Curatore: M. Lavagetto
Editore: Einaudi
Collana: Saggi brevi
Anno edizione: 1988
Pagine: XXX-158 p.
  • EAN: 9788806114176

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FRIGESSI, DELIA (A CURA DI), Inchiesta sulle fate. Italo Calvino e la fiaba, Lubrina, 1988

CALVINO, ITALO, Sulla fiaba, Einaudi, 1988
recensione di Lavinio, C., L'Indice 1988, n.10

Una felice coincidenza vede la pubblicazione, pressoché contemporanea, di questi volumi. Il primo apre la nuova collana "Saggi brevi" di Einaudi e ripropone i vari interventi di Italo Calvino non solo sulla fiaba, ma anche su altri generi di racconto popolare trasformati dalla scrittura di autori o raccoglitori diversi per epoca, gusto e sensibilità: dai mimi siciliani - storielle spesso salaci, impregnate di campanilismi feroci - di Francesco Lanza alle storie morali di S.A. Guastella. Pezzi "forti" del volumetto: l'Introduzione alle "Fiabe italiane" (1956) e il saggio "La tradizione popolare nelle fiabe" (1973), cui si aggiungono varie prefazioni (alle "Fiabe africane" e alle raccolte dei Grimm, di Basile, Perrault, Pitré), testimoni di un interesse costante di Calvino per la fiaba e il fiabesco. Oltre che di scrittore in particolare sintonia, sempre più consapevole, con alcuni caratteri sia formali che tematici della fiaba, il suo fu un interesse di studioso che approdò a risultati più che mai utili e interessanti per i demologi. Lo sottolinea con forza Alberto M. Cirese nella relazione al convegno di San Giovanni Valdarno, i cui atti sono ora raccolti nel volume curato da Delia Frigessi.
Cirese pone in evidenza la tripartizione fondamentale del volume delle "Fiabe italiane". Alla parte centrale, frutto della rielaborazione artistica dello scrittore che uniforma, sottoponendole alla propria cifra stilistica, duecentododici (per l'esattezza) fiabe provenienti dalle varie regioni, in un accorpamento rappresentativo del repertorio di tipi e motivi fino ad allora non disponibile per l'area italiana, si accompagnano l'Introduzione e le Note ai testi, un vero e proprio apparato scientifico in cui Calvino, con rigore estremo, dichiara-esibisce criteri e metodo seguiti nella costituzione della raccolta e nella traduzione, riscrittura e/o contaminazione dei testi fiabeschi, a partire dallo sparso o difforme patrimonio documentario preesistente. Calvino, in anni in cui la "Morfologia della fiaba" di V.J. Propp non poteva essergli ancora nota, intuì il carattere "aracnoideo" dell'eterna combinatorietà che sovrintende alla costituzione delle fiabe, pur nel permanere di alcuni schemi costanti ("l'infinita varietà e l'infinita ripetizione", per dirla con un'altra formula dell'Introduzione alle "Fiabe italiane"). Si sentì dunque pienamente autorizzato - quasi novecentesco Nerucci - a proporsi come un "anello" della catena illimitata dei narratori che a ogni nuova esecuzione narrativa apportano variazioni, abbelliscono, contaminano le stesse fiabe, con un grado di libertà maggiore di quanto si pensi. Né l'operazione calviniana è da sottovalutare in nome degli interessi attuali per l'antropologia della comunicazione narrativa orale, attenta a contesti e a stili di narrazione che - certo - solo altri metodi di rilevamento e documentazione permettono di studiare. Le stesse fonti di Calvino non si ponevano, del resto, su un piano di attendibilità molto maggiore riguardo alla fedeltà al "dettato popolare", mentre la riscrittura d'autore - a sottolinearlo è Pietro Clemente - non impedisce le analisi fiabistiche storico-areali, o funzionali, o psicoanalitiche, tutte centrate su elementi che appartengono al piano del contenuto.
I problemi nascono, se mai, quando dall'analisi delle fiabe di Calvino si pretende di ricavare uno stile della fiaba come genere (anche orale): istruttivi e centrali, per cogliere i caratteri della riscrittura calviniana e per capire anche - indirettamente - la concezione di "fiaba" che Calvino stesso possiede, sono i raffronti minuziosi tra le sue versioni e le rispettive fonti effettuati da Fabio Mugnaini per le fiabe toscane della raccolta, Elide Casali per quelle romagnole e, in parte, da Pino Boero per il Calvino "ligure". Largamente coincidenti i risultati: Calvino riscrive con un gusto per la rapidità e l'essenzialità (ben maturato a consapevolezza esplicita nelle postume "Lezioni americane", come scrive Cesare Segre nella presentazione al volume) che gli fa omettere - dei testi di partenza - inserti commentativi, interventi metanarrativi o di regia, formule di contatto: una serie di elementi che, come dimostrano le ricerche più recenti, sono invece tipici dello stile narrativo orale. Quella di Calvino è una fiaba "geometrica" e razionale, in cui le parti rispondono a certi criteri ritmici scanditi, ad esempio, da triplicazioni (e le ripristina quando non c'erano nella sua fonte) o in cui appare chiara la motivazione per la quale i personaggi agiscono (e qui inserisce motivazioni laddove non esistevano). Oppure lo scrittore taglia i "fili" lasciati in sospeso nelle fonti e, in questo modo, scorcia di molto, con testi che diventano spesso più brevi di quelli di partenza e nei quali immette una sottile e costante vena ironica.
Inutile dire che una verifica del genere dovrebbe essere condotta a tappeto per tutti i testi delle "Fiabe italiane"; e sarebbe molto utile - come suggerisce Cirese - una loro edizione critica con, a fronte, le fonti di essa; peraltro molte, come il "fondo Comparetti", sono tuttora inedite).
Questo lavoro sarebbe utile soprattutto agli studiosi di Calvino scrittore: permetterebbe di capire meglio il suo "fiabesco", quel tratto riconosciuto in modo costante (a partire da alcune annotazioni di Vittorini e di Pavese) a buona parte della sua narrativa (se non a tutta) e che Calvino stesso elabora e modifica a mano a mano, in un percorso di cui l'incontro-"cimento" con le fiabe italiane costituisce una tappa fondamentale. È insomma tempo di definire meglio in che senso si parli, per Calvino, di fiabesco (o di favoloso o fantastico), con termini che occorre sottrarre all'intercambiabile confusione e genericità cui vanno spesso soggetti: lo sottolineano in vario modo, nei loro contributi, Marco Barenghi, Bruno Falcetto e Carlo Pagetti. Per Calvino la fiaba è l'archetipo del racconto di avventure e di "prove" (su questo punto si registra nel volume un accento critico). Il fiabesco - anche nelle sue opere realistiche - sarebbe presente nel momento in cui la realtà viene ricondotta a una serie di "cimenti" attraverso i quali il personaggio conosce e si conosce. Il termine "cimento", di galileiana ascendenza, ci introduce a quel Calvino che della scienza e della tecnica è sempre pronto a cogliere gli aspetti più disponibili per l'immaginario e che, nel suo gusto costante per le possibilità combinatorie (le stesse che costituiscono la magia della fiaba), capovolge le associazioni più scontate e cerca, da una parte la logica della fiaba, dall'altra la creatività e le possibilità di "meraviglioso" insite nella scienza.
Purtroppo, per ragioni di spazio, si possono solo citare gli altri lavori: di Luca Clerici sul progetto editoriale e sul clima culturale che portarono alle "Fiabe italiane"; di Heinz Rölleke e di Giorgio Cusatelli a proposito dei Grimm, modello entro certi limiti dell'operazione calviniana; di Janine Despinette sul rapporto tra fiabe e immagini. Ai lettori il piacere di scoprire l'interesse dei vari contributi in questo volume, che arricchisce notevolmente il breve ma denso tracciato critico con cui Mario Lavagetto introduce l'antologia "Sulla fiaba".