Storia dei diritti umani

Marcello Flores

Editore: Il Mulino
Anno edizione: 2008
In commercio dal: 20 novembre 2008
Pagine: 371 p., Rilegato
  • EAN: 9788815127037
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Una nota casa produttrice di orologi (giapponese) pubblica sui quotidiani italiani una pagina di pubblicità a un suo modello ecologico, a ricarica solare, nella quale si elencano in forma estremamente abbreviata i trenta articoli della Dichiarazione universale dei diritti umani. A questi si aggiunge un trentunesimo diritto: il diritto appunto all'ecologia, soddisfatto dall'acquisto dell'orologio in questione. Più che segnalare l'ovvia intenzione manipolatoria delle emozioni del lettore-acquirente, vale sottolineare che la pubblicità si appella alla nozione del diritto umano e si colloca nel solco di una lunga tradizione proponendosi di conservarla, rafforzarla e completarla.
Se c'era necessità di una conferma della tesi da cui parte Marcello Flores, che il discorso sui diritti umani è ora ubiquo, eccola nella pubblicità dell'orologio a ricarica solare. Che, credo involontariamente, segnala un altro problema importante, la storicità e quindi variabilità dei diritti umani nel tempo. Una storia dei diritti umani come questa, scritta da Flores adottando un taglio soprattutto narrativo, presupporrebbe una concezione apertamente costruttivista dei diritti umani: prodotto nell'evolversi dei rapporti politici ed economici, l'insieme dei diritti umani potrebbe essere considerato il complesso delle condizioni di rispetto per la vita umana che le società o parti significative e influenti di queste via via ritengono siano assolutamente irrinunciabili. Per questo, malgrado si inizi da Hammurabi, la storia prende slancio, precisione e concretezza solo con l'elaborazione settecentesca e illuminista dei diritti, come Bobbio aveva già giustamente rimarcato. Ma Flores sembra, in particolare nei paragrafi conclusivi del libro, suggerire l'idea che di fronte agli attacchi postcoloniali a una nozione essenzialista dei diritti umani, che respingono l'universalità dei diritti umani come l'ennesima menzogna occidentale, si debba insistere sul loro carattere universale.
Prima di affrontare la crisi attuale della nozione di diritto umano, di cui la critica postcoloniale è solo un elemento, Flores descrive sia le teorie dei diritti sia, e con ben maggiore dettaglio, gli individui e le organizzazioni che, dalla fine dell'Ottocento e per tutto il XX secolo, si sono occupati di difesa dei diritti umani di fronte all'incrudelirsi sistematico della guerra e dello sfruttamento, europeo e non solo europeo, nel mondo. Giustamente, la scansione fondamentale individuata da Flores è nel passaggio dai diritti umani civili e politici espressi innanzitutto nelle dichiarazioni rivoluzionarie del 1776 e 1789 alla concezione ottocentesca dei diritti umani in ambito sociale ed economico, i diritti di seconda generazione. Flores vede l'importanza dello snodo, ma finisce per seguire solo l'evoluzione dottrinale e operativa dell'intervento umanitario in una prospettiva essenzialmente civile e politica. Sorprende che, discutendo della rivoluzione del 1848 in Francia, l'accenno ai provvedimenti sociali sia molto rapido e manchi una discussione più ampia del perché fallì il tentativo di porre su basi solide la soluzione al problema del diritto al lavoro, vale a dire alla questione centrale della forma europea di produzione.
L'impegno profuso nella commissione del Luxembourg e il famoso discorso di Tocqueville del 12 settembre 1848 dimostrano che il diritto al lavoro era preso sul serio da entrambe le parti dello schieramento. Flores ha certo ragione a criticare retrospettivamente la scelta della cultura marxista di rigettare i diritti universali come finzione borghese e strumento di inganno ai danni degli sfruttati. La rivendicazione dei diritti sociali ed economici come parte di un discorso sui diritti umani ha avuto un'importanza storica che mi pare difficile negare; l'idea di una fratellanza degli sfruttati e di una loro lotta comune per il riscatto umano oltre che economico è stata un tema non secondario della storia politica otto-novecentesca che ancora innerva, a torto o a ragione, la retorica no-global.
Flores ha pagine interessanti e ricche di informazioni sul movimento pacifista e sui movimenti di protesta contro le violazioni dei più elementari diritti in Congo e in Sudafrica. Così come è convincente l'accento posto sul processo complesso per cui, negli anni trenta, si attua la sistematica distruzione pratica dei diritti negli stati totalitari e si pongono le fondamenta per "la riscoperta dei diritti" che è alla base di quella "cultura dei diritti" più volte evocata da Flores nella parte conclusiva. Che questa "cultura dei diritti" si sia manifestata in forme molto diverse va da sé: dalla disputa sul Kosovo alle due guerre in Iraq, dallo scontro in Cecenia alla perdurante crisi in Tibet, alcuni dei momenti centrali delle vicende internazionali sono stati dominati da argomentazioni basate in tutto o in parte sulla retorica dei diritti umani. A ragione Flores segnala, da una parte, il crescente peso delle organizzazioni non governative nell'osservazione delle situazioni di crisi dei diritti umani, dall'altra, l'attivismo delle Nazioni Unite e delle loro diverse agenzie. La conseguenza sembra essere un effettivo per quanto ancora parziale superamento dei limiti della sovranità degli stati: la "responsabilità di proteggere" si è affermata quindi come un compito vieppiù evidente, cui sono estremamente sensibili le opinioni pubbliche, soprattutto se nutrite di televisione. Come poi questi limiti della sovranità statali debbano/possano essere superati, in quali occasioni, in funzione di quali obiettivi umanitari, è questione cruciale che può, suggerisce ragionevolmente Flores, essere decisa solo dalla politica, non seguendo principi astratti.
Resta che la definizione del contenuto dei diritti umani è un prodotto storico della civiltà occidentale della quale segue le oscillazioni, le aperture e i ripiegamenti, lo slancio universalistico e l'ossessione acquisitiva a danno altrui. La capacità attrattiva del discorso dei diritti umani è innegabile: anche la chiesa cattolica ha partecipato, pur nettamente in ritardo rispetto alla Dichiarazione universale del 1948, alla diffusione della "cultura dei diritti" e interviene ora nel discorso globale sul riassetto del mondo utilizzando sistematicamente la nozione di diritti umani e sperimentando disinvoltamente le combinazioni più svariate che integrano la concezione tomistica dei diritti con un allargamento elastico della sfera di validità della nozione di natura immutabile. E realmente la cultura dei diritti umani rischia di essere vittima del suo successo: più che l'opposizione di chi insiste sulla regionalità culturale dei diritti umani, sembra minacciarla l'inflazione di contenuti, sempre più specifici, sempre più dettagliati, sempre più discriminanti, sempre più attenti a dare una dignità atemporale a caratteri che sono culturali e quindi mutevoli, ma in cerca di uno statuto superiore.
Al di là, forse, delle intenzioni dell'autore, il libro suggerisce che per salvarsi ed essere efficace la "cultura dei diritti" deve concentrarsi su un nucleo davvero essenziale di protezioni alle essenziali libertà individuali, collegando diritti civili e politici a diritti sociali ed economici. Di fronte all'insidia incontrollabile della catastrofe ecologica e del debito globale accumulato sulle generazioni future, la nozione di diritto umano richiede di essere concentrata e addensata perché resti centrale nella discussione politica internazionale. Anche così c'è molto da lavorare.
Edoardo Tortarolo