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Alberto Asor Rosa

Editore: Einaudi
Anno edizione: 2005
Pagine: 173 p. , Brossura
  • EAN: 9788806172763

Chi dice io in Storie di animali e altri viventi, il secondo sorprendente libro di narrativa – dopo L'alba di un mondo nuovo, del 2002 – di Alberto Asor Rosa? Propriamente le voci narranti sono quelle dei due animali protagonisti, Micio Nero e la "cana" (il "neo-femminile" di cane) Contessa. In effetti, però, la situazione è diversa, perché "un gatto non ha voce, non ha parola, di regola non ha pensieri, tanto meno sa scrivere. Ma se è un personaggio letterario, allora è diverso: può fare tutto ciò che vuole". Lo stesso, ovviamente, vale per un cane. Come Flaubert con Madame Bovary o Tolstoj con Nataša Rostova, dietro ai due narratori c'è – e Asor Rosa ci suggerisce di riconoscerlo – l'umana natura dell'autore, che, inevitabilmente, si riversa anche nel Po o Pa (la prima è la versione di Contessa, la seconda di Micio nero) personaggio maschile, e dà vita a Ma o Mo (sempre nell'ordine indicato in precedenza), personaggio femminile.

Siamo dunque di fronte all'antica strategia di prestar voce e pensiero umano ai non umani? Quelle che ascoltiamo sono le parole di un uomo-autore che si nasconde dietro a maschere animali per sottolineare la bestialità dei suoi compagni di specie secondo una prospettiva straniante? Se così fosse – o meglio, se fosse solo così – il libro non determinerebbe quella serie di disorientanti (e ri-orientanti) sensazioni che invece è in grado di produrre. Quanto Asor Rosa è riuscito a configurare – e se insistiamo è perché c'è riuscito mirabilmente – è una voce ibrida, che si sottrae sia all'abitudine di estendere agli animali sentimenti umani, sia di farne simboli, metafore, figure dell'immaginario. Chi parla è un Gattuomo – "il prodigioso personaggio delle leggende medievali, dotato d'intelligenza felina e di sentimenti umani (…) ricongiunto in unità dopo la sua dolorosa millenaria separazione, per ridar vita alla medesima esistenza primordiale, quella che sicuramente ha preceduto la divisione della specie" –, che sa diventare una Canfemmina e, addirittura, un Cangatto.

Non siamo allora alle prese con un uomo e un donna che si fingono gatto e cane, oppure con un gatto o con un cane che hanno tratti umani o, ancora, con un gatto che parla di un cane e viceversa, ma abbiamo a che fare con dei "metamorfanti", cioè dei viventi che hanno sviluppato la capacità di "subire o produrre metamorfòsi" (e non metamòrfosi), e quindi possiedono la forza che produce il cambiamento. Rifuggendo dall'antropocentrismo e dall'antropomorfizzazione, Storie di animali e altri viventi arriva in tal modo a proporre una prospettiva consonante con quella del post-human delineata da Roberto Marchesini (per esempio in Animal appeal), e, se cercassimo di paragonarlo ad altri libri di narrativa sul tema, potremmo avvicinarlo a Timbuctù di Paul Auster. Perché quanto leggiamo è contemporaneamente il percorso di un uomo e di una donna che hanno vissuto con un gatto e un cane, e quello di un gatto e di un cane che hanno trascorso i loro giorni con un uomo e una donna, e di un gatto e di un cane che hanno imparato a convivere tra loro, addizionando percezioni, sguardi, sensibilità e scavalcando progetti individualistici, risentimenti, incomprensioni, repulsioni.

Il libro è allora la storia di un io multiplo che narra la sua costruzione. È, di fatto, il bildungsroman di una "figura chiasmatica", alla cui definizione concorrono tutti i personaggi in azione, allacciati dalla forza della comunicazione telepatica. Sul piano narrativo è con la descrizione dei processi di cambiamento che si sviluppa la fabula, snodandosi nelle prime tre parti sul filo dell'ironia e della leggerezza per lasciare spazio alla struggente elegia nella quarta sezione. Micio Nero (Misch'ò per Contessa), il primo a convivere con Po-Pa, dopo gli arrivi di Mo-Ma e di Contessa (Hon'ess'à secondo lui) deve ristabilire la "catena degli affetti", ritrovando il gusto dell'immobilità e della contemplazione del nulla che, come le avventure notturne, sono assolutamente felini. Contessa, la nobile cagnolina di razza Esterházy, è costretta ad affrontare l'aggressività di Micio Nero prima di fargli capire il suo desiderio di tranquillità, restituendogli quello spazio affettivo che la sua presenza ha ristretto. Entrambi sono nella necessità di sintonizzarsi con i due umani, trovando una collocazione a gesti inspiegabili (la lettura dei giornali, gli occhi fissi sui libri, l'andirivieni frenetico), imparando a ricevere e a dare affetto, sviluppando la capacità di dialogare con loro.

E Po-Pa e Mo-Ma? A loro viene chiesto di guardare al di là del proprio io. Soprattutto devono capire che non esiste una gerarchia tra i viventi, perché unica è la matrice della vita. L'esperienza comune, del resto, si forma attraverso la comprensione della diversità: così quando Po-Pa prova a mettersi a quattro zampe e a camminare in quel modo, scopre che il mondo visto con gli occhi di un animale è un altro mondo. Perché procedere avendo gli occhi rivolti a terra è diverso dal camminare con gli occhi rivolti al cielo. E non è detto che sia peggio.

Certo Po-Pa e Mo-Ma non possono capire tutto dei gatti e dei cani. Alcune convinzioni – quella di esser loro indispensabili per esempio, o di volerli educare "all'umana" – non mutano. Perché Gattuomo e Canfemmina sono umani. Ma che l'apertura verso l'altro si sia verificata, lo cogliamo quando, nello stesso periodo, Micio nero muore e Contessa partorisce. Mentre Po-Pa piange la perdita come aveva fatto per padre e madre (e non avverte differenza), Mo-Ma si sente madre dei sei cuccioli nati dalla "cana" (come narra Contessa, "lei stava pensando che quei sei bimbi erano suoi, li aveva fatti insieme a me, anzi, li aveva fatti lei con quel medesimo corpo con cui così splendidamente metamorfava con me, e che perciò era nella stessa misura sia suo che mio, sia mio che suo").

E poi che tutto il racconto capovolga la prospettiva da cui abitualmente osserviamo gli animali, risulta evidente a lettura conclusa, quando con nettezza si avverte che la narrazione è opera di un io-metamorfante. Perché non c'è una parola che non venga da lui, da questo vivente teriomorfo, in cui umano e animale sono ormai – anche contraddittoriamente – una sola cosa.

 

andrea giardina

Recensioni dei clienti

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    Mara

    09/07/2016 09.24.28

    Confesso che non ce l'ho fatta a seguire il famoso linguista "Cicero de Mor" (evidentemente Tullio De Mauro) mentre spiegava i vari chiasmi fra le quattro persone/animali, ciascuno visto e interpretato dagli altri tre. Invece mi ha divertito l'autorevole filosofo Mario (suppongo Mario Tronti: so di certo che ha un gatto), il quale inizialmente si spaventava un po' quando Micio Nero gli balzava sulle ginocchia (e per questo diradò le visite a casa Asor Rosa), e poi fu da lui sorpreso mentre giocava con un suo gattino ("lo Spirito soffia dove vuole", si giustificò). Forse più riuscita la parte dedicata a Micio, o forse io sono più in grado di capirla, perché più avvezza alla convivenza con la mia Micia Sapiens.

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    Laura

    18/05/2013 13.39.34

    solo un'animo insensibile indipendentemente dal fatto che abbia o no avuto la fortuna di condividere una porzione di vita con un gatto, non può non apprezzare questo libro per la capacità di cogliere l'essenza dei nostri amici a 4 zampe e per la sottile ironia con cui è scritto.

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    Noemi

    23/10/2012 17.41.32

    Mi sono sempre chiesta se gli animali capissero veramente quello che noi diciamo. Se effettivamente riusciamo a comunicare. Penso sia un pensiero di molti e ci sono stati anche studi in proposito. Non entro nello specifico, anche perché non mi interessa in maniera particolare ma so che, secondo gli scienziati gli animali comunicano di certo tra di loro ma non riescono con noi perché sono totalmente differenti. Effettivamente lo sono, noi non abbiamo il pelo (o almeno, si ma ce lo togliamo e comunque non è così tanto!), non camminiamo tutta la vita a quattro zampe? non facciamo molte cose che fanno loro. Però, cosa ci conferma che hanno un cervello così diverso dal nostro, che ci impedisce totalmente di comunicare e di essere capiti? Il nostro cervello non è stato ancora studiato nel tutto, quindi, potrebbe anche essere che non riusciamo ancora a capire il loro. In fondo, chi ha la certezza assoluta? In fondo, siamo andati avanti per molto a credere di vivere sull'unico pianeta dell'universo solo perché non avevamo i macchinari giusti e dobbiamo scoprire ancora moltissime cose. Quindi, partendo da questo pensiero, sono dell'idea che loro potrebbero capirci perfettamente. Certo, è un pensiero che ho partorito già da un po', però ho incominciato a rifletterci veramente quando ho letto questo libro. Guarderò tutti con occhi diversi. Qui troviamo il racconto delle storie di Micio Nero e Contessa. Un gatto e un cane che nel corso di una vita, si sono incontrati e sono cambiati. Una storia raccontata direttamente da loro, delle difficoltà incontrate, dai mutamenti della loro vita, dagli equilibri spezzati e faticosamente ricostruiti. Ammetto che non è stata una lettura molto leggera, perché vengono trattati argomenti un po' complessi, però se presi molto alla semplice, devo dire che li condivido.

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    Francesca

    22/12/2009 00.29.04

    Io mi chiedo come sia possibile che un docente e critico letterario, dopo aver passato la vita a far le pulci agli altri, si abbandoni a questa melensaggine da "gattare" (che in effetti sembrano essere accorse al richiamo gridando bravo). Roba da far perdere la stima non solo nell'intellettuale ma nei suoi giudizi (alcuni dei quali, per esempio quello positivo su Ammaniti, sono fuori dal mondo), per le gattare non ne ho mai avuta.

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    Loredana

    31/08/2009 11.52.12

    Chi ha o ha avuto animali e li ha amati non potrà che amare questo libro che riesce, impresa ardua, eroica, quasi impossibile, a rendere il rapporto incredibile e inspiegabile che si instaura tra uomo e animale. Dice quello che non si può dire, descrive quello che non si può descrivere. Asor Rosa si merita un inchino profondo, una 'standing ovation' per la sua dimestichezza con la lingua che riesce qui in un piccolo miracolo: rendere e spiegare la meraviglia e la magia della comunicazione animale-padrone. Chi invece non ha mai avuto animali e li guarda da distante si gusterà una gran prova di letterato e chissà magari riuscirà a capire cosa vuol dire quando qualcuno guarda negli occhi con sguardo indecifrabile il suo gatto, il suo cane.

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    maurizio680

    11/05/2009 21.00.43

    Un piccolo (come dimensioni) grande (come qualità) libro che illustra - in modo profondo - quali siano i legami tra uomini ed animali. Meraviglioso, commovente, sensibilmente raffinato. In breve, una vera e propria delizia. Chi ama gli animali, sarà grato all'autore per questa stupefacente opera.

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    alexlocatelli

    27/03/2008 19.42.23

    semplicemente straordinario! è difficile che io mi commuova, ma mi capita ogni volta che leggo le pagine dell'ultimo capitolo...

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    lia

    13/09/2006 11.59.30

    bellissimo e commovente. Un libro che veramente resta nel cuore.Se si amano gli animali, alla fine di questo libro si amano ancora di più..

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    PAOLO

    15/05/2006 21.26.54

    ...se a un Gattuomo togliete il gatto, cosa resta? Resta un uomo, anzi, se mi è permesso, data la confidenza che ho con lui, un poveruomo, privato della potente componente immaginativa e contemplativa che gli era venuta dalla sua congiunzione con me. Insieme eravamo un individuo superiore.... Quanta verità in queste parole. Grazie per averle scritte, grazie per questo capolavoro. In memoria di FELIX fermato per sempre il 14 Maggio 2006.

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    patelli

    11/05/2006 18.11.46

    è la prova che l'autore in un'altra vita è stato un gatto perché questa potrebbe essere l'autobiografia di un felino dolcissimo, intelligente e fortunato nei rapporti con umani e altri esseri

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    serenella

    24/12/2005 18.35.34

    Spiritoso, profondo e commovente. Chi parla con gli animali, e li ascolta, non lo può perdere, ma lo consiglierei anche agli altri.

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    Olivier (a.k.a.Pippi)

    02/08/2005 21.48.58

    Alcune sere fa stavo aspettando il ritorno a casa di Pa, adagiato sul bracciolo della mia poltrona di pelle, che è diventato il mio abituale posto d'attesa: non avete idea di quanta fatica mi ci sia voluta per adattarlo e accogliermi comodamente! Dopo tanti anni di convivenza, Pa sa che non mi sogno nemmeno lontanamente di andargli incontro. Se mi vuole che venga lui ad omaggiarmi. Quando si hanno delle ascendenze nobili, principesche! Sono un po' megalomane, lo ammetto. Beh, come dicevo, lo stavo aspettando. E' subito venuto a salutarmi. Ci mancherebbe! Ma quella volta c'era qualcosa di diverso dal solito nel suo saluto. Mi ha abbracciato stretto stretto e ho sentito una cosa strana, che non mi era mai capitato di sentire. Qualcosa simile a quella cosa trasparente che è nella ciotola accanto alla mia pappa, che mi è caduto sulla pelliccia e me l'ha resa un po' un po' appicicaticcia. Ma che non aveva lo stesso sapore. Era salata. Bleah! E intanto sentivo che mi sussurrava, con una voce diversa dal solito "Per fortuna tu non sei Micio Nero". Ma è impazzito? Non vede più che io sono quasi bianco come la neve... sì, ho qualche chiazza nera, ma da qui a definirmi Micio Nero, ce ne corre! Quando, finalmente, ha smesso di soffocarmi (a volte è insopportabile con le sue attenzioni nei miei confronti: non ha misura!) ha tirato fuori dalla cartella una cosa bianca con sopra qualcosa che non sono riuscito a vedere bene. Sembrava quasi una mia fotografia. Venuta male, però: io sono molto più carino! E l'ha fatta vedere al mio altro Pa: io sono fortunato, ne ho due di Pa. Nessuna Ma o Mo. Ma non m'importa, sto benissimo così. E gli ha detto "Ho finito di leggerlo sul bus, tornando a casa. Meraviglioso!!! Ma chissà che cosa avranno detto le persone intorno, vedendo un vecchio 53enne piangere come una fontana". Ho capito! Quella cosa appiccicosa erano le sue lacrime. E quello era anche il giorno del suo compleanno: me lo ero proprio scordato! Ma già, con tutto quello a cui devo pensare, ho ben altro da fare che ricordarmene!!!

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    Tolomeo

    26/07/2005 17.43.05

    Non capisco perchè la mia Mo piangeva così sommessamente. Singhiozzava tenendo ancora aperto con il pollice il libro appena terminato e tra i singhiozzi mi sembrava di percepire le parole "E' bellissimo e terribile....è bellissimo e terribile" e mi si avvicinava, mentre stavo placidamente raggomitolato sul lettone, abbracciandomi ed inondandomi con le sue lacrime. Io volevo dirle "Mo, per favore, aprimi la porta sul giardino: fuori c'è il sole e il mio paradiso mi aspetta..."

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    Christel

    14/04/2005 22.19.41

    una lettura appagante, sin dalle prime righe, il racconto di un amore speciale fatto di cose semplici, un amore che può raggiungere ognuno di noi. Splendido esempio di prosa letteraria. Un libro che rimane nel cuore, il gatto filosofo poi, è uno spettacolo!

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    SILVIA

    13/04/2005 13.20.58

    un testo intelligente, molto ben scritto e adatto non soltanto agli amanti degli animali. mi ha fatto ridere ma anche piangere. da leggere, anche per l'eleganza delle parole.

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    Andrea

    01/04/2005 13.31.00

    Un libro che semplicemente può accendere quella scintilla di cui ognuno ha sempre bisogno dentro di sè, insegnando, in modo semplice e diretto, cosa significhi il rispetto per il mondo che ci circonda e per tutti quelli che lo abitano, uomini e animali compresi.

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    Sara

    04/03/2005 15.02.07

    Un testo intelligente e scorrevole che piacerà molto agli amanti degli animali.Non è difficile, per chi ha un cane o un gatto, riconoscersi nelle situazioni descritte.

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