Editore: Einaudi
Anno edizione: 2009
Pagine: 181 p., Brossura
  • EAN: 9788806196240
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Di Gabriele Pedullà va detta la stessa cosa che Nick Hornby ha detto del suo amico Jonathan Coe: "È il più bravo della sua generazione, che disgraziatamente è anche la mia". Come studioso di letteratura, di cinema, di filosofia politica, Pedullà possiede due talenti che pure vanno indicati in inglese, scope e vision, versati in una scrittura così limpida e agile e volubilmente rettilinea da non lasciarsi nemmeno rilevare come uno "stile": al punto che si potrebbe leggere come un'autodefinizione il titolo del libro con il quale, all'età di trentasette anni, esordisce come narratore con cinque racconti. Ma adesso questo suo stile va studiato sul serio.
Colpisce immediatamente la maniera in cui Pedullà fa le frasi, che procedono guizzando in avanti più volte come una pietra lanciata di piatto a pelo d'acqua arrivando sempre più in là di quanto ci si aspetta, fenomeno tanto più vistoso in quanto spessissimo si svincolano quasi del tutto dai segni d'interpunzione eccettuati due, la virgola e le parentesi, usate non in funzione ritmica ma d'intonazione. È una prosa ariosa e tutta inflessioni, un recitativo continuo con ripetuti frazionamenti di tono, una lingua parlabile, che arriva già depurata dal filtro rigoroso di una mente: per ricorrere a due frasi del primo racconto, Miranda,"l'impero delle linee curve" o la capacità di "scivolare sull'asfalto come danzando". È una lingua che scarta, in maniera implicitamente polemica, dalla media della narrativa corrente. Per esempio, i guizzi colloquiali o gergali si trovano fusi nella pasta filata di una prosa che non li copia: li capta invece, e li accoglie fondendoli con il resto del vasto mondo, sottoponendoli a un'integrazione di realtà che è anche un atto d'intelligente critica linguistica: una lezione per tutti quegli scrittori che abusano del fraseggio retrattile e soprattutto dell'accapo, ridotto ormai a un mezzuccio per mendicare attenzione ogni tre passi. Ma soprattutto, Pedullà procede a una drastica sostituzione degli organi di senso chiamati a narrare: queste cinque storie attingono alla ricchezza trascurata dell'orecchio invece che al benessere tanto facile dell'occhio. Contro la scrittura visiva che domina incontrastata, Pedullà dev'essersi ricordato di una frase provocatoria di Stevenson, "Morte al nervo ottico!".
Il penultimo racconto del suo libro, Ritiro bagagli, ci parla di una coppia senza figli che, prima per caso poi sistematicamente, si mette in viaggio con una valigia anonima da scambiare con la valigia esattamente identica di qualcun altro. Esplorare, indovinare le vite altrui estraendo oggetti imprevisti da un involucro opaco (fra le cose più belle di questo libro c'è la generosità con la quale Pedullà riversa dettagli concreti nelle sue storie) è il loro modo di riempire un ventre rimasto vuoto. Pedullà si guarda bene dal dircelo, perché fatti e immagini devono arrivare a maturazione da sé, lungo una precisa linea di accumulazione e infine di catastrofe, una volta che la massa critica delle emozioni non si possa più contenere. Questi racconti sono anche degli acceleratori di particelle dal cui monitor il lettore può seguire le traiettorie, emozionato senza essere parte in causa, esattamente come l'autore che narra. Il decollo, che in qualche caso avviene, verso il soprannaturale è come un prolungamento di quella traiettoria.
Lo spagnolo senza sforzo racconta storie di giovani persone che cercano un posto per stare al mondo, o meglio, una posizione, un modo di stare che non li faccia stare scomodi. È un libro che racconta la giovinezza con la voce piena della maturità. I personaggi principali di Miranda sono due studentesse universitarie, Stefi attraverso i cui occhi si vede svolgersi la storia e Miranda che è cieca dalla nascita (quella cecità è anche metafora della scrittura che Pedullà predilige). Miranda è la storia di un tentativo di amicizia dove la descrizione del mondo visibile passa attraverso un duplice filtro linguistico: i pensieri e le percezioni di Stefi, la scrittura narrativa che ce li declina alla terza persona. La voce del narratore diventa la voce stessa del mondo, e il rapporto tra prima e terza persona è ideale, intimo ma non appiccicoso. Con la sua Stefi, Pedullà ha in comune l'impulso di desiderio e la norma di discrezione con cui ci si aggira intorno a una zona misteriosa; e a questo punto si può anche azzardare un'ipotesi sul suo stile e su questo suo primo libro narrativo. Lo spagnolo senza sforzo non è un libro sulle parole ma sui linguaggi, dove il corpo e il pensiero si trasformano senza riserve in fascio e fusione di ritmi. È un autentico quanto dissimulato libro di testo sugli scambi linguistici e sugli scambi d'informazione, dove la parola "scambio" vale reciprocità economica e disguido, spesso volontario. Da queste cinque storie si torna a imparare che le catastrofi, soprattutto se invisibili, fanno bene, e possono far diventare grande anche chi grande magari lo è già: personaggi, scrittori, lettori, indifferentemente.
Domenico Scarpa

Recensioni dei clienti

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    alfredo

    28/05/2009 18:21:05

    Il talento purtroppo manca e manca il sangue, il vissuto la vera interiorizzazione della letteratura. Essere buoni studenti non significa essere scrittori. ma perché einaudi fa questi azzardi? il cognome? il cognome è la risposta.

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    Francesca B.

    15/05/2009 14:51:01

    I critici letterari, che quasi sempre sono mediocri critici letterari, non resistono quasi mai alla tentazione di passare all'altro lato, e quasi sempre con pessimi risultati (vedi Mondo, Marabini, e persino Asor Rosa). Eccone la dimostrazione in questa raccolta di racconti sull'amore, che evidentemente il suo autore non ha saputo guardare con occhio critico.

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