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J. M. Coetzee

Curatore: P. Splendore
Editore: Einaudi
Collana: Saggi
Anno edizione: 2006
Pagine: 168 p. , Brossura
  • EAN: 9788806172299

Se per Coetzee raccontare vuole dire "riportare dai più lontani margini", anche la letteratura va collocata in un "territorio lontano". Arrivarci "è un semplice problema di collegamento": si tratta di costruire "un ponte" e di collegare il luogo in cui ci troviamo nella realtà con un "territorio lontano, dove vogliamo stare", scrive in Elizabeth Costello (Einaudi, 2003), un libro ideato per essere saggio e romanzo insieme (e che ci riesce senza trasmettere artificiosità né noia).
Credo sia pensando a questo tipo di "viaggio" nella letteratura che Coetzee ha intitolato la sua raccolta di saggi critici Stranger Shores, ora in italiano nell'edizione e traduzione a cura di Paola Splendore (già traduttrice di Deserto, Donzelli, 1993) con il titolo di Spiagge straniere. Saggi 1993-1999, che della versione originale seleziona però soltanto alcuni capitoli. Ma le spiagge a cui approda Coetzee hanno anche un significato che più concretamente collega distanze storiche e geografiche: dal Settecento inglese del Robinson Crusoe di Daniel Defoe si passa al milieu russo di Dostoevskij, per arrivare ad autori del Novecento di provenienza e ambiente diverso: Musil e Borges, Byatt, Rushdie, Oz, Mahfouz, Gordimer (in una comparazione con Turgenev), Lessing, Breytenbach. Alcuni di questi vengono dal cuore dell'Europa, come Musil, altri ne rappresentano un'alterità "marginale", almeno apparentemente, provenendo dal Sudafrica, dalla Persia, dall'Egitto o dall'India; molti di loro restano in tensione fra il senso di appartenenza a uno stato lontano dalla cultura europea e il desiderio (o il destino) di spostarsi verso questo stesso centro o di porsi comunque in forte rapporto dialettico con esso.
Si tratta di classici? La domanda sorge spontanea perché in apertura viene pubblicato il testo della conferenza tenuta nel 1991 a Graz, in Austria, dal titolo tradotto Che cos'è un classico? Per certi autori la risposta sembra scontata, per altri non è affatto facile trovarla, né sembra che Coetzee voglia chiarirci che cosa sia un classico senza lasciare qualche ambiguità. Basta confrontare questo testo con quello di Calvino in Perché leggere i classici (Mondadori, 1995) per capire che l'uno si muove nelle idee chiare e distinte (ci dà un decalogo), mentre l'altro in un'oscurità che offre ben poche certezze, pur sollevando questioni critiche molto precise. In particolare, i discorsi che gli stanno maggiormente a cuore riguardano i rapporti tra la storia e la letteratura, e il problema dell'identità. Che cosa può avere significato per Eliot, ad esempio, ripensare Virgilio e l'Eneide (e con essi ridisegnare un'identità storica e letteraria dell'Europa), nell'ottobre nel 1944, "mentre le Forze alleate combattevano in Europa continentale e i tedeschi bombardavano Londra"? Oppure per lo stesso Coetzee ascoltare casualmente la musica di Bach una domenica del 1955 alla periferia di Cape Town, e rimanere come "paralizzato"? A loro volta, queste domande conducono a un'altra più esplicitamente formulata: "Quali sono i limiti – se ce ne sono – della relativizzazione storica del classico? Che cosa resta, se resta ancora qualcosa, dopo che il classico è stato storicizzato, della pretesa di parlare attraverso le epoche?". All'interno di tale indagine, l'autore arriva a una risposta, dicendo che il "classico è ciò che sopravvive alla peggiore barbarie". Ma a questo punto le domande sorgono in noi, e ancora più inquietanti: che cosa intende Coetzee, che ha scritto un libro come Aspettando i barbari, per "barbarie"? Si tratta di una provocazione, oppure di un diverso significato da dare al termine? Perché la critica, a suo dire, nel momento in cui preserva la sopravvivenza del classico (che dovrebbe già sussistere per il suo valore intrinseco), "può essere considerata uno degli strumenti dell'astuzia della storia"?
Questi problemi diventano ancora più urgenti alla luce della lettura degli altri saggi, dove è chiaro come la pietra di paragone resti sempre, inevitabilmente, il modello della letteratura occidentale, e soprattutto il romanzo realista. Ma anche qui il problema letterario si intreccia con quello storico e sociale, poiché l'interesse di Coetzee è tutto focalizzato sull'essere umano – e sull'essere umano in rapporto, appunto, con la storia e con l'identità – e, di conseguenza, sull'autore. "Solo il dolore è verità – scrive in Aspettando i barbari (Einaudi, 2000) – tutto il resto è soggetto a dubbio". E se la storia è inevitabilmente dolore, ecco perché è anche verità, nodo cruciale dell'indagine dello scrittore negli altri scrittori. Da un punto di vista sicuramente "fuori moda", infatti, che se ne infischia di Derrida e Barthes – molto più presenti, implicitamente, nei suoi romanzi – qui Coetzee mette in secondo piano i testi, anche se dà un certo spazio ai personaggi più significativi: vi fa capolino, ad esempio, Robinson Crusoe, "insieme al suo ombrello e pappagallo", e colpisce la figura di Zahira, nel romanzo L'epopea dei harafish di Naguib Mahfouz, "irrequieta nel ruolo di moglie, madre e nuora devota", che "usa le leggi progressiste dell'Islam per liberarsi di una serie di mariti insoddisfacenti, ma finisce ammazzata con un espediente da deus ex-machina che ci fa supporre che l'autore non sia riuscito a capire come concludere la parabola di questa donna impetuosa, volubile e ambiziosa", mentre delude la Frederica di Byatt, per l'"alquanto passiva intelligenza critica".
In generale, Coetzee esamina il raggio d'azione della parola e della scrittura di questi autori nel contesto di una società e di vicende storiche che rappresentano spesso forze contraddittorie, difficili da sostenere, e che pretendono l'affermazione di un'identità nel momento stesso in cui ne impongono con violenza una labile, incerta, inevitabilmente divisa o frantumata. È il caso di Musil, in bilico tra l'ipocrita Svizzera e la Germania nazista, o di Breytenbach, e delle considerazioni che può suscitare la sua provocatoria definizione di apartheid: "Siamo un popolo bastardo con una lingua bastarda. La nostra natura è di essere bastardi, ed è giusto così…". In taluni casi entrano in gioco, senza pudore o snobismi, elementi biografici che contribuiscono a delineare l'esperienza di questi scrittori, a dare corpo e concretezza alle loro pagine, come per Dostoevskij e Doris Lessing, la cui efficace "autobiografia" (così si intitola il capitolo a lei dedicato, ispirato a Sotto la pelle) delinea un rapporto difficile con la madre e quasi incestuoso con il padre, un matrimonio precoce, per andare alle radici della sua sensibilità personale e letteraria, ma anche di quella "coscienza morale" che l'autrice rivendica attraverso prese di posizioni politiche e confessioni tanto "inattuali" quanto doverosamente incisive oggi.
Ed è calandosi in questo intreccio – pur talvolta confuso, policentrico fino alla vertigine e criticamente poco ortodosso – tra parola letteraria, biografia e contesto storico, che Coetzee rivendica la sua libertà di fare critica, la volontà di guardare in faccia l'astuzia della storia senza accondiscendervi, ma interrogandola parlando di letteratura. E in questo modo, pur senza soddisfarci fino in fondo (perché troppo poco indulge a quel principio di piacere che desideriamo richiedere al testo e non all'autore), riesce ancora a portarci, da una diversa prospettiva, in quel "territorio lontano".
  Chiara Lombardi