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Giulio C. Lepschy

Curatore: M. Voghera
Editore: Il Mulino
Anno edizione: 1989
Pagine: 466 p.
  • EAN: 9788815023261
LEPSCHY, GIULIO C., Sulla linguistica moderna

LEPSCHY, GIULIO C., Nuovi saggi di linguistica italiana
recensione di Benincà, P., L'Indice 1990, n. 5

Allievo, alla Normale di Pisa, di quel talent scout della linguistica italiana che è Tristano Bolelli, dopo aver vinto una cattedra di linguistica in Italia, Giulio Lepschy ha scelto di insegnare linguistica italiana all'università di Reading in Inghilterra e vive da molti anni a Londra. Lavora in uno dei più importanti dipartimenti di italiano del Regno Unito, fondato e diretto fino a pochi anni fa da Luigi Meneghello, le cui opere capita sempre più spesso di incontrare, come oggetto di riflessione linguistica nelle pagine di Giulio Lepschy. Un antico proverbio dice che "un inglese italianato è un diavolo incarnato": volendo estrapolare dai due casi citati, e da altri che vengono alla mente, un proverbio simmetrico, concluderemmo che un "italiano inglesato" è qualcosa di molto più piacevole.
Dal suo osservatorio Lepschy ha mantenuto con la ricerca italiana stretti rapporti, con l'atteggiamento libero e autorevole di chi si sente fuori della mischia e sfrutta a fondo questo vantaggio.
Alla fine degli anni '60 un suo denso libretto pubblicato da Einaudi ("La linguistica strutturale") diventò una specie di breviario per chi voleva guardare fuori dalla ricerca linguistica preminente nelle sedi istituzionali in Italia, orientata, tranne pochissime eccezioni, in modo esclusivo sulla linguistica storica. Con l'aiuto di questo testo, semplice ma non superficiale, alcuni di noi poterono, da autodidatti, prender confidenza con gli sviluppi dello strutturalismo e con il primo delinearsi della grammatica generativa. Da allora Lepschy ci ha abituati ad appuntamenti più o meno regolari con raccolte di saggi che fanno via via il punto su vari aspetti della ricerca linguistica, o su questioni tutte nostrane come il purismo nelle sue varie forme, che egli controbatte sfruttando la sua straordinaria attitudine alla descrizione per difendere la lingua come essa è. Un esempio da ricordare è "La lingua Italiana", una grammatica molto speciale, insieme dettagliata e selettiva, scritta con la moglie Anna Laura Momigliano, un altro bell'esempio di "italiana inglesata".
Lepschy affronta ogni argomento in modo mai vago, direi quasi pedante se la parola non avesse una connotazione negativa: prende il lettore e costringe a seguirlo in un esame della sostanza delle questioni, con lo scopo principale di capirne di più. È difficile, presentando queste sue recenti pubblicazioni, resistere alla tentazione di essere presi dal suo gioco, proseguendo con lui a scoprire nuovi particolari, o anche discutendo e criticando determinate conclusioni o punti di vista. Cercheremo di scegliere alcuni spunti, per dare al lettore un'idea di quello che può trovare in questi due volumi, che sono molto rappresentativi dei due principali aspetti, significativamente complementari, della ricerca linguistica di Lepschy: da una parte contributi di riflessione teorica, orientati verso la storia della linguistica o concentrati su concetti molto specifici, dall'altra saggi di descrizione di straordinaria precisione e ricchezza, di aree della grammatica dell'italiano o di varietà dialettali.
Nei "Nuovi saggi di linguistica Italiana" è più rappresentato quest'ultimo versante; i 15 articoli sono suddivisi in tre sezioni, dedicate rispettivamente all'uso sociale della lingua italiana, a capitoli di grammatica descrittiva e a questioni, teoriche e descrittive, relative al lessico. In questo volume si trovano forse i suoi più bei lavori di descrizione grammaticale: sono quattro articoli della seconda sezione, due dei quali dedicati all'italiano ("Nessi di clitici" e "Costruzioni con si") e due al veneziano ("Clitici veneziani" e "Costruzioni impersonali con se in veneziano"). Sono articoli già usciti in altre sedi e ampiamente utilizzati in studi di grammatica generativa dell'italiano. È sorprendente come Lepschy possa arrivare a certi livelli di dettaglio, a scoprire certe regolarità marginali senza esservi condotto da una teoria sintattica, a cui egli rinuncia programmaticamente in questi lavori; normalmente solo la ricerca di esempi a sostegno o a confutazione di una teoria possono indurre ad indagare così a fondo un settore della lingua. Penso in realtà che alla base ci sia la 'madre' di ogni teoria, non solo linguistica, cioè la scommessa che al di sotto dell'apparente caos dei fenomeni non c'è il caso ma una ragione, e che valga quindi la pena, preliminarmente, di vedere esattamente come stanno le cose.
Fra i temi che più stanno a cuore a Lepschy c'è l'antipurismo, che prende forme diverse a seconda dei tempi. Oggi il purismo è rappresentato da chi si rammarica, oltre che dal fatto che i giovani non sono più obbedienti, studiosi e dediti al sacrificio come un tempo e che la televisione e il computer ci stanno privando della nostra creatività e umanità, anche del fatto che la lingua italiana si va imbarbarendo, ad opera naturalmente sia dei giovani, sia della televisione e del computer. "Il movimento della norma dell'italiano contemporaneo", in collaborazione con Lorenza Raponi, saggia circa mille parole da testi della fine dell'Ottocento o inizi del Novecento, di tre distinti livelli e registri (stile elevato, stile del romanzo popolare, stile giornalistico), con un corrispondente quantitativo di italiano scritto, di pari livello, da scritti di oggi. Di questi testi vengono conteggiati e calcolati percentualmente fenomeni morfologici, lessicali e sintattici, per concludere, sulla base dei dati, che l'italiano è forse cambiato troppo poco, se deve diventare non solo una lingua da usare nel chiuso di accademie, ma da utilizzare in tutti i livelli sociali e stilistici, con scioltezza e plausibilità.
Anche il rapporto fra italiano e dialetti, affrontato e sdrammatizzato con piacevoli annotazioni personali in "Quanto è popolare l'italiano?", è un tema che si accende periodicamente di note apocalittiche. Già nel 1875 Giovanni Papanti aveva dato alle stampe una raccolta di bellissime traduzioni della novella del re di Cipro del Boccaccio in circa settecento varietà dialettali italiane, motivando l'impresa col pericolo imminente che i dialetti correvano di sparire per l'incalzare prepotente della lingua italiana. Fortunatamente questa preoccupazione ricorrente ha motivato altre raccolte di dati linguistici che, se non servono a tenere in vita i dialetti i quali vivono certamente per altri motivi, sono molto utili agli studi linguistici.
Il quarto articolo, "Dove si parla una lingua che non si scrive" ritorna sul tema dell'italiano popolare partendo da riflessioni sul testo e sulla lingua di "Libera nos a malo", il romanzo che rivelò Luigi Meneghello. Sia in questo che in altri articoli del volume, Lepschy coglie l'occasione di citare mirabili frammenti di questo autore, sia per analizzare la lingua, sia per commentare le intuizioni linguistiche: questo offre al lettore un piacere tutto particolare.
L'ultimo brano della prima sezione discute, con moderata simpatia, le proposte per uso non sessista della lingua italiana di A. Sabatini, comparse in pubblicazioni ufficiali della Presidenza del Consiglio dei Ministri. L'argomento è molto interessante, e Lepschy lo affronta considerando sia l'aspetto ideologico, sia l'aspetto linguistico-grammaticale, discutendo soprattutto su questo piano le scelte proposte dalla Sabatini. Queste hanno senz'altro avuto il merito di attirare l'attenzione su alcuni aspetti dell'uso della lingua che, apparentemente innocenti in quanto puri riflessi della grammatica dell'italiano, in realtà rinforzano una visione della società con ruoli fissi e stereotipati per maschi e femmine. Lepschy stesso riporta un ulteriore esempio di questo fatto (p. 63, n.3), un passo in cui Gian Luigi Beccaria (che non si vuole con questo accusare di maschilismo, se non magari a livello inconscio!) parlando dell'importanza dell'uso della lingua per gli esseri umani, dice che essa offre la possibilità di "parlare con un amico, la propria donna, i propri figli". Non si avverte quasi che l'autore a questo punto non sta più parlando del linguaggio come di una proprietà degli esseri umani, ma degli uomini di sesso maschile, che cioè è passato da un uso del maschile come genere grammaticale non marcato a un uso del maschile come esprimente il sesso.
Se si è sensibilizzati a questo aspetto, non è difficile trovare esempi di sessismo linguistico. Ho preso nota di un brano involontariamente divertente tratto da una recensione di Guido Almansi, comparsa qualche mese fa su "Repubblica" a "La biblioteca della piscina" di Alan Hollinghurst. Il libro racconta avventure erotiche in chiave omosessuale, e Almansi scrive la recensione mettendo spiritosamente in luce che l'autore si esprime come se l'omosessualità fosse la condizione umana non marcata, ma non si accorge da parte sua di scrivere come se essere maschi fosse la condizione umana non marcata; dice infatti che Hollinghurst è "rigoroso nell'escludere non solo gli eterosessuali, ma persino le donne"; oppure, dopo aver riferito particolareggiatamente la descrizione che, con attenta emozione l'autore fa dei compagni di doccia, Almansi commenta che simili descrizioni possono avere una carica erotica solo per "lettori che appartengono ad altra parrocchia", dove naturalmente "lettori", che potrebbe sembrare un maschile singolare non marcato, si riferisce solo a un lettore maschio.
Lepschy, come abbiamo detto, pur condividendo l'assunto di partenza, discute e in gran parte rifiuta le soluzioni proposte dalla Sabatini; le sue critiche appaiono giuste, sul piano della razionalità grammaticale o anche del buon senso o dell'estetica; anzi alla fine della lettura la situazione risulta sconfortante, in quanto i motivi per recriminare sono validi, e le proposte impercorribili.
Per finire, indichiamo, ma con qualche incertezza, come pezzo più bello dell'ultima sezione, dedicata al lessico," Aspetti linguistici del fantastico", una serie di piacevolissime e precise divagazioni erudite su termini e concetti collegati con la fantasia.
Il secondo volume, "Sulla linguistica moderna", contiene 19 articoli, tutti molto belli e stimolanti: le voci pubblicate nell'"Enciclopedia" Einaudi ("Traduzione", "Lingua/parola", "Lessico"), si configurano come piccole monografie esaurienti e illuminanti; alcuni saggi ("La scuola linguistica di Praga", "Strutturalismo e linguistica sovietica", "Linguistica e marxismo"), sono capitoli di storia della linguistica su cui l'informazione che Lepschy ci fornisce è particolarmente qualificata e utile. Per alcuni saggi, quindi, come questi citati, il volume si presta anche ad una funzione di tipo manualistico, di quella divulgazione di alto livello di cui in Italia abbiamo una tradizionale carenza; ci auguriamo davvero che Lepschy prepari prima o poi una seconda puntata di introduzione alla linguistica contemporanea, il seguito della "Linguistica strutturale", che sarà certamente non meno utile della prima.
Anche articoli che trattano temi apparentemente marginali ("Saussure e gli spiriti", "Freud", "Abel e gli opposti", "Teoria del discorso e soggettività") si rivelano dei dispositivi estremamente stimolanti di riflessione sulla storia della linguistica e della cultura, sulla semantica, sull'interpretazione di costruzioni sintattiche.
I saggi su Freud e su Saussure hanno punti di partenza minuscoli: una medium ginevrina che parla lingue esotiche come il sanscrito e il marziano, un linguista tedesco le cui teorie poco ortodosse non hanno avuto seguito né risonanza particolari; ma questi diventano subito punti di fuga di linee precise che disegnano i ritratti di un'epoca. L'erudizione è alleggerita dalla piacevolezza quasi aneddotica del racconto: la Ginevra di Saussure, la Vienna di Freud si delineano a poco a poco, come in una foto a sviluppo ritardato, unite a distanza dalle teorie psicologiche e psicoanalitiche dell'inconscio che lì prendevano forma in quegli anni.
Ma proprio in vista di una possibile utilizzazione didattica, o comunque di aggiornamento, bisogna osservare che, se nel titolo non intendiamo 'moderna' come distinto da 'contemporanea', il contenuto del volume può deludere le aspettative.
Alcuni saggi appaiono infatti datati, e penso non tanto ai più vecchi, come "Osservazioni sul termine struttura" che è del 1962 ma mi sembra niente affatto superato, quanto per esempio alla voce "Grammatica generativa", o alla appendice bibliografica finale. In questi punti si ha l'impressione di leggere la recensione di uno spettacolo da cui il recensore è uscito troppo presto, perdendosi il più bello. In particolare per la fonologia, di cui Lepschy ha seguito con grande attenzione gli sviluppi, e che ora vive una stagione di nuova, vivissima creatività; ma penso anche alla sintassi, che Lepschy ha certamente seguito fino a un punto successivo a quello in cui sembra fermarsi con questo libro (ricordiamo soltanto la sua chiarissima recensione comparsa proprio su "L'indice" di una delle opere più interessanti di sintassi generativa dell'italiano di questi ultimi anni, la "Italian Syntax" di Luigi Burzio).
Pur essendo stato fra i primi e i più attenti studiosi di grammatica generativa, Lepschy non nasconde in qualche occasione una perplessità un po' generica nei riguardi di taluni principi generativi tradizionali, sui quali invece una sua presa di posizione più esplicita oggi potrebbe risultare, come su altre questioni, chiarificatrice. Cito un solo esempio, una annotazione inserita nella voce "Lessico" (p. 191). Lepschy dice giustamente che un lessicografo non può basare le sue definizioni e i giudizi sull'uso e sul significato di una parola sulla sua personale intuizione; non mi pare che sia pertinente aggiungere che "il ricorso della linguistica generativa alla competenza, alla conoscenza che il parlante ha della grammaticalità o agrammaticalità delle frasi, si rivela particolarmente infido in campo lessicale", si intende, mi pare: "esso è sempre infido, e in particolar modo quando si tratta di lessico". Ma i giudizi intuitivi sulla grammaticalità vengono appunto utilizzati, come Lepschy stesso dice, riguardo alle frasi. Il loro scopo comunque non potrebbe riguardare l'uso e il significato lessicale da registrare in una grammatica descrittiva. Gli scopi di grammatiche descrittive e vocabolari si sovrappongono solo in parte agli interessi di un linguista, non solo di un linguista generativo, che è interessato a tipi di costruzioni indipendentemente dalla loro frequenza d'uso, ma anche di un linguista storico. Un etimologo, per esempio, è più interessato a parole che non si usano più, o che si usano in ambienti molto ristretti, che non a parole più usuali, magari importantissime per la vita quotidiana. L'etimologo va alla ricerca anche di parole morte purché possano costituire gli anelli mancanti della sua ricostruzione, il linguista generativo utilizza i giudizi di grammaticalità riguardo a frasi raramente o mai usate, allo scopo di costruire o provare una ipotesi teorica sulla struttura astratta di una grammatica.
Di questo del resto Lepschy parla in un altro punto del suo libro, dove costruisce un bel paragone tratto dal metodo delle scienze esatte (p. 162-3) per chiarire in che senso una teoria linguistica deve essere astratta, e contemporaneamente avere per oggetto dei fatti concreti.
Il sesto articolo del volume si conclude con una domanda: "Come va studiato il linguaggio: come fenomeno storico, coi metodi della logica e della matematica, o coi metodi delle scienze naturali?". Anche sulla base di questi due volumi, la risposta dovrebbe essere: in tutti questi modi, e forse molti altri ancora; perché ogni metodologia, a seconda dei suoi scopi, si deve ritagliare il suo proprio oggetto di studio, che non può essere che una parte del complesso dei fenomeni appartenenti al linguaggio.