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Luigi A. Manfreda

Editore: Jaca Book
Anno edizione: 2001
Pagine: 304 p.
  • EAN: 9788816405578

Il testo costituisce una riflessione sulla possibilità d'una legittimazione razionale dell'etica nell'orizzonte della filosofia moderna e contemporanea. Ma si dà effettivamente un luogo in cui si renda possibile una fondazione del linguaggio etico, che trascenda dunque le particolarità degli interessi individuali e delle forze storiche? La domanda risuona, più o meno apertamente, nell'opera degli autori a cui si rivolge Tempo e redenzione. La prima parte comprende l'analisi della produzione di Nietzsche, Michelstaedter e Giorgio De Chirico. Pur fra notevoli differenze al suo interno (non ultima, ovviamente, quella che vede De Chirico esprimersi attraverso il linguaggio della pittura) la corrente che si profila accostando le tre figure conduce, per un verso, alla negazione della rappresentabilità-dicibilità del fondamento dell'etica, e per l'altro, più radicalmente, alla dissoluzione stessa dell'idea di una morale 'condivisibile' che affermi i propri valori nelle concrete forme della storia. La seconda parte si rivolge ai testi di Franz Rosenzweig, Walter Benjamin e Simone Weil. Qui il problema viene ripensato – e riproposto, per così dire, nella sua legittimità – alla luce del rapporto tra filosofia e teologia, rapporto di cui pure si mostra la necessità di una radicale messa in questione. Ciò finirà con l'implicare, per la teoria dell'etica, l'interrogarsi intorno alle profonde mutazioni che ha subito l'esperienza concreta, del quotidiano, nelle forme del moderno in rapporto alla concezione dell'io. E, come banco di prova di tale concezione, la questione dei legami costitutivi dell'io pensabili come politici.

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    Sebastiano

    12/02/2008 14.59.59

    Oggi, mi reputo un allievo del professor Manfreda, senza che egli lo sappia,non solo perché seguo i suoi corsi, ma soprattutto perché studio i suoi testi. Il mio amore per la filosofia ora risplende di una luce più nuova, più vera. Questo libro s'interroga sullo scorrere del tempo e sul redimersi di questo nel suo scorrere. S'interroga sull'essere e sul suo mostrarsi attraverso il linguaggio. Ciò che vi è di più difficile nel dirsi in sé è rendere partecipi gli altri e se stessi della propria esperienza, dell'aver-fatto-esperienza-di e del poterlo comunicare in tutta la sua pienezza. L'interrogarsi e il comunicare si spingono fin nei fondamenti del discorso teologico, il luogo del mai risolto, la fucina dei valori. Non è casuale che si inizi con Nietzsche, con colui che ha chiuso un mondo (fondandone uno nuovo, ovvero lo stesso, ma con una luce diversa, diafana), e, dopo aver attraversato i luoghi di Michelstaedter e de Chirico, si giunga poi a Rosenzweig, a Benjamin, a Simone Weil. Qui non si narrano storie, non è il resoconto dell'attività o della vita di questi filosofi; questo libro è un'apertura, un sentiero battuto che porta a interrogarsi su di sé, è un ri-fondarsi dell'essere per mezzo del rifondarsi del linguaggio. Non voglio commentare la scrittura (essa canta da sé, come da sé cantano le lezioni universitarie), non in un così breve spazio. Questa forma è già data. E nel darsi di una forma, accade che l'etica si insinui nel linguaggio e comunichi per suo tramite. Come è scritto all'inizio del libro: L'etica anima interiormente il linguaggio, poiché mostra in esso l'aspirazione a sciogliersi dal contingente, dal senza-forma del quotidiano, in cui 'nulla giunge mai a compimento'.

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