Storia della cultura fascista

Alessandra Tarquini

Editore: Il Mulino
Anno edizione: 2011
In commercio dal: 1 giugno 2011
Pagine: 239 p., Brossura
  • EAN: 9788815149589
pagabile con 18App pagabile con Carta del Docente

Articolo acquistabile con 18App e Carta del Docente

Approfitta delle promozioni attive su questo prodotto:
Disponibile anche in altri formati:

€ 15,30

€ 18,00

Risparmi € 2,70 (15%)

Venduto e spedito da IBS

15 punti Premium

Attualmente non disponibile
Leggi qui l'informativa sulla privacy
Inserisci la tua email
ti avviseremo quando sarà disponibile
 
 
 

Recensioni dei clienti

Ordina per
  • User Icon

    Marco

    05/07/2011 17:13:32

    Chiaro, essenziale, una pietra miliare nella ricerca storiografica sul fascismo... questo il mio giudizio dopo la prima lettura (mi riprometto infatti di rileggerlo nuovamente per catturarne possibilmente ogni dettaglio) del nuovo libro di Alessandra Tarquini. Chiaro, perché il linguaggio, pur trattando temi alti inerenti lo sviluppo storico della politica culturale attuata dal regime mussoliniano su diversi piani, dalle arti figurative all'architettura, alla filosofia, l'ideologia, la letteratura, la pedagogia etc. per realizzare il proprio modello di società, lo fa utilizzando un linguaggio sobrio ed estremamente comprensibile anche per i non specialisti, pur non scadendo mai nella banalità e soprattutto senza mai venire meno alla necessaria scientificità. Essenziale, perché senza lungaggini in poco più di 200 pagine affronta di petto la questione fondamentale inerente quale fosse il progetto politico fascista, dimostrando indiscutibilmente che, ad onta delle pur presenti conflittualità (attinenti esclusivamente il metodo , giammai il fine ultimo) tra gli elementi di maggior prestigio della cultura fascista, tutti indiscutibilmente si riconoscevano nel fascismo quale movimento politico totalitario profondamente permeato di religiosità e tutti riconoscevano quale essenza del movimento mussoliniano la missione di costruire lo Stato Etico corporativo e l'Uomo Nuovo fascista. Una pietra miliare perché, oltre a quanto già osservato, il testo riassume in modo magistrale le interpretazioni del fascismo che nei decenni si sono avvicendate, rilevandone pregi e difetti, arrivando con questa analisi ad elaborare quella che probabilmente costituisce la parola ultima sul tema. Dunque consiglio vivamente di comprarlo, leggerlo, studiarlo! Dopo la lettura di questo libro si potrà ancora certamente dissentire riguardo gli scopi ma non sarà più possibile per nessuno equivocare sul fine ultimo della rivoluzione fascista.

Scrivi una recensione

  Nell'ambito degli studi sul fascismo, il tema della cultura è stato certamente uno dei più studiati e dibattuti, ma anche quello che più si è prestato a distorsioni fattuali e a forzature interpretative derivanti dal suo "uso pubblico". In effetti, fino alla metà degli anni settanta gli storici hanno negato che il fascismo fosse stato in grado di elaborare una cultura e un'ideologia autonome e originali. Il corollario di questa tesi era che il mondo della cultura fosse rimasto lontano dal fascismo e avesse continuato a scrivere e a pensare come se il fascismo non fosse esistito, adattandosi superficialmente alle imposizioni del regime e limitandosi, al più, ad alcune concessioni alle convenzioni retoriche allora dominanti. La "scoperta" che il regime si era basato sul consenso degli italiani e il tramonto del "paradigma antifascista" hanno comportato la necessità di ritornare a studiare la cultura del fascismo per tentare di comprendere le ragioni per le quali milioni di italiani, di ogni età e di ogni condizione sociale, avevano creduto nei suoi valori e si erano identificati nei suoi miti. Perciò, nel trentennio successivo, gli storici hanno completamente capovolto il precedente giudizio, sottolineando la centralità del problema rappresentato dalla cultura per comprendere il fascismo. In questa nuova fase, è stata prodotta una quantità di studi che, da un lato, hanno evidenziato il coinvolgimento degli intellettuali nella definizione e nell'attuazione del progetto di pedagogia di massa del regime. Dall'altro, sulla scia dei cultural studies, hanno studiato l'estetica del fascismo non solo attraverso la sua produzione artistica, ma anche esaminando le feste, le manifestazioni di massa, le esposizioni, ecc. Tuttavia, come nel periodo precedente si era giunti alla conclusione che il fascismo non aveva avuto una propria cultura, perché al suo interno ne erano esistite troppe e troppo dissimili tra loro, l'approccio "culturalista", insistendo sul "pluralismo estetico" del regime e, dunque, sulla mancanza di un'arte di stato, ha sostenuto il carattere non totalitario o imperfettamente totalitario del fascismo. Nel quadro di una produzione storiografica fin troppo abbondante e caratterizzata dal sovrapporsi di interpretazioni diverse e contraddittorie, un lavoro di sintesi come quello di Tarquini è non solo utile, ma anche necessario. Dopo avere tratteggiato, in un capitolo introduttivo, lo stato della ricerca, l'autrice, selezionando con piglio sicuro i temi e i problemi, guida il lettore attraverso la storia della cultura fascista, letta come risultante dell'intrecciarsi di tre piani di analisi: quello della politica culturale del regime, quello delle espressioni del sapere e quello dell'ideologia. Da questo punto di vista, appare decisiva la lezione metodologica e interpretativa di Emilio Gentile che, in solitudine, fin dalla metà degli anni settanta, aveva chiaramente indicato che per intendere l'ideologia del fascismo e, dunque, la natura del regime, occorresse tenere unite la dimensione organizzativa, la dimensione istituzionale e la dimensione ideologico-culturale. In effetti, scorrendo le pagine del volume si trova la conferma che per afferrare la cultura fascista, che può sembrare un oggetto indefinibile e sfuggente nella cacofonia di voci che animarono il dibattito del tempo, contino di più, in qualche caso, la pratica dello squadrismo, l'azione pedagogica della Gioventù italiana del littorio (1927-1943), o la politica culturale del Sindacato fascista di belle arti della moltitudine di teorie elaborate dai vari intellettuali che ambivano a ricoprire il ruolo di interpreti ufficiali della dottrina fascista. Dal lavoro emerge in maniera netta che il fascismo ebbe una propria cultura, intesa come produzione estetica, simbolica e ideologica, e che questa cultura fu moderna e totalitaria, in quanto, nella tensione a creare l'"uomo nuovo", aveva la funzione di ridefinire in maniera originale i rapporti tra individuo e stato, celebrando il primato del collettivo, la funzione rivoluzionaria del partito, la sacralizzazione della politica e la politicizzazione integrale dell'esistenza individuale. Questo obiettivo, confusamente percepito da una minoranza negli anni venti, guadagnò terreno negli anni trenta e costituì infine, nei primi anni quaranta, in virtù dell'azione di Bottai e della componente intellettuale giovanile, l'elemento unificante delle diverse tendenze che pure continuavano a convivere nel fascismo. Una simile conclusione testimonia che il progetto totalitario del regime trovò concreta attuazione anche attraverso la politica culturale e che, di conseguenza, i miti e i valori del fascismo ebbero una reale diffusione, almeno fino alla vigilia del conflitto, in settori rilevanti non solo delle élite intellettuali, ma anche del ceto medio borghese e delle masse popolari. Luca La Rovere