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Editore: Bompiani
Collana: Overlook
Anno edizione: 2010
Pagine: 161 p., Brossura
  • EAN: 9788845263521
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Posto a sigillo del libro, il titolo dell'ultimo lavoro di Edoardo Nesi (romanzo che tale non vuol essere, come L'età dell'oro, ma che, al contrario, mostra le sue due anime discordi, oscillando tra l'intimo quaderno e l'estimo aziendale), non comprova soltanto il consueto amore di Nesi per la letteratura americana, che lo scrittore conosce "al tatto", come le lane del vecchio magazzino. Dice altresì la sua natura di narratore, il suo non vivere le opere e i giorni, ma lo scrutare, il sapere di preferenza riferire: come Fitzgerald (da lui deriva appunto il titolo: "La storia meravigliosa mia e della mia gente"), osservatore defilato nello scorrere di quegli anni febbrili, in cui tutti i romanzieri dell'America fordista parvero ruote dentate, ma di una dinamicità fuori ingranaggio.
"Leggera e lucida come la seta", quella di Nesi è l'esistenza di un favorito pàis di antichi avi, Temistocle e Omero, concordi fondatori prima e reggitori poi di un Lanificio illustre. La sua gavetta, un sempiterno assistentato. E dunque Storia della mia gente non si sottrae a tale scelta esistenziale, che ne impronta il carattere di analisi sociale, esposta però dall'angolo di chi in società da sempre "si limita" a guardare, non con il piglio di un consumato articolista del "Corsera", ma con il nodo in gola dei perplessi, siano essi Cassandre inascoltate, antivedenti il vespro, siano essi seguaci di una prudenza accorta, che ha da sempre buoni maestri in terra di Toscana: "De' futuri contingenti non v'è scienza" (Guicciardini).
Accanto a modelli e soggetti narrativi d'oltreoceano, Nesi, nel tratteggiare il corso della storia, si avvale di uno strumento comunicativo come il linguaggio cinematografico, ricercando l'attiva complicità del lettore, invitato a vedere fluire il lento procedere dei fatti reso in rapide sequenze, intercalate con dissolvenze ad arte. Ma, anche in questo caso, la lingua del cinema non è solo un mezzo per esporre eventi estrinseci e realtà interiori, è per Nesi, piuttosto, un patrimonio di simboli a cui ricorrere, in questo vaticinio, per palesare i segni di un'immanente decadenza: con una celerità ridicola, quasi da "omini" dei film di Buster Keaton, si muovevano negli anni grassi gli infaticabili pratesi, dall'ultimo operaio al capofabbrica, fino al padrone stesso; questa, la descrizione nei termini di una scrittura da copione; ma perché istituire un'analogia che ci lascia perplessi? (ci saremmo infatti aspettati un più classico rimando al chapliniano "omino" di Tempi moderni). Perché la pallida inespressività di Keaton illustra molto meglio della fidenza di Charlot lo scetticismo dell'osservatore, "buster" in mezzo all'affannoso adoperarsi dei progenitori.
Nell'epos i segni interpretati dai Tiresia di guerra sono tutto; troppi e maldestri invece gli errori commessi dai patentati aruspici, i fautori ossessi della globalità. A tali profezie, ree di avere addormentato le anime, seppure l'industriale Nesi sappia che non v'è pronto rimedio (anche la consolante massima di Richard Ford, "L'economia soccomberà a un atto dell'immaginazione", che fa comunque appello, correggendo le mire di una serenità sessantottina e selenita, a una cultura del fare, non è dallo scrittore assunta come un cachet antalgico), il romanziere Nesi sembra rispondere con la sua arte mantica. E ciò per rimarcarne forse un'esclusiva pertinenza: a chi la realtà la narra e non a chi si arroga il privilegio di viverla e dirigerla.
Tutta l'opera è come scandita da segni premonitori o immagini, a evento concluso, dal forte valore metaforico. Data effettuale, sicuramente, il 7 settembre 2004, il giorno della "resa", su cui il libro si apre, quando l'intera famiglia, rappresentata nei suoi vertici fattivi, si reca dal notaio a sottoscrivere la vendita dell'azienda. Difficile non pensare (anche se Nesi non lo esplicita, confidando in un'intesa con il lettore, la quale scatta invero fin da subito, come ci si accorge che la storia procede appunto per emblemi) a una doppia vigilia, sì quella dell'armistizio nazionale, ma pure quella di una festività tutta locale, il giorno dell'ostensione dal pulpito del duomo della preziosa cintola mariana, in lana fina (debito requisito per approdare in un paese siffatto), rito, come trasfigurato in chiusa del romanzo nell'"ostensione" del "palio" inalberato in piazza Mercatale ("Prato non deve chiudere"), conclama di disfatta di una città intera e bando insieme di resistenza "armata". Tessuto, s'intende, in ottimo scozzese.
Francesca Latini

Premio Strega 2011
«Il rumore di una tessitura ti fa socchiudere gli occhi e sorridere, come quando si corre mentre nevica. Il rumore della tessitura non si ferma mai, ed è il canto più antico della nostra città, e ai bambini pratesi fa da ninnananna.»

Edoardo Nesi, nato nel 1964 e nipote di Temistocle e Omero Nesi, era erede e proprietario del Lanificio T.O. Nesi & Figli SpA, l’azienda tessile della sua famiglia. Nel settembre del 2004, insieme al padre Alvarado e al cugino Alvaro, tutti d’accordo, vendettero la ditta. «Quando cedi un’azienda, – scrive Nesi – vendi anche la sua storia». E in queste pagine, con scrittura agile e appassionata, ce la racconta.
È la storia di una piccola industria tessile italiana divenuta grande, della gente di Prato che in tutta la vita non ha fatto altro che lavorare, del benessere creato da quella attività nella provincia italiana del dopoguerra. Un capitalismo familiare, che aveva una sua moralità, capace di «trasformare gli stracci in buoni tessuti» e «che aveva trasportato tutti, capaci e incapaci, industriali e dipendenti, ben oltre i loro limiti». Anni trascorsi tra telai e viaggi in Germania con la Merceds del padre, tra ordini inviati via telex, grandi produzioni di coperte prima, cappotti loden e paltò velour poi. Quello scelto da Nesi non era un lavoro che facesse un grande effetto alle persone, ma era un mestiere molto redditizio, se fatto bene, con impegno, serietà e rispetto per le persone. E dava da lavorare e da mangiare a molte famiglie toscane della zona. Erano gli anni ’60 e ’70 del successo del distretto del tessile pratese e di tutto il suo indotto. Poi, dall’inizio del 1990, con la globalizzazione dei mercati e la concorrenza cinese, cominciò la lenta e inesorabile crisi, il disfacimento di un sistema industriale.
Nesi, che con i suoi libri si inserisce nella tradizione della letteratura industriale italiana, racconta con struggente malinconia il collasso di quel mondo, come un crudo resoconto, fino alla cessione della ditta: una narrazione sospesa fra il reportage giornalistico e le pagine letterarie. In questo libro troviamo sia la storia di una comunità che quella personale dell’autore: la sua passione per la scrittura, per la letteratura americana e in particolare per Francis Scott Fitgerald e David Foster Wallace, le estati ad Harvard in gioventù, il rapporto con la figlia adolescente, le serate a Forte dei Marmi a guardare i tramonti rossi sulle Alpi apuane. Si assiste così, affascinati da questa prosa avvolgente ed elegante, alla fase terminale della storia della piccola imprenditoria tessile italiana, degli artigiani, di una città intera, sotto i colpi dei prezzi ribassati, imposti dalla stretta ferrea del mercato. In una Prato boccheggiante, si conclude lo sviluppo miracoloso di tante aziende e si chiude un’epoca. Nesi dà voce alla rabbia, agli umori anti-elitari dei piccoli e dei medi imprenditori, molto diffusi nell’Italia di oggi, di coloro che si sono sempre sentiti altra cosa rispetto all’establishment industriale italiano. «Questa è la storia della mia gente - conclude Nesi - non solo degli stracciaroli di Prato, ma di una provincia felice e intelligente, sacrificata alla globalizzazione».

Recensioni dei clienti

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    laguby

    01/09/2014 11.08.15

    Vincitore del Premio Strega nel 2011, in questo piccolo libro molto interessante l'autore racconta la trasformazione dell'industria tessile italiana. La espone con appassionata cognizione di causa, lui che appartiene ad una famiglia di famosi tessutai pratesi, ma anche con orgoglio e con rabbia. Alcune parti sono proprio bellissime e vi si ritrovano vari sentimenti: lirismo e nostalgia nelle pagine che descrivono l'attuale silenzio della vecchia fabbrica, ritmo incalzante e rassegnato stupore nel capitolo "Subito" e tanto altro ancora. È un volumetto molto istruttivo ma non pesante, abbastanza tecnico ma non difficile. Semmai amaro, perché leggendo la lucida analisi dei segni premonitori non correttamente interpretati e anzi, sembra credere Nesi, volutamente inascoltati per inseguire la chimera di facili guadagni.

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    Simona

    17/02/2014 18.58.58

    Contenuti attuali e condivisibili. La situazione in cui ci troviamo temo che sia persino peggiorata. Quello che non mi è piaciuto è la mancanza di forma: sembra più uno sfogo di uno scrittore che un libro vero e proprio con un inizio e una fine. Per questo voto 3.

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    MissPage

    11/10/2013 11.29.20

    Di questo libro mi è piaciuto il tema affrontato e anche il punto di vista sostenuto dall'autore. Forse ciò che non mi è piaciuto è il fatto che Nesi ormai non sia più un'industriale, ma uno scrittore vero e proprio, è questo ciò che fa diventare il libo un'autobiografia eccessivamente "letteraria" e autoreferenziale.

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    Anna

    31/07/2013 22.23.09

    Questo libro di Nesi a mio parere non ha forma di saggio neanche in parte, semmai in alcune parti del libro vi sono molte considerazioni personali dell'autore miste a ricordi dolce amari e momenti struggenti di senso di perdita e di tempo che non tornerà più. Il tutto potrebbe essere interessante se non mi avesse lasciato la sgradevolissima sensazione che il mondo perduto che il Nesi rimpiange non sia altro che la sua personale condizione di privilegiato pieno di soldi e possibilità di fare quello che voleva; il far parte di un mondo dorato dove ognuno pensa per sè e non ha alcun senso della comunità, come scrive lo stesso Nesi alla fine del libro. Il Nesi ci parla della sua preoccupazione per la "sua" gente, ovvero tutti gli imprenditori del tessile di Prato e del Nord Italia...e tutti gli altri che spazio occupano nei suoi pensieri? Zero, a quanto sembra. Vorrei ricordare all'autore che la crisi ha colpito tutti, non certo solo gli imprenditori che sicuramente hanno contribuito allo sfacelo, e vorrei anche ricordargli ciò che diceva Einstein sulla crisi (in breve) : "Non possiamo pretendere che le cose cambino, se continuiamo a fare le stesse cose. La crisi è la più grande benedizione per le persone e le nazioni, perché la crisi porta progressi. Chi attribuisce alla crisi i suoi fallimenti e difficoltà, violenta il suo stesso talento e da più valore ai problemi che alle soluzioni. Finiamola una volta per tutte con l'unica crisi pericolosa, che è la tragedia di non voler lottare per superarla".

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    ziamicky

    07/04/2013 13.44.46

    Interessante nei concetti,ma quasi banale nel loro sviluppo.Dal vincitore del premio Strega c'era d'aspettarsi qualcosa di più.Da leggere comunque per un'analisi da dove è partito e dove sta andando il nostro Bel Paese passando per le vicende di una famiglia e la loro storia.

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    mario

    07/09/2012 09.02.28

    Decisamente un bel libro perchè ci parla del "vissuto" dell'autore che si dimostra persona intelligente e sensibile oltre che scrittore molto bravo, essenziale e diretto nell'esprimere le proprie idee. E' leggendo un libro così che ci si rende conto di quanto profonda sia la crisi economica e sociale che attanaglia il nostro Paese.

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    Francesco Cutrì

    21/07/2012 16.25.53

    Questo libro è un cazzotto , un pugno in bocca , un calcio in culo a tutti i politici e gli pseudo-economisti d'oggi . E'un grido di rabbia per essere stati traditi , per un'Italia svenduta . E'uno sputo in faccia al mostro della globalizzazione che , lentamente , ci uccide insieme ai nosrti sogni ed alle nostre ambizioni .

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    Francesco Ricci

    28/05/2012 15.15.12

    Ho passato ieri pomeriggio, in giardino 2/3 ore piacevoli. Ho riscontrato aspetti che ho anche vissuto in prima persona e questo mi ha ancor di più fatto sentire il tema in questione. Forse come opera letteraria potrà anche essere stata valutata benevolmente. oltremisura. Direi quindi che più che un opera il libro sia il manifesto di una generazione, di un tessuto imprenditoriale assolutamente e coerentemente rappresentato. Oltre a ciò la previsione riguardo al Prof. Monti quanto mai azzeccata a dimostrazione che chi ci governa non ha alcuna attinenza o diretto riferimento con chi tutti i giorni lavora ed alza la famosa serranda. Ad ogni modo a mio avviso i soldi pagati non sono buttati via qualche cosa il libro ti lascia dentro.

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    iacopo

    10/05/2012 11.17.23

    un libro veramente brutto. Superficiale nell'analisi socio-economica e impastato di una rabbia nata da vicende personali. Quello che ne viene fuori, più che un racconto, è il ritratto di uno scrittore borioso e vanitoso. Speriamo torni a raccontare altre storie.

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    massimo

    16/04/2012 14.11.22

    Un libro che affronta in modo superficiale il fenomeno della globalizzazione, rapportato alla storia della famiglia Nesi e della sua azienda; Il titolo, che immaginavo fosse il preludio ad una storia socialmente ed economicamente molto più ampia, in realtà affronta il disastro italiano ed europeo legato alla liberlizzazione dei mercati solamente in minima parte, finendo coll'essere un papocchione noioso sulla gioventù dell'autore, sulle sue infinite possibilità economiche e su come la vita, a volte, può riservare brutte sorprese. Libro che si legge in una giornata e si dimentica in due....

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    Raffaello

    21/03/2012 16.39.29

    E' vero che il libro è bruttino. Ero interessato a leggerlo dopo aver sentito Nesi intervistato in una trasmissione economica e la sensazione è che vada un pò meglio all'orale. Mi aspettavo una specie di saga, in cui l'autore ci fa rivivere la storia del tessile a Prato, l'apice e il declino, narrandolo attraverso la sua esperienza diretta di imprenditore. In realtà mi pare un guazzabuglio, una specie di "flusso di coscenza" mal approfondito, in cui l'autore indugia tra dettagli personali di nessun interesse (il Martini alla Capannina, le e-mail in inglese (!) ad una scrittrice, i vari omaggi a questo e a quello, ciò che a lui piace leggere, le citazioni di film o di autori a lui cari, fino allo sfinimento per il lettore (Fitzgerald, perché Nesi fa tutt'uno del declino pratese e la decadenza alla Gatsby; il film con Newman «Il Verdetto», già ampiamente citato in un altro suo libro) e varie altre incursioni noiose, boriose e insignificanti, fino ad arrivare al saluto tramite libro al paraplegico ex attore Nuti, verso il quale nutre un profondo affetto, ma ci tiene a farci sapere che si sente in colpa perché non va a trovarlo. Va beh... Il declino qui è rappresentato bene, è il declino di un Paese in cui la narrativa di punta sarebbe questa roba inconcludente e il cinema è fatto di attori figli di attori e via.

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    Lorso57

    11/03/2012 22.22.54

    Un mega-frullato in cui ritroviamo un'acuta polemica contro la globalizzazione accanto all'amara consapevolezza che l'industria italiana non ha saputo rinnovarsi in tempo per vincere le nuove sfide proposte dal mercato e non è stata neppure minimamente supportata dai vari governi che si sono suceduti, accanto alla scelta assennata e fortunata di vendere l'azienda di famiglia prima del diluvio,con l'aggiunta di una spruzzata di musica e letteratura e di una struggente nostalgia del tempo che fu, esaltata dal legame fortissimo con la propria gente. Scritto in uno stile originale, non mancano comunque spunti da segnalare come l'agghiacciante descrizione delle condizioni in cui vivono e lavorano le aziende clandestine con operai cinesi e della formazione di un sentimento razzistico nei confronti dello straniero. Interessante.

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    elisa

    26/12/2011 17.48.22

    Profetico nel capitolo "L'incubo"-tirato in ballo di recente dati i fatti di cronaca; lungimirante nel rivolgersi al prof Monti. A chi,come me,ha sangue pratese da generazioni,viene per forza un sorriso amaro. Tuttavia alla stesso tempo penso che ci capiscano pochissimo gli altri lettori; con l'eccezione di coloro che vivono nei distretti elencati nell'invocazione al prof Monti (Biella,Carpi,Bronte et al). All'inizio lettura meno fruibile per i periodi troppo lunghi e poca narrazione;poco male,conosco così bene l'andamento e l'andazzo dei fatti! Climax ascendente nel coinvolgimento emotivo fino all'epilogo.

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    ale

    13/12/2011 00.23.21

    Il libro si legge in una serata; fa pensare. L'ho letto per caso. La sera prima bevendo un bicchiere di vino con amici, anche loro padri di bambini piccoli, ci si lamentava genericamente della impossibilità di realizzare i progetti sognati per i nostri figli in questo periodo, assumendo che noi quarantenni siamo fuori gioco. Proprio stasera l'ho finito di leggere: molte frasi a effetto. E' difficile individuarne il genere letterario: è un lungo articolo di giornale. Chissà se tra 10 anni si leggerà con lo stesso piacere: penso di no, troppi riferimenti di "oggi".

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    Luigi Arbusio

    09/12/2011 20.40.54

    Piacevole, vero, un libro bello anche se non riesco a identificare se si tratta di un saggio o di che? Forse è solo lo sfogo di un ricco snob che non è riuscito ad impoverisri e guarda gli altri imprenditori caduti in miseria cercando di riconoscersi in loro. Nonostante riguardo all'Euro e alle politiche europeiste sia in gran parte del parere di Nesi, non penso che questo libro meritasse il premio Strega.

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    francesco

    02/12/2011 14.01.14

    Un libro che non mi ha convinto. Personalmente avrei attribuito ad altri autori, più meritevoli, il Premio Strega!

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    domenico

    29/11/2011 19.12.18

    Storia della mia gente,all'inizio pensavo che fosse un libro che narrasse di qualche storia.Alla fine sembra più un saggio o sbaglio. Riesco solo a trarne un insegnamento,quella della politica comunitaria che ha portato al collasso la maggior parte delle aziende artigianali Italiane.

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    gio

    20/10/2011 11.03.38

    L'imprenditoria media italiana deve, a questo punto, strutturarsi da piccola industria oppure da grande industria. Puntare solo all'economia locale, mediante conduzione familiare, il cui rapporto è solo territoriale, diretto, di responsabilità personale, oppure, per chi ha accumulato del capitare nel periodo d'oro dell'imprenditoria italiana, fare il salto verso il baratro della qualità mettendosi a passo con le realtà asiatiche. Credo che alla fine ciò che avrà successo sarà l'economia diretta regolata in taluni casi anche da regole di scambi tipici del baratto. Il libro ti spinge a riflessioni non nuove, tipico dei saggi di valore, ma difficilmente collocabile nella narrativa. Ha vinto il premio strega?

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    giovanni

    20/10/2011 11.01.36

    Ipnotica e surreale realtà distorta e persecutoria o disamina verità celata agli occhi ma ben visibile ai cuori. Incubo spogliato dal tepore di un pigiama invernale e sorretto dalle stampelle stalattitiche di un freddo inverno. Spesso nella vita ci sentiamo smarriti, dice Edoardo Nesi, ma smarrita sembra la classe dirigente, sempre più impegnata a conservare lo status conquistato che a risolvere i problemi delle piccole medie industrie italiane. Società formata da industriali che avevano nutrito fiducia nei confronti di chi, prima di altri, avevano cercato soccorso nella scialuppa di salvataggio della politica. Si discute della globalizzazione e dell'Europa come i flagelli che hanno investito l'economia italiana, ma la mancanza di cultura di taluni industriali, venuti su per caso e per la sorta di coincidenze e opportunità fornite da alcune regioni, ma con pochi meriti personali, alla fine ne ha pagato. Nella vita come nello sport non vince quello che corre di più ma colui che ha tecnica. I professori che hanno deciso l'ingresso nell'Europa dell'Italia, non hanno la colpa di essere professori, ma hanno semmai la colpa di sviluppare la vista su opportunità personali e non su quelle della nazione. Non si poteva mandare a decidere sulle sorti economiche nazionali chi si alzava la mattina alle cinque e lavorava fino alle dieci di sera, andando anche la domenica a cullarsi le proprie macchine. Non si poteva mandare chi decideva della propria azienda riconoscendo le opportunità o rischi sulla base delle solo esperienze locali e territoriali. La società mondiale è cambiata, per cui se non vogliamo rimanere definitivamente fuori dai mercati con i nostri prodotti, non basta piangerci addosso, non basta dare la ritirata al fine di ridurre i danni. Ma accettare la realtà evitando di sprecare tempo su strategie che possano far retrocedere l'Italia di vent'anni, pensando di riportare tutti a prima dell'Euro. .... continua

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    silvana

    10/10/2011 16.59.47

    Non nego che i contenuti siano sentiti, condivisibi e tristemente attuali, ma la forma mi ha deluso: un ibrido di pamphlet, sfogo, biografia, confessione e... ricerca di perdono da parte dei suoi pari che probabilmente gli invidiano sia la fama di scrittore, sia soprattutto di aver venduto l'azienda appena in tempo. Niente di male, per carità, solo che tra questo e un'opera letteraria compiuta ce ne corre, e poi non mi sono piaciute tutte quelle divagazioni culturali che servono solo per riempire qualche pagina in più. Se infatti l'A. avesse osato salvare solo le pagine valide, sarebbe stato un volumetto ben inferiore a 100 pagg e l'editore glielo avrebbe rifiutato.

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