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Luciano Gallino

Editore: Einaudi
Anno edizione: 2007
Pagine: VII-296 p. , Brossura
  • EAN: 9788806186784
Luciano Gallino ha raccolto una serie di interventi apparsi in varie sedi nell'arco di più di venti anni, legati dal filo conduttore dei rapporti fra sviluppo tecnologico, organizzazione del lavoro e spazi di gestione democratica, aggiornati e corredati di una introduzione e di una conclusione che allargano il discorso ai temi del ruolo della scienza e della tecnologia nel futuro della società mondo. È su questi due capitoli che mi soffermerò, anche se tutti meriterebbero una discussione approfondita.
L'introduzione affronta il tema della tecnologia "scientificizzata", che ha cioè incorporato quantità sempre crescenti di conoscenze scientifiche, e della sua ambivalenza: la sua capacità di migliorare la condizione degli umani e dei sistemi naturali, ma anche di peggiorarla, sovente in maniera non immediatamente evidente: un miglioramento qui può significare un peggioramento là, o magari non oggi ma per le generazioni future. La scienza e la tecnologia si presentano come elemento unificante a livello globale, ricco di promesse per il futuro. Ma i benefici dello sviluppo tecnologico soffrono di due limiti cruciali: non sono assolutamente condivisi da tutta la popolazione del globo e non sempre appaiono sostenibili, in grado cioè di non intaccare le risorse del pianeta in maniera irreversibile.
Dove sta il problema? Nell'uso che i decisori collettivi, i politici, fanno delle promesse e delle potenzialità della tecnologia, oppure il difetto sta anche nel manico? Il problema principale sta, per l'autore, nella "tecno-ignoranza": non quella di un pubblico che non è in grado di capire cosa fanno gli scienziati e che andrebbe pertanto educato, ma quella di tecnologi e ricercatori che agiscono senza avere sovente nessuna idea delle conseguenze di ciò che stanno facendo. Come esempio, Gallino cita la storia dei clorofluorocarburi, i cfc, principali responsabili dell'effetto serra. Sono stati in uso dal 1930, era in teoria possibile prevedere che cosa avrebbero combinato allo strato di ozono, ma fino agli anni settanta nessuno ha creduto fosse il caso di porsi il problema, e ci sono voluti altri quindici-venti anni perché venisse eliminato il loro impiego. Intanto il buco resterà per un tempo non facilmente prevedibile (ma si potrebbe citare una storia ancora peggiore, quella delle fibre di amianto. In questo caso la loro cancerogenicità era diffusamente conosciuta da decenni, ma i dati sono stati volontariamente occultati per tanto, troppo tempo. Qui il problema non è l'ignoranza, ma la componente criminale insita in certe forme di produzione).
La diffusione delle nuove tecnologie, assolutamente inusitata per velocità ed estensione, fa sì che il pianeta sia oggetto di "una rete di sperimentazioni globali d'un ordine di grandezza senza precedenti. Rispetto a questo, le procedure di valutazione delle conseguenze possibili (…) si presentano essenzialmente inadeguate". È questo il cardine dell'argomentazione: non sappiamo quello che stiamo facendo, perché, anche quando diciamo di fare delle verifiche, lo facciamo su una scala temporale e spaziale insufficienti, se non inutili. (Nel capitolo 5 l'autore sostiene che non ci sono attualmente le condizioni per costruire modelli sufficientemente complessi da poter fornire previsioni attendibili e utili per orientare le decisioni di politica tecnologica).
Per argomentare questo punto, Gallino cita tre casi: le biotecnologie, le nanotecnologie, le tecnologie che comportano l'esposizione a campi elettromagnetici. Su questo passaggio può essere utile fare alcune considerazioni, e per motivi di spazio sceglierò il primo esempio, che è anche il più dibattuto. Non mancano certo buoni argomenti per rilievi critici: usare l'assenza di dati negativi, su una scala temporale e spaziale di pochi anni o di poche centinaia di metri, per escludere ogni effetto nocivo, è esempio di tecno-ignoranza. Ma il problema è che non ci sono le biotecnologie, ma varie tecnologie di manipolazione e utilizzo di oggetti biologici che si basano su patrimoni di conoscenze molto diversi e di diversa "robustezza", per usare la terminologia dell'autore: biotecnologie per uso diagnostico, terapeutico, produttivo, alimentare… Non sono la stessa cosa, sono gestite con logiche differenti e hanno mercati – e condizionamenti – differenti. Per quanto riguarda quelle alimentari, che attirano di più l'attenzione, forse bisognerebbe distinguere fra i possibili danni alla salute (le basi biologiche per questa eventualità sono ridotte, anche se non nulle) e le modificazioni incontrollabili ai sistemi naturali (qui le basi biologiche sono invece abbondanti). L'aspetto più preoccupante, in questo caso, è comunque la concentrazione del potere agricolo nelle mani di pochissime multinazionali, con una drammatica riduzione delle tecnologie di coltivazione, della possibilità di scelta dei coltivatori e della biodiversità.
Tornando al testo, Gallino elenca altri seri ostacoli al cammino della scienza verso lo status di Bene Pubblico Globale, orientato cioè al miglioramento delle condizioni di vita di tutta la popolazione del pianeta e dello stato dei sistemi naturali, ma anche accessibile e fruibile da parte di tutti. Sempre per brevità, accenno al più rilevante: la crescente spinta alla privatizzazione delle conoscenze, sia per scelte di secretazione, basate su interessi di potere politico ed economico, sia semplicemente perché i costi e i protocolli di accesso tagliano fuori chi non ha le risorse sufficienti – cioè la stragrande maggioranza degli esseri umani.
Infine, le proposte, condivisibili e molto sensate: in primis, rivedere criticamente lo status "globale" della cosiddetta società della conoscenza. Per farla diventare realmente tale bisogna rompere i recinti delle decisioni prese da esperti che non sanno della loro ignoranza, ma aprirsi a valutazioni che coinvolgano i soggetti interessati, costruire così una conoscenza "socialmente robusta": un nuovo patto fra scienza e soggetti sociali. È impossibile? Oggi, enti e istituzioni internazionali ci stanno provando, anche se in isolamento. Costa troppo? I costi sono alti, ma non più alti di molti attuali sprechi.   Davide Lovisolo