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Vittorio Coletti

Editore: Einaudi
Edizione: 2
Anno edizione: 2000
Pagine: 460 p.
  • EAN: 9788806154332

recensione di Mengaldo, P.V., L'Indice 1994, n. 2

Questo ottimo libro tien dietro di quattro anni a uno di taglio simile ma a sei mani, "L'Italiano letterario. Profilo storico" di Beccaria-Del Popolo-Marazzini (Utet). È un uno-due che indica bene una situazione scientifica, cioè la maturità degli studi sulla nostra lingua; e un bisogno, vale a dire quello di leggere linguisticamente non solo i testi (cosa che si fa da tempo e anche troppo) ma la loro concatenazione in una storia letteraria.
Passando dal fatto al diritto, si può osservare che una storia separata della lingua letteraria è consentita se non altro, in linea appunto di diritto, dalle influenti metodologie linguistico-letterarie del nostro secolo che pongono la nozione di "scarto" dalla lingua comune (e dagli istituti letterari stessi) come costitutiva del linguaggio della letteratura, o vedono nella lingua poetica (e letteraria?) il luogo privilegiato del manifestarsi di una distinta "funzione" del linguaggio, la funzione poetica. Più in concreto, vale come autorizzazione a imprese come quella di Coletti l'enorme distanza in Italia della lingua letteraria dalla comune, fino a tempi molto recenti (e al suo interno il distacco della lingua poetica dalla prosastica, già sottolineato a suo tempo dal Salviati). E per conto suo Coletti sottolinea opportunamente nella premessa la grande coesione, compattezza dell'italiano letterario nella sua storia, parlando di "un percorso quasi rettilineo, anche se non ininterrotto, verso una soluzione centrale, comune e nazionale".
Questo punto di vista fa sì, intanto, che nel libro in questione lo spazio per la letteratura dialettale sia più scarso di quanto altri, con diversa impostazione, avrebbe concesso, e nullo sia quello che tocca ai prodotti letterari in antiche lingue "illustri" regionali o cittadine (mettiamo, Bonvesin de la Riva) indipendenti dal toscano: con l'eccezione naturalmente della scuola poetica siciliana, che nella toscanità rifluisce per le note ragioni di trasmissione culturale. È un punto di vista che si può magari discutere, ma che ha il pregio della chiarezza e coerenza, ed evita la dispersione. Basta del resto intendersi, e tener ben presente che l'aspetto centripeto di cui sopra non impedisce che la letteratura, in Italia, non si sia - fino ad oggi! - espressa solo in toscano o italiano comune.
Ancora un aspetto di metodo su cui Coletti è spesso ed esplicitamente chiarissimo: e cioè che egli si tiene sempre su un piano storico-lingutstico, vietandosi il passaggio o scivolamento alla stilistica. Si può dire altrimenti: i fenomeni linguistici, in questo libro, sono spiegati o inquadrati attraverso categorie a loro volta linguistiche, e la stilistica è eventualmente un punto di partenza, non d'arrivo. Se sia possibile fare storia di una lingua letteraria senza stilistica, può essere ritenuto un problema aperto. Comunque il serrate i ranghi di Coletti gli permette di ottenere risultati, sia d'ordine descrittivo che classificatorio, non raggiungibili se dalla linguistica si passa a volo alla stilistica, e dalla tradizione all'individuo. Nello specifico, mi fermerò su un solo punto. Coletti in linea di massima rinuncia a servirsi di analisi metriche: la metrica è tradizionalmente ritenuta di pertinenza della stilistica, ma per un linguista come JakoLson faceva senz'altro parte della linguistica. A parte ciò non di rado sono precisamente gli assetti metrici determinare o favorire quelli sintattici: tipico il caso del verso libero lungo, che fa entrare in poesia, senza il lasciapassare dell'enjambement, un fraseggiare ampio, prosastico; all'inverso è da ritenere che l'affermarsi nella poesia per musica delle ariette a versi brevi sia coestensivo a quello di un periodare breve, conciso, tendenzialmente sentenzioso. E cosa determina nella struttura sia lessicale che sintattica del testo la sua destinazione alla musica, con la sua difficoltosa fruizione orale, ecc.? A maggior ragione, Coletti non contamina mai giudizi linguistici e letterari. Certo non può non servirsi, più o meno neutramente, di categorie storiografiche elaborate dagli storici della letteratura. Funziona ad esempio quella di "Dolce Stil Novo", proprio perché lì l'estrema diffrazione degli individui poetici non esclude, paradossalmente, una grande omogeneità sul piano linguistico. E io avrei forse usato di più quella di petrarchismo, anche perché il magnifico libro di Marco Santagata sulla lirica aragonese del secondo Quattrocento ha mostrato che prima di Sannazaro e Bembo si può essere "petrarchisti" nella lingua senza esserlo nei contenuti, nello stile ma non nella metrica, ecc. Insomma: fino al classicismo cinquecentesco da Petrarca si diramano linee asintotiche e, come è molto significativo, il modello dominante di lingua poetica (in senso lato) agisce in una parte più e meno altrove - l'azione contraria, compatta è ciò che distingue ogni classicismo.
Altrove, e soprattutto avvicinandosi a oggi, l'autore propone lui stesso dei contenitori in base a parentele o microtradizioni precisamente linguistiche, e lo fa intelligentemente. Ecco, poniamo, che a Leopardi segue nello stesso capitolo, sotto opportuna etichetta, Carducci (peccato magari che non ci sia Giordani); Pirandello, Svevo, Moravia e altri abitano lo stesso comparto intitolato al "grado zero" della scrittura. Altrove le costruzioni di questo tipo sono brillanti ma forse un po' forzose, e non finiscono di convincere. Ma è da dire che, in particolare, per la prosa narrativa e altro del Novecento io non ho mai visto, sia in studi letterari che linguistici, apparentamenti che non forzino soggettivamente una situazione in cui, molto significativamente, l'aspetto centrifugo, di dispersione anche linguistica, prevale nettamente su quello centrifugo.
Dunque, come si è accennato, Coletti sa bene che per una storia della lingua letteraria di taglio "linguistico" è essenziale individuare e descrivere tradizioni, ovverosia 'koin…i' diacroniche; ma, all'interno di queste, Coletti vede bene come sia anche essenziale delineare il confronto fra quelle che Longhi chiamava le "persone prime": a cominciare dalla polarità delle polarità, quella che oppone Dante a Petrarca, prospettando insieme due contrapposte linee linguistiche ideali eterne. È grande merito dell'autore di questo libro (come ha ben visto subito Luigi Baldacci recensendolo sul "Corriere") quello di aver affrontato la capitale questione in modo del tutto originale: e cioè diverso sia, ovviamente, dai criteri psicostilistici, per così dire, che hanno una brillante realizzazione nel "Palallelo" foscoliano; sia, com'era più difficile, dalla canonica impostazione tutta linguistico-stilistica di Contini (espressionismo e ricchezza danteschi contro attenuazione stilistica e riduzione linguistica di Petrarca). Coletti batte invece sul fatto che la transizione fra i due, e la successiva egemonia petrarchesca comportano, con l'acquisto di sottigliezza psicologica (testimoniato in particolare nella lingua poetica, direi, dalla ricchezza dell'aggettivazione e delle coppie e serie), la perdita di quelle capacità intellettuali, argomentative che Dante aveva quasi miracolosamente immesso nell'italiano della "Commedia", anche inglobando l'esperienza prosastica del "Convivio" (su cui Coletti, che ne è conoscitore, molto giustamente insiste). Componendo - se è lecito comporre - le due impostazioni, si avrebbe dunque che la ricchezza e tensione linguistica di Dante sarebbero funzione sia di energia stilistica sia di articolazione concettuale. Comunque - è un'altra tesi "forte" di Coletti - quelle possibilità di una lingua poetica "concettuale" torneranno a vivere solo ben più tardi, in un altro poeta-filosofo, Leopardi: non si può che applaudire a questa arcata, magari è da chiedersi se la giusta nettezza dell'opposizione colettiana non riesca sfumata dalla considerazione che Leopardi bensì ragiona in poesia, ma entro un tessuto linguistico ben petrarchesco. In ogni caso, come ha detto una volta recisamente Contini, senza Petrarca la tradizione poetica italiana è inspiegabile, mentre è spiegabilissima senza Dante. E quando noi leggiamo lirica moderna di altri paesi - sia lecito anche a me un balzo -, soprattutto inglese e americana, vi avvertiamo una permeabilità al pensiero (anche, per così dire, al pensiero del quotidiano) che nella nostra è assente o deve contrarsi nel nocciolo dei simboli. Perciò i maggiori esponenti di quella poesia, Browning ed Eliot, Pound e Auden, guardano a Dante, e Montale - che anche da questo lato è così poco italiano - guarda insieme a Dante e a loro.
Non si finirebbe di chiosare questo punto. Non farò a Coletti il torto di osservare fiscalmente (come a maggior diritto si poteva a Contini) che paragonare un poema narrativo-didattico a un canzoniere amoroso non è del tutto lecito neppure linguisticamente: a rigore l'unico paragone lecito sarebbe fra "Commedia" e "Trionfi": ma è pure vero che anche in questo libro la forcella "Commedia" / "Rerum vulgarium fragmenta" è vista assai meno in sé che nella sua posterità, la quale si incarica di annullare l'opposizione di generi, come vediamo benissimo nel "Furioso", la cui portata linguistica rivoluzionaria, e il cui paradigma, consistono precisamente nell'aver trasferito i modelli linguistici petrarcheschi dalla lirica al genere, fino allora aberrante nel basso, del poema cavalleresco. Per quanto fiscale, il cenno valga comunque a ricordare a quanti si occupano di lingua letteraria italiana che le osservazioni in materia andrebbero sempre messe in relazione (come troppo di rado facciamo) con le questioni del "genere": io ad esempio non so togliermi dalla mente che solo così si possa descrivere, distinguendo, Pascoli, in genere caratterizzato magari brillantemente ma come se "Myricae" e "Poemi conviviali", poniamo, fossero la stessa merce.
E la prosa? Il "Convivio" e la prosa narrativa boccaccesca non sono evidentemente entità equipollenti, nell'autorità e diffusione anzitutto; ma è altrettanto evidente che l'"edonismo" (Segre) che la seconda fomenta vittoriosamente è anche basso tasso concettuale. Evidente dovrebbe pure essere che quell'edonismo, e la relativa unidimensionalità, sono dovute non solo alle censure pubbliche o private che colpiscono le zone più "devianti" del "Decameron*, ma anche al fatto, che andrebbe sempre ricordato, che fino a una certa epoca le opere "minori" in prosa del certaldese sono altrettanto autorevoli e penetranti del "Decameron*. La grande svolta, prima di Manzoni e delle "Operette morali" sarà ovviamente la prosa illuministica, ma anche e proprio per il fatto, acutamente suggerito da Coletti, che contro il classicismo precedente praticherà la mutua permeabilità dei sottocodici. Molti altri sono gli spunti stimolanti e le esatte tesi "di fondo" di questo libro, e non si può percorrerli.
Ne isolerò uno, ottocentesco: a partire da un penetrante suggerimento leopardiano Coletti mette l'accento sul rapporto inverso fra "modernizzarsi" della prosa (vedi sopra) e "specializzarsi" della poesia. Perfetto. E vi si unisce un'altra idea, sul classicismo come, già in Foscolo, viatico alla contemporaneità. E io avrei legato a questa la dimostrazione, eseguita anni fa dal citato Baldacci, che nel melodramma ottocentesco (cui forse avrei dato più spazio) il linguaggio è più aulico quanto più la materia è scottante ("Traviata"...), tanto più realistico quanto più l'argomento è storicamente remoto ("Rigoletto"...). Forse si può proporre che, fermo restando il giudizio sulla mediocrità complessiva, questo punto di vista potrebbe mutare abbastanza radicalmente quello, firmato dapprima dal classico de Lollis, sull'inadeguatezza linguistica rispetto ai propri contenuti "nuovi" della poesia ottocentesca fra Berchet e Carducci questa inadeguatezza potrebbe essere cioè anche strategia e copertura, non solo impotenza e soggezione ai canoni. Ma non insisto.
Chiunque percorrerà il bellissimo libro di Coletti, noterà, novità di impostazioni a parte, che egli non ha fatto sparire, come in un'opera di questo respiro sarebbe facile, nessun tema scottante, non si è cioè nascosta alcuna difficoltà. Parla chiaro fra le altre una parte particolarmente densa come quella sul Novecento, in cui si è cercato veramente di pescare il pescabile. E chi conosca qualcuno dei temi da lui trattati non può che constatare con meraviglia e ammirazione che mai, neppure per quelli dotati di più ampia e miglior bibliografia, l'autore ha rinunciato a metterci del suo. Anche questo fa la compattezza di quest'opera, veramente "firmata", o, come si dice della prosa "creativa", tutta scritta. In particolare Coletti ha sfruttato con intelligenza pari alla diligenza quegli strumenti fondamentali che sono lessici e concordanze (per esempio i poeti della scuola siciliana, o Montale): e sfruttati non solo per la tipologia qualitativa del lessico, ma anche - dove sia il caso - per osservazioni sulle frequenze: è chiaro che i rilievi sul lessico si portano così su un piano di maggior articolazione e insomma di strutturalità. È inevitabile, voglio dire strettamente dipendente dalle nostre odierne conoscenze, che così venga accentuato lo squilibrio fra osservazioni lessicali e sintattiche.
Del resto per ciò che è costitutivo nella sintassi (grandi tendenze epocali a parte) è difficile agire se non su base individuale, e se non utilizzando descrittivamente quelle categorie retoriche che appartengono pur sempre alla stilistica. In altri casi (uno solo: Alfieri) Coletti utilizza gli apparati diacronici di questa o quella edizione critica, cioè fa emergere dall'esame delle varianti d'autore tendenze di sviluppo che caratterizzano gli autori, e un po' anche le transizioni della cultura poetica generale. E il suo volume è già troppo ampio e comprensivo perché gli si possa rimproverare di non aver insistito ancora di più sulle varianti.
Tutto questo per dire che la bontà di questo libro - già un classico della storia della lingua italiana, ma nello stesso tempo punto di partenza stimolante per tante indagini future - è dovuta, oltre che alla cultura e all'intelligenza dell'autore, a una ricchezza di strumentazione che fa poi tutt'uno con la sua onestà.

Prima di diventare la lingua della nazione, l'italiano è stato a lungo la lingua dei libri e, per molti aspetti, solo di quelli di letteratura. Per secoli, la sua è stata la storia di una lingua speciale, soltanto scritta, scandita da costanti e mutamenti legati a ragioni assai piú letterarie che linguistiche, piú al gusto che all'uso.
Questo libro ricostruisce la vicenda dell'italiano letterario, dai primi secoli di ricerca di una lingua sovra municipale e comune all'affermazione di una autocoscienza linguistica negli scrittori del Rinascimento. Ripercorre poi il successo secolare della regolamentazione fissata dall'opera di Pietro Bembo e dell'Accademia della Crusca fino alle sue ultime propaggini, che lambiscono addirittura, in poesia, il Novecento. Infine, si occupa delle novità che la tardiva socializzazione ha indotto nella lingua letteraria, inseguendone la variegata fisionomia nei romanzi e nelle poesie dal Risorgimento ai nostri giorni.

Premessa. - Parte prima: Alla ricerca di un modello. l. La scuola poetica siciliana. 2. I siculo-toscani. 3. Lo stil novo. 4. Dante. 5. Petrarca. 6. La prosa delle origini. 7. Primi successi del toscano. 8. Ultime resistenze alla norma. Parte seconda: L'età della norma. l. La questione della lingua. 2. L'adeguazione alla norma. 3. Il gioco delle lingue. 4. La trattatistica. 5. L'accademia della Crusca. 6. L'età barocca. 7. Italiano in Arcadia. 8. Il rinnovamento della lingua. 9. Una lingua a teatro. 10. Peso e risorse della tradizione. 11. Classicismo e romanticismo. La lingua poetica dell'Ottocento. 12. "Un linguaggio poetico distinto e proprio". - Parte terza: I. La prosa narrativa. 1. Manzoni. 2. Le molte lingue del romanzo. 3. Il verismo linguistico. 4. D'Annunzio e la funzionalità della lingua letteraria. 5. Verso la lingua di grado zero. 6. Tra prosa e poesia. 7. Le risorse del repertorio linguistico nazionale. 8. La lingua comune: consenso e rifiuto. 9. Un italiano concreto e preciso. 10. Contro la lingua media. Parte terza: II. La poesia. 1. La crisi del linguaggio poetico. 2. l conti col passato. 3. La stagione dell'espressionismo. 4. Codificazione dell'eversione. 5. Montale. 6. Una lingua piú affabile. 7. Una lingua impoetica. - Bibliografia. - Indice delle cose notevoli. - Indice dei nomi.