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G. Carlo Ferretti

Editore: Einaudi
Anno edizione: 2004
Pagine: XIV-517 p. , Brossura
  • EAN: 9788806157364

È uno studio ampio e generoso quello che Gian Carlo Ferretti indirizza ai bibliologi, ai letterati sensibili alla dimensione concreta del loro fare, ai frequentatori di master e corsi universitari specialistici. Uno studio che si offre come sintesi di un cinquantennio di editoria italiana e insieme come ausilio per chi intenda ricostruire il profilo di singoli marchi e professionisti del settore. Vale sia in funzione di repertorio, sia come manuale storico, in cui la mole davvero ingente di notizie rischia forse di sovrastare gli snodi concettuali più delicati, dando al lettore il senso del troppo pieno, della mappatura totale, ma assicurandogli per altro verso il conforto di uno strumento di consultazione sempre attendibile e a portata di mano.

A scandirne le pagine è una cronologia emblematica e persuasiva: 1945-1958 (anno del Gattopardo), 1958-1971 (morte di Arnoldo Mondadori); 1971-1983 (tracollo di casa Einaudi), 1983-2003. Altrettante tappe utili a rappresentare, in ordine, la transizione verso forme più strutturate di mercato, il boom economico nazionale e i suoi riflessi sul mondo del libro, il declino dello storicismo enciclopedico coltivato dai torinesi a favore di una nuova mistica aprogettuale di latitudine adelphiana, il costituirsi di un'industria dei contenuti che veicola la produzione a stampa nel grande mare della multimedialità. Ferretti è molto attento a non indurre visioni catastrofiche, più volte cerca di rinsaldare costruttivamente le fila del suo discorso, e tuttavia la parabola che ci viene indicando suscita un senso di snaturamento e di lutto. La scena secondonovecentesca si apre e si chiude all'insegna di una triade di fatti interconnessi: il tramonto dell'editore protagonista insieme con i suoi consiglieri più preziosi, i letterati editori, ossia i Calvino, i Sereni, i Debenedetti; l'emergere in loro vece del funzionario o editore incaricato, "manager di carriera extraeditoriale (e culturale)", poco propenso al carattere spassionato del fare librario e più attento al conto economico; la perdita di identità, infine, a cui la maggioranza dei marchi va incontro una volta collocate le proprie strategie nel campo dell'impresa competitiva.

Ferretti sa bene che il cosiddetto editore protagonista, di cui oggi si avvertirebbe la mancanza, reca un carattere quantomeno duplice. Se in taluni casi ha sì promosso e organizzato l'alta cultura, fornendo al pubblico italiano opere preziose e durevoli, d'altra parte ha edificato grandi complessi industriali, che hanno contribuito largamente all'uniformazione e risegmentazione dei gusti di lettura. Personalità marcate e idee distinte di libro ebbero senz'altro Valentino Bompiani, Giulio Einaudi, Livio Garzanti, Giangiacomo Feltrinelli, e ora Roberto Calasso, Elvira Sellerio. Ma non meno riconoscibili sono magnati come Arnoldo Mondadori o Angelo Rizzoli o Edilio Rusconi; mentre una posizione intermedia fra ricerca qualitativa e fiuto commerciale vengono assumendo figure certamente spiccate come Leo Longanesi o Mario Spagnol. Tutto ciò Ferretti lo sa bene, anzi ce lo spiega; sicché alla sua analisi sarebbe difficile imputare una cecità insofferente rispetto alle dinamiche del mercato librario.

Va piuttosto osservato che a derivarne è un ragionamento in qualche misura rigorista, manicheo, in forza del quale o il mercato lo si domina, lo si plasma, con piglio talentuoso da grande timoniere, oppure se ne resta travolti, finendo per deporre sull'altare del fatturato e delle quote qualsiasi ambizione progettuale. E ancora: difficile negare a Ferretti l'onestà civile con cui ci informa delle insufficienze manageriali anche gravi che hanno travagliato l'insieme dell'editoria nostrana. Anche qui tuttavia non si sfugge alla sensazione di un doppio atteggiarsi dello studioso, per cui le crisi finanziarie, i fallimenti, le estromissioni dolorose dalle cariche e finanche gli arresti per falso in bilancio parrebbero un dato di natura, circostanze imponderabili nel mondo del libro come in ogni altro comparto produttivo, mentre l'imporsi di un'editoria a vasto raggio e più aperta alle pratiche di marketing diventa un dato di cultura, o meglio di incultura, tecnocratica e omologante.

Il dispiegarsi d'altronde di un sistema editoriale modernamente attrezzato e di massa risulta in certa misura postdatato nel volume di Ferretti, spostato in là di alcuni decenni rispetto al suo incidere effettivo. L'intervento del capitale finanziario, l'individuazione di nuovi generi e sottogeneri atti a catturare i gusti di un pubblico trasversale, il rinforzo alla lettura fornito dalle trasposizioni filmiche, sono tutti fenomeni insediatisi nel paese a partire dagli anni venti e trenta del Novecento: il ricorso alle banche da parte della Treves, di Mondadori, Bemporad, Zanichelli, la nascita dei gialli, dei romanzi rosa, la nozione di libro-evento, la vulgata biografico-romanzesca, il collegamento con la programmazione hollywoodiana nella collana "Sidera" di Rizzoli, nell'immediato dopoguerra.

Con ciò non si sta imputando all'autore una carenza informativa o il mancato tratteggio di politiche librarie che restano fuori dai margini temporali stabiliti; andrebbe notato nondimeno che il trasferimento in avanti dei fenomeni di massificazione e inclusività editoriale tipici del primo Novecento viene poi a gravare sulla stessa idea ferrettiana di "apparato", in quanto strapotere esercitato da manager in tutto o in parte estranei alla cultura del libro. Ebbene - meglio dirlo con chiarezza - non è "l'apparato", non sono i Ferrauto, i Buzzi, i Jesurum, i Polillo a pilotare il nostro complesso editoriale nell'industria dei contenuti e nella multimedialità; è piuttosto lo svolgersi pluridecennale di una civiltà di massa che vede l'imprenditore librario al bivio tra ammodernamento produttivo e rientro nell'artigianato. Nessuno intende occultare le distorsioni, i pressapochismi e le anomalie italiane di vario tipo che hanno concorso alla costituzione di un quadro certo non esaltante come l'attuale, ma questo è il dato: moderna editoria industriale o suo ridimensionamento strategico in senso neoartigianale e magari mecenatesco e assistito; e a questo medesimo dato vanno poi riferiti i processi di concentrazione orizzontale e oligopolistica manifestatisi nel paese a partire dagli anni settanta.

Forse su un punto, ingrato, decisivo, varrebbe la pena di discutere e di intendersi meglio. Ferretti considera il cinquantennio editoriale appena trascorso nel segno di una dialettica inesausta tra inclusione dei gusti di lettura e riframmentazione funzionale delle scelte; tra confluenza del pubblico verso un medesimo habitus e controspinta di indole idiosincratica, settoriale. Senonché giudica il secondo fenomeno come mero "risvolto" del primo: ci si divide - sembra intendere - giusto perché privi di una vera gerarchia di valori, giusto perché deboli, eterodiretti. Mentre è proprio un'altra scena quella che si apre, inassimilabile alla precedente, ottocentesca, romantico-positivista, fondata sull'opposizione di alta cultura aristocratico/borghese e cultura, anche libraria, per i ceti subalterni. Ora il bacino editoriale è uno, non per riduzione o disseccamento delle diversità, ma perché sono stati ricondotti a sintonia di gusto i particolarismi e i retaggi marginali, moltiplicando contemporaneamente le tipologie di offerta. Se non si coglie il fatto in sé, se non lo si accetta nella sua storicità cogente, resta poi difficile approntare strumenti di analisi che non indulgano al pessimismo.

Basti vedere l'immagine di pubblico librario che l'autore ci consegna a fine volume: "un pubblico estremamente variegato, incerto, indistinto, mutevole, stravagante, influenzabile volta a volta dalle mode, dalla cronaca, dalla pubblicità, dai mass media". L'acquirente comune, il soggetto sociologico che dà da vivere a una "grande" editoria industriale è esattamente questo, è lui, sputato, noi tutti in varie forme e sensibilità ne facciamo parte, e non può essere inteso come degenerazione patologica di chissà quale Eden gutenberghiano.

Recensioni dei clienti

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    David Pacifici

    29/11/2004 11.12.25

    Un libro fondamentale e non solo per chi lavora nel settore editoriale. Lo stile è assolutamente brillante e Ferretti ha trovato il perfetto equilibrio tra sintesi e narrazione. Attraverso le pagine del libro viene fuori la storia dell'Italia dal dopoguerra ad oggi. Preciso, puntuale, mai noioso, l'aneddotica non sfonda mai nel pettegolezzo, l'opinione del cronista non è mai faziosa. Finalmente colmato un vuoto editoriale/culturale. Un libro incredibile da acquistare senza ombra di dubbio David Pacifici

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    Andrea

    02/11/2004 07.26.57

    Fra non molto mi dovrò laureare in storia della stampa e dell'editoria e ho dovuto leggere questo libro in vista del lavoro di tesi.Ottima l'idea di base perchè mancava completamente una sintesi storica che trattasse sinteticamente gli ultimi 60 anni di editoria..ma lo stile..è sconcertante e rende il saggio a tratti veramente pesante per non dire incomprensibile.E' davvero un peccato. Strettamente riservato agli addetti ai lavori.

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