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Paolo Prodi

Editore: Il Mulino
Collana: Forum
Anno edizione: 2012
Pagine: 239 p. , Brossura
  • EAN: 9788815238320
  "Questa renovatione della chiesa io non lla so per prophetia": quando Gasparo Contarini scrisse queste parole (1516) stava per concludersi un concilio, il Laterano V, che esorcizzò la profezia come minaccia per la gerarchia del clero, si stabiliva un concordato con la Francia che poneva su nuove basi l'alleanza tra Roma e il potere politico e mancavano pochi mesi alla rivolta teologica di Lutero. Gli anni di Contarini insomma furono uno snodo di rilievo, ben presente a uno storico che tuttavia ci ha abituato a cavalcate nei secoli della cristianità che non tengono conto delle periodizzazioni consuete. Prodi è impegnato da qualche tempo a sistemare per questioni la sua scrittura saggistica "minore", e in questo libro (il terzo di una serie che si annuncia ricca, dopo Storia moderna o genesi della modernità? e Cristianesimo e potere, 2012) si chiede che fine abbia fatto la profezia nel mondo occidentale, riunendo nove studi stilati fra il 1974 e il 2012. La domanda, scrive, gli è sorta dopo il 1989 "in relazione alla crisi della democrazia e al dissolversi" di certezze e visioni del mondo che avevano retto a lungo la vita politica. E poiché "non è vero che il Novecento si capisce studiando il Novecento" (come aveva ben dimostrato anni fa in Una storia della giustizia), egli tenta di spiegare perché la parola religiosa e il discorso politico non riescano più a distanziarsi dal potere e sembra svanita una caratteristica del mondo occidentale che ha reso efficace la dialettica tra verità e polis da un lato, dominio secolare e sacerdozio dall'altro. La sua riflessione (che batte sempre sulla storica costituzione dualistica del mondo occidentale) deve molto a Jacob Taubes, André Neher, Walter Benjamin, Michael Walzer, ma soprattutto al Martin Buber di Profezia e politica, che ha esaltato la vitale funzione di quell'urticante figura che parla in nome di Dio ponendosi tra la comunità e il potere per richiamare quest'ultimo ai suoi limiti. Il profeta, pertanto, non è chi invoca la repubblica dei santi, e neppure il legislatore carismatico: non è Mosè né l'indovino che annuncia oscuri novissima, ma chi resta ai margini per dire i mali del presente, e dunque assolvere a un compito non apocalittico ma politico. La crisi parte da lontano: da quell'età della confessionalizzazione che nasce tra il XV e il XVI secolo. Mentre potere politico e sacerdozio saldano la loro alleanza al di là delle contrapposte forme di cristianesimo, la voce di Dio smette di avere un ruolo e la contestazione del potere si divarica in due direzioni che per Prodi sono entrambe negative: da un lato la deriva interiore (il parlare con Dio tra sé o in forma esoterica: la fabula mistica, per dirla con Michel de Certeau), dall'altro l'utopia, che sfocia in un progetto di società futura che mira a stabilire il regno dei cieli sulla terra attraverso una rivoluzione sociale o i miti dell'uomo nuovo, della razza e della nazione che portano alle catastrofi del XX secolo. La profezia, del resto, richiede sempre la possibilità della reformatio (una comunità ecclesiale e/o politica retta da un patto che, pur deviato, non è ancora inerte), e richiede, secondo il modello ebraico, l'invocazione di Dio, assunta poi dalla chiesa come corpo mistico dopo l'avvento di Cristo (Prodi tace della profezia nel mondo classico, dove comunque i profeti parlano in nome delle divinità). Tuttavia al tempo di Contarini è la chiesa stessa a espungere da sé la profezia rinunciando alla Parola: e così possono sopravvivere solo i profeti di popolo che annunciano sventure (come ha raccontato Ottavia Niccoli) o le carismatiche di corte che legittimano il potere invece di criticarlo (come ha raccontato Gabriella Zarri). Quanto al potere politico, esso si sacralizza e tenta, con proposte come quella di Hobbes, di far coincidere il profeta e Mosè, il re-sacerdote, generando, con l'imperativo dell'obbedienza, l'utopia e la crisi. Prodi non richiama molto le pagine di Reinhart Koselleck, ma è certo che la riflessione dello studioso tedesco non è lontana dalla sua. Convinto che il millenarismo politico sia una forma mondanizzata di profezia, egli sembra aderire ai paradigmi della secolarizzazione (con tutti i loro limiti posti in rilievo da Hans Blumenberg), ma se ne distanzia parlando di "sacralizzazione" del politico: un processo che corrode la dialettica della cristianità impedendo la rigenerazione della comunità civile e religiosa. Ai suoi occhi è Savonarola (a cui sono dedicati i tre saggi principali del volume) a incarnare la crisi: al tramonto della città, dell'Occidente cristiano e della religione civica, il frate esemplifica la fine della profezia sino a perdere la vita. Il Savonarola di Prodi non è né un savonaroliano, né il profeta disarmato di Machiavelli (che il segretario fiorentino ha il torto di assimilare a Ciro e Mosè), né il personaggio tutto politico di Donald Weinstein. Il frate tenta l'esperimento di rianimare la vita religiosa e la repubblica di Firenze (che non ritiene affatto una nuova Gerusalemme); ma, pur restando ai margini, e invocando una riforma dei mores e del bene comune, sa comprendere la storia e i limiti della lotta politica e delle istituzioni sorte alla caduta dei Medici con una capacità di analisi che incide sulla sua predicazione: sia quando tratta di elezioni, di rappresentanza e di giustizia, sia quando affronta i nodi fiscali, sia quando tenta la strada di un'impossibile neutralità nel gioco delle parti urbane e nel sistema di alleanze di un'Europa in guerra. Conscio, dopo il 1496, delle difficoltà che incontra la repubblica di popolo che ha auspicato per liberarsi dalla tirannia e rendere la città potente, Savonarola finisce per essere figura di partito non più sopra le fazioni e per scontrarsi con un potere ecclesiastico che paventa la profezia e la annienta. Il suo corrispettivo è in qualche modo Alessandro VI, analizzato nel primo saggio; quel papa Borja che, al di là della leggenda nera ripresa dalle fiction, ha un progetto di "totato" che sul piano ideologico si esplica nei miti di Annio da Viterbo e nelle Stanze vaticane. Un progetto mosaico in cui potere ecclesiastico e potere politico coincidono nella figura del pontefice romano, padrone non di un piccolo stato territoriale (come vuole Machiavelli trattando del Valentino), ma di una Monarchia universalis in grado di rispondere alla crisi dell'Impero in Europa e alla sfida innescata dalla scoperta di nuove terre che Borja dona ai sovrani iberici come signore del mondo e non come arbitro della cristianità. Quel progetto, come quello di Savonarola, è sconfitto dagli stati territoriali che fanno della chiesa tridentina non più un contropotere, ma una parte consustanziale del potere. E così alla profezia, nell'epoca dell'obbedienza e della disciplina, non è dato spazio se non attraverso il lascito di figure come quelle di Angela Merici e di Filippo Neri (a cui sono dedicati tre saggi del volume). Per entrambi (ma in particolare per Neri, educato in San Marco, che nel suo apostolato non distingue il clero e il laicato e immagina un cammino buono per tutti gli stati di vita) la vita activa e il rifiuto di costituire altri ordini religiosi con nuove regole e voti, e di un modello di santità eroico e di perfezione claustrale e clericale (ma anche la rinuncia alla ribellione, alla mistica e al millenarismo), appaiono la risposta più efficace (dal basso) alla crisi dell'Occidente schiacciato dal peso dell'obbedienza romana e, nel mondo riformato, dalla remissione della fede al potere secolare. Occorrerà attendere Rosmini (a cui è dedicato l'ottavo contributo) per avere una ripresa della profezia contrastata anch'essa dalla gerarchia e dal Sant'Uffizio. Denunciando come una piaga i concordati e l'alleanza fra il Trono e l'Altare che avevano subordinato la nomina dei vescovi al potere politico, che ne esigeva l'obbedienza, nel clima liberatorio del 1848 (cioè in rapporto con la storia), Rosmini si scaglia contro la lunga prigione della chiesa confessionale ma anche contro l'ideologia della Restaurazione, e invoca senza nostalgie di retroguardia il modello di una chiesa-comunità che elegge i propri pastori e predica la Parola come alterità dal potere senza prestare giuramenti. Prodi ha ricostruito altrove la storia del "sacramento del potere", ma in questa raccolta ricorda ancora una volta cosa ha significato la stretta simbiosi tra potere civile e chiese fino ai fascismi: il giuramento di obbedire al governo è stato abolito, nell'ordinamento italiano, solo con il Concordato del 1984. In mezzo ci sono state le tragedie del Novecento, le resistenze clericali e i silenzi della Parola rotti soltanto da figure profetiche che Prodi evoca a più riprese: Dietrich Bonhoeffer, Simone Weil, Yves Congar, Primo Mazzolari, Zeno Saltini, Giuseppe Dossetti, Lorenzo Milani, Davide M. Turoldo, Oscar Romero, l'amico Ivan Illich. In un libro non privo di accenni autobiografici, è il tempo presente a inquietare lo storico, che liquida in un breve passaggio la stagione del Sessantotto e denuncia lo scollamento attuale tra critica ed efficacia politica, tra movimenti di rivolta e un dominio che sembra privo di alternative. L'immaginazione al potere e i gruppi di opposizione oggi sulla scena, fa comprendere, mancano del tutto di un progetto che l'utopia e il marxismo hanno sempre avuto, ponendosi comunque in rapporto con la storia. Ma è soprattutto il destino della cristianità a muovere le sue riflessioni, con la denuncia di una crisi della teologia che è crisi del suo rapporto con la storia, ripiego in una pastorale sterile e priva di profezia (Prodi è molto duro quando tratta delle ottusità e delle astrattezze presenti nel clero e in certe sette ecclesiali in tema di bioetica ed eutanasia). Certo, il ripiego nella storia ecclesiastica e l'abbandono del rapporto fecondo tra la Parola trasmessa (la salvezza) e la storia umana avvenne nel Cinquecento, quando la chiesa non seppe valorizzare né la proposta teologica di Melchor Cano né la ricerca sulle fonti di Carlo Sigonio (che meritò anzi una condanna non ufficiale che impedì la circolazione dei suoi scritti fino alla riscoperta muratoriana del Settecento). Ma dopo la caccia alle streghe antimodernista, e dopo una stagione di apertura a cavallo tra gli ultimi anni del pontificato di Pio XII e quelli del Vaticano II (gli anni di formazione di Prodi), oggi quella crisi è più profonda che mai. Forse, come ha sostenuto un teologo come Joseph Ratzinger, la cristianità è destinata a essere minoranza e non più società, come pare credere Prodi (e come sembra evidente). Ma perché questo diventi opportunità e non sconfitta occorre che la Parola riprenda un rapporto di distanza, di critica e di comprensione del potere. E qui casca l'asino, suggerisce Prodi nell'ultimo saggio: perché la storia come disciplina – per anni asservita a legittimare lo stato-nazione – è anch'essa in crisi; una crisi mascherata appena dall'avido consumo di passato da parte del pubblico. Ebbene, qui, secondo Prodi (e secondo Wolfgang Reinhard, le cui riflessioni Prodi riprende), si apre uno spazio per una storia come esercizio di delegittimazione (come Parola). Se lo storico non è più vate di una secolarizzata teologia finalistica (lo storicismo, lo stato, il progresso), può essere un giullare che smaschera fino a che punto il re sia nudo. Basterà? Non lo sappiamo. Quel che è certo è che mai come oggi il potere sembra privo di alternative, mentre la democrazia declina. Solo che la fine delle utopie e la crisi del cristianesimo (di cui forse le prime erano la versione secolarizzata) impediscono la rinascita di una profezia degna di questo nome. E poiché la tragedia si ripresenta come farsa, alla denuncia di un frate ferrarese si sostituisce quella di un giullare genovese.   Vincenzo Lavenia