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Federico Romero

Editore: Einaudi
Collana: Einaudi. Storia
Anno edizione: 2009
Pagine: VI-356 p. , Rilegato
  • EAN: 9788806188290
La storiografia italiana è stata avara di studi sulla guerra fredda come problema globale, con l'eccezione di pochi lavori di sintesi, troppo concisi per avviare una discussione. Questo volume di Federico Romero rappresenta quindi un'importante innovazione che si offre alla lettura di storici e studenti. Non si tratta di una cronaca più analitica degli anni dal 1945 al 1989, ma di un serrato impegno interpretativo al quale l'autore affida una serie di suggestioni, interpretazioni, proposte di lettura stimolanti e suscettibili di scuotere anche la torpida maniera con la quale in Italia si tende a considerare i temi riguardanti la vita internazionale. Il libro è scritto in modo elegante, talora sofisticato e visibilmente partecipato dalle concezioni (o dalle esperienze) dell'autore. Come in tutte le opere che debbono costringere entro un numero ragionevole di pagine un'enorme quantità di notizie, talvolta si concede qualche svista o lascia trasparire la fatica della sintesi. Alcuni capitoli, come quello dedicato al "bipolarismo militarizzato" (1950-1956) o quello dedicato alla globalizzazione del conflitto (1957-1963) sono fra i più pregnanti e persuasivi. L'ampliarsi del conflitto dal teatro europeo a quello mondiale viene colto e spiegato in maniera efficace; così come non solo descrittive ma anche interpretative in profondità sono le conclusioni del volume. Invece, come, forse non involontariamente, avverte il titolo del capitolo, meno lineare appare l'analisi del "disordine bipolare" (1964-1971).
Romero coglie poi in modo acuto il collegamento fra conflitto europeo e decolonizzazione, un tema del quale indica la portata come movente del dissolvimento di molte certezze e di nascita dell'ostilità contro "l'ideologia della guerra fredda e la connessa glorificazione della fermezza virile e della forza militare". Era il momento della nascita di un "terzomondismo" derivante dalla solidarietà di radice cristiana o dal sentimento di egualitarismo delle socialdemocrazie, "fino ai gruppi radicali che adottavano la dottrina maoista di una rivoluzione in marcia dal Terzo Mondo", secondo un'"angosciata e talora furiosa introspezione critica" che si proiettava in tutto l'Occidente: dagli Stati Uniti all'Europa, salvo però uscire di scena dopo il 1968 cecoslovacco.
Romero segue con puntualità l'evolvere della vita interna delle superpotenze e offre una visione perspicace e moderna dei protagonisti della scena politica, soprattutto da Kennedy a Gorbačëv. Quasi sempre riesce a sottrarsi ai luoghi comuni apologetici o distruttivi e, per citare un solo esempio, è fra i pochi in Italia che non contrabbandi il leader sovietico come precursore della socialdemocrazia nel proprio paese ma lo classifica come una personalità "al centro della [cui] visione c'era ancora l'archetipo leninista della necessità storica di rifare il mondo", pur declinata nella speranza di una convergenza fra socialismo e democrazia.
Proprio perché è così denso e così ricco di stimoli intellettuali, il volume di Romero non può sfuggire all'esigenza di una riflessione che tocchi alcuni dei numerosi punti espressi o inespressi. Solo dalla discussione si avverte infatti la capacità dello storico di affrontare dialetticamente i temi studiati. In tal senso si affacciano alcune osservazioni. La prima riguarda il carattere generale della storiografia sulla guerra fredda. Questa si è sviluppata in maniera, si direbbe, circolare. Prima la scuola degli "ortodossi", che attribuivano tutte le responsabilità ai sovietici; poi la scuola revisionista, che nel clima di guerra del Vietnam rovesciava le parti, addossando all'imperialismo americano ogni male del mondo; di seguito la scuola realistica, che accomodava le cose in termini sterilizzati e quasi neutrali; infine, con un singolare ritorno all'origine, la nuova ortodossia, che riscopre le tesi originarie, rettificando qualche particolare, in deferente omaggio a documenti disponibili dal 1989. Il libro di Romero, pur con intelligente distacco, pare inserirsi in questa corrente. Che altro dire infatti, se in premessa l'autore scrive che la funzione e le potenzialità sovietiche erano paralizzate dal fatto che questa superpotenza non aveva "le risorse culturali ed economiche per attrarre alleati importanti e articolare un modello di sviluppo credibile, tanto da divenire essa stessa emblema di immobilismo e arretratezza"; mentre gli Stati Uniti mostravano di essere "la principale forza trasformatrice del Ventesimo secolo", capace di "edificare una supremazia mondiale fondata non tanto sulla prepotenza militare (…) quanto sulla costruzione di un'economia globale che integrava dinamicamente società diverse grazie alla promessa di prosperità e all'attrazione di una società aperta"? Soprattutto quando si corroborano queste tesi con l'osservazione che già nel 1956 "il comunismo non era più una sfida alle debolezze del capitalismo. Era, viceversa, un sistema arroccato a difendersi dalle seduzioni di quest'ultimo".
Questo ritorno al passato, sulla base di fonti "nuove", pone a sua volta un'altra questione. Si tratta di una caratteristica generale che nel volume di Romero pare confermata e, a tratti, accentuata: la propensione a utilizzare solo studi dati alle stampe dopo il 1989, se non dopo il 2000. È un'inclinazione che acquista aspetti discutibili quando rinvia alle pagine web per la lettura di documenti editi più volte sulla vetusta carta stampata, oppure quando riscopre tesi che decenni di lavoro storiografico avevano da tempo affermato. Se oggi, sulla scia di Mastny, si giudica l'aggressività sovietica come espressione delle "incertezze" staliniane, non si fa che riprendere tesi ben note dagli anni sessanta e stampate persino in Italia. Esiste, parrebbe, un orientamento condiviso ad adeguarsi alle raccolte documentarie edite dal Cold War International History Project o dai National Archives statunitensi che non rende giustizia alla storiografia britannica, francese, tedesca, spagnola e, magari da ultimo, italiana, sposando una sorta di "suprematismo" archivistico e storiografico che non esiste.
Ma il problema sostanziale consiste nel fatto che anche questo bel volume finisce, nonostante l'evidente riluttanza del suo autore, in apologia dell'egemonia americana: "Spicca il ruolo centrale degli Stati Uniti come ideatore, motore e garante di una cooperazione multilaterale fondata sull'idea di integrare i principali poli di potenza, inclusi gli sconfitti, in un ordinamento condiviso". È, questa, una tesi che si può condividere soltanto a condizione di essere consapevoli, non solo grazie a fugaci allusioni, ma con un'analisi più accurata, che la guerra fredda fu combattuta prima in Europa, ma poi nel resto del mondo: dall'Africa, al Medio Oriente, all'India, alla vita interna cinese, all'Asia sudorientale, all'America centrale e all'America Latina. Romero lambisce questi temi, ma, per dire di casi dominanti, non dice nulla della crisi congolese (1960-63), chiave dei problemi africani; nulla della politica estera indiana, se non per riferirsi al neutralismo di Nehru; nulla dei cambiamenti mediorientali non direttamente collegati alle guerre israeliane. Questi caratteri del lavoro possono ricollegarsi, forse, al senso di frustrazione derivante dal fallimento di un modello e all'evidenza, almeno per ora, della supremazia culturale e ideale delle democrazie "occidentali". Ma con ciò si tace (eccezion fatta per alcuni accenni) dei problemi della crescita diseguale, delle contraddizioni della decolonizzazione, della propensione statunitense a dominare non solo economicamente ma imperialisticamente la società mondiale.
Ennio Di Nolfo

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    IRON TRIPLE DAD

    12/06/2013 17.57.44

    Difficile non cadere in una glorificazione degli USA e una demonizzazione dell'URSS visto l'argomento, l'autore ci prova - nella maggior parte ci riesce. Dubbi solo sulle conclusioni, in parte "scollegate" dal discorso complessivo. Nel complesso giudizio positivo.

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