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    tenzing norkhay

    24/05/2004 09:34:03

    Un libro meraviglioso, come quasi sempre quando si tratta di Mario Rigoni Stern. E’ un racconto lungo che si snoda attraverso le esperienze di Giacomo, ma soprattutto è un inno alla vita semplice, onesta e laboriosa dei tempi che furono, di quando la gente aveva fame e non aveva nient’altro. Forse c’è anche della nostalgia per quella vita, sen’altro più pesante fisicamente di quella che viviamo oggi, ma probabilmente più umana, più attaccata a quei valori di lealtà e bontà che sono annidati da sempre nei piccoli borghi sulle montagne. Vi si legge anche una certa critica al fascismo, o meglio ad alcuni aspetti di quel regime, che fatalmente sono quelli che ne hanno, alla lunga, causato il rovesciamento ed il seppellimento. Credo che oggi, in questi tempi frenetici e maledetti, dove tutti hanno una spaventosa volontà di arrivare da qualche parte, di impadronirsi di posizioni visibili da cui sia possibile gestire una fetta grande o piccola di potere anche a scapito dell’onestà e della moralità personale, ci sia un grande bisogno di leggere i libri di Mario Rigoni Stern, di assimilarne ogni più piccolo concetto, ogni più recondito messaggio, e metterli in pratica. Sono certo che vivremmo tutti quanti un po’ meglio.

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recensione di Pent, S., L'Indice 1996, n. 2

C'è sempre qualche volto di amico scomparso che sbuca dai ricordi del sergente nella neve per essere incorniciato nella memoria, a garantire una linea di continuità affettiva che supera le stagioni e rende omaggi mai troppo risaputi a una generazione spazzata via dalla guerra. Questa volta tocca a Giacomo, il cui ritratto riaffiora dalle pareti e dalle travi annerite di un casolare dell'Altipiano, su nella Spoon River di Asiago, terra di nascita e d'elezione di Rigoni Stern. L'incuria dell'abbandono ha sepolto tra le erbacce il paesaggio, ma le voci riemergono, e sono le voci che popolarono le montagne, tra stenti e fatiche, negli anni a cavallo tra le due guerre.
Cresciuto alla mensa della fame, tra un morso di polenta e una rapida sosta sui banchi di scuola, Giacomo deve presto fare i conti con la fatica di sbucciare la vita a mani nude, responsabile, oltre che di se stesso, di una famiglia il cui padre invia spiccioli di sopravvivenza e lettere magonate dalla Francia degli emigranti. Mario, l'alter ego e coetaneo di Giacomo che si fa narratore e commemoratore - forse lo stesso Rigoni -, segue da vicino le corse a ostacoli dell'amico, che s'inventa il mestiere di recuperante per rimpinguare le magre casse di casa e pagarsi una galoppata di Tom Mix al cinematografo. Sulle montagne circostanti la Grande Guerra ha lasciato tonnellate di materiale che viene venduto ai grossisti di metalli a prezzi da elemosina. Il lavoro comporta inoltre il rischio di farsi sparpagliare a pezzi sui monti incontrando ordigni inesplosi, e sono molti, tra gli oscuri personaggi della vicenda, quelli che finiscono così la loro stagione. Non Giacomo, che sulle orme del padre rientrato dall'esilio diventa in breve un esperto recuperante, un fiero montanaro che segue da lontano l'evolversi della Storia, con l'avvento di nuovi poteri che inneggiano alla patria e al Duce. Cresce la sua timida passione per Irene, mentre il piccolo mondo antico dell'Altipiano cerca di mantenere salde le proprie radici, la propria indipendenza dallo spettro sempre incombente della partenza verso il pane straniero.
Non è romanzo ciò che racconta Rigoni Stern, o perlomeno lo è soltanto nella misura in cui ogni vita semplice e comune contiene in sé il riassunto narrativo di una stagione sociale. Così seguiamo a passo d'alpino le stagioni di Giacomo, le sue modeste vittorie quotidiane, il contatto col mondo rude e orgoglioso dei recuperanti, la forzata adesione alla costruzione di un gigantesco monumento ossario, la speranza di partecipare al concorso per la Forestale, che gli garantirebbe un futuro ancorato al giro d'orizzonte dei suoi monti.
Ma la Storia, nei suoi gradini più bassi, raramente riserva amene sorprese. Sfilate, uniformi, discorsi altisonanti, campagna d'Africa, notizie dal fronte, e poi Mussolini che annuncia un nuova, "doverosa" entrata in guerra. È la generazione dei ventenni, quella di Giacomo, che parte per l'Albania e per la Russia. In un'isba abbandonata, nel cuore di un inverno di guerra, il narratore Mario trova il segno del passaggio di Giacomo su una parete, poche parole vergate in nero carbone, "saluti ai paesani che passano". Giacomo, ovviamente, non tornerà più indietro dall'immenso cimitero del fronte russo.
Poco più di quattro passi in scomodi scarponi, questa è stata l'esperienza di vita di Giacomo, e di tanti altri come lui che hanno respirato l'aria di troppe guerre. È questa galleria di modesti eroi della vita quotidiana ad aver contribuito ad assegnare a Rigoni Stern il ruolo di solido testimone di un'epoca e di un mondo. In questo caso la descrizione robusta e appassionata dell'oscuro lavoro dei recuperanti offre al testo una vivacità corale che ne accresce il valore simbolico al di là della consegna memoriale. Tra cronaca e storia, come sempre, Rigoni Stern riesce a essere un narratore schietto, dimostrando come bastino pochi lembi di passato, qualche volto amico, un orizzonte di montagne, per raccontare la vita.


recensione di Olmi, E., L'Indice 1996, n. 2

Le stagioni di Giacomo. E di Nino, di Bruno e Silvano, Toni, Rocco, Bibi, Rino. E la Betta del Toi, dentro la sua bottega; e Tita Baldara, il bidello. Poi i nomi delle ragazze! Nomi così dolci quando si sentivano scorrere come un miele per tutto il corpo ai primi amori adolescenziali. E ancora: i nomi dei luoghi e delle contrade. I Moor, il Ghelleraut, il Coxebech: nomi antichi e misteriosi.
E quanti altri nomi ancora nella memoria di Mario Rigoni Stern che racconta il paese dov'è nato e cresciuto sull'Altipiano, nel suo ultimo bellissimo libro. A partire dai ricordi di quand'era bambino e prima ancora: dai ricordi di coloro che ricordano. I vecchi che raccontano ai più giovani. Una memoria di tutti, un lungo filo che si allontana nel tempo passato; all'infinito. Ma basta un fruscio, un profumo, un oggetto qualsiasi dimenticato sul bordo d'un focolare e subito riaffiora la vita che è stata. Ed è ancora lì, quella vita, nell'erba dei pascoli, nelle pietre che segnano i confini dei campi lavorati, nei muri delle case antiche e delle stalle (qualcuna che ancora resiste alle "modernità"), e nei colori delle stagioni, negli odori del fumo di legna o dei muschi nel bosco. Quanti nomi, in questo libro di Mario! Nomi propri di persone, nomi di luoghi; ma anche nomi comuni di cose. Cose però che col tempo diventano familiari e si finisce col chiamarle col loro nome "proprio", come si fa con gli amici e i nostri cari. Sono i nomi delle cose vere, quelle delle necessità del vivere quotidiano in un paese isolato di montagna: sono le cose che Madre Natura ci mette davanti agli occhi per farcele riconoscere e apprezzare come creature che ci vivono accanto.
Nel raccontare le sue storie, Mario Rigoni Stern non si propone mai come un protagonista che agisce all'interno di una certa realtà. Lui stesso è quella realtà. Non c'è distacco critico fra lui e il suo mondo; non si pone all'esterno per osservarlo e poi rappresentarlo. Egli parla: ed è tutto il suo mondo che parla attraverso di lui. Il suo sentimento poetico è la poesia muta delle cose: il silenzio del tempo che cambia le stagioni e la terra e fa trascorrere gli anni e crescere i boschi e gli uomini; è l'appartata vita di costoro, dove l'esistenza di ognuno si confonde con il tutto. Ma di questo "tutto" lui, Mario, riconosce ogni minima parte e la chiama col "suo" nome. Il nome giusto: il nome "proprio".
Ed è una lunga catena di nomi: di persone, di cose. Un unico filo a cui tutti, in fondo, ci sentiamo legati. Anche coloro che forse sentono o credono di sentirsi estranei al mondo di Mario e alle stagioni di Giacomo. Perché la storia (per me, quella vera) è la storia di tutto e di tutti, legati a unico filo: persone, cose, animali, pioggia e sole, odori e colori: ciascuno col "proprio" nome.