree motivazionali più significative sembrano tematizzate da questi tre elementi: il senso dell'onore che si accompagna a un orgoglio esagerato, i conflitti passionali, e i sentimenti di colpa: ciascuno di questi tre elementi viene descritto con molta concretezza anche clinica, nonostante l'incidenza molto bassa del suicidio nel continente africano.
Si esce dalla lettura di questo libro (che contiene articoli originariamente pubblicati in lingua francese e inglese, e tradotti molto bene da Beneduce) con la percezione acuta e nostalgica di avere conosciuto un'altra immagine della psichiatria: un'immagine che non è quella (oggi, almeno tendenzialmente, tecnicizzata e svuotata di senso) della psichiatria occidentale ma quella che si costituisce, ed è la sua dimensione autentica e ineliminabile, nell'intreccio (evidente soprattutto nell'area delle depressioni) di elementi psicopatologici e clinici, antropologici ed etnologici.