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Marcello Sorgi, Andrea Camilleri

Collana: La memoria
Edizione: 2
Anno edizione: 2000
Pagine: 176 p.
  • EAN: 9788838915680
Usato su Libraccio.it € 4,18


recensioni di Papuzzi, A. L'Indice del 2000, n. 09

La complicità che lega intervistatore e intervistato è senza dubbio l'aspetto preminente di questo libro su Andrea Camilleri, il vero caso delle lettere italiane negli anni novanta. Giustamente il sottotitolo annuncia un dialogo, perché questi due siciliani, che pure non si conoscevano prima di collaborare a queste pagine, mettono da parte i rituali dell'intervista, per sprofondare in una amichevole conversazione intessuta sui temi della sicilitudine. E questo dialogo porta a galla, come un'acqua increspata dalla brezza, non soltanto la storia dell'autore del Birraio di Preston e del padre dell'ispettore Montalbano, bensì la cultura e i valori della sicilitudine e i personaggi che le appartengono, da Pirandello a Tomasi, da Sciascia a Consolo. In questo senso, la formula dell'intervista, trasformata da trent'anni in un solido modello editoriale, viene rinnovata, in quanto non è semplicemente un artificio per esplorare un caso, ma diventa essa stessa parte sostanziale della narrazione.
I dialoganti rappresentano generazioni diverse. Camilleri era studente universitario all'indomani della Liberazione. Fa parte di un altro paese. "Io stavo nel pozzo profondo di Porto Empedocle, mandavo le poesie e dopo qualche tempo, magari per premio, me le pubblicavano". Nel 1948 scrive una commedia, Giudizio a mezzanotte, che vince il Premio Firenze, presieduto da Silvio D'Amico. "In quel momento a casa mia non c'era una lira, cioè l'idea di spesare il figlio per fare questo viaggio infernale di tre giorni in treno e in più mantenerlo per una settimana a Firenze era fuori dell'ordinanza". Allora uno zio vendette i ceci che aveva appena raccolto. Grazie al premio, che gli frutta trentamila lire, circa un milione al giorno d'oggi, mette piede all'Accademia d'arte drammatica di Roma (con Buazzelli, Rossella Falk, Manfredi, Panelli), ma ne viene cacciato un anno dopo, per aver frequentato, insieme all'attore Luigi Vannucchi, il dormitorio delle ragazze. Comunque ha già iniziato la carriera di regista teatrale, in seguito televisivo, quando nel 1955 nasce a Palermo il suo intervistatore Marcello Sorgi, in una famiglia della buona borghesia progressista: il padre era un avvocato penalista, impegnato nelle battaglie della sinistra di allora, che aveva amici e clienti comunisti. "A me e ad altri amici della mia generazione cresciuti in famiglie borghesi - spiega Sorgi -, sembrava naturale essere di sinistra". Ma la formazione politica di questa generazione nata dieci anni dopo la fine della guerra, che fa appena in tempo a vedere la vita povera, i bambini affamati, l'analfabetismo dei padri, quella Sicilia che "L'Espresso" chiamava "L'Africa in casa", avviene a Palermo come in Italia con il movimento della contestazione: "La nostra prima, vera scuola politica fu il '68. E l'unica cosa che il '68 riuscì veramente a sfasciare furono le famiglie. Anche quelle di sinistra".
Ma il tessuto connettivo di un patrimonio di tradizioni, di un modo comune di sentire e pensare, è più forte della differenza generazionale. Per esempio è Sorgi, il più giovane, a proporre il silenzio come carattere specifico dell'amicizia fra due siciliani: "Due amici siciliani, incontrandosi, possono stare zitti proprio per dimostrarsi che si conoscono e si vogliono talmente bene che non devono dirsi niente". E ricorda quando Vincenzo Consolo andava a trovare Leonardo Sciascia: "Visibilmente felici di rivedersi, si sedevano uno di fronte all'altro e parlavano pochissimo". Camilleri gli risponde citando la lettera con cui Pirandello interruppe la sua amicizia con Martoglio. "Caro amico, voi ieri sera avete detto una parola che non dovevate dire". Questa parola, che non sappiamo, mette in forse l'amicizia. "Tra amici il sentimento è così importante - osserva Camilleri - che l'idea del fallimento è un pericolo che incombe sempre".
Un altro tema tipico della sicilitudine è la divisione fra siciliani di scoglio e di mare aperto. Come spiega Sorgi, sono di scoglio quelli che soffrono di crisi di astinenza appena si allontanano dalla loro isola, sono di mare aperto quelli che scelgono di proiettarsi su altri orizzonti, portandosi però dietro la sicilitudine come un prezioso patrimonio personale. Sia Camilleri sia Sorgi si dichiarano siciliani di mare aperto. Il primo lasciò l'isola grazie ai ceci dello zio e, per ragioni professionali, si trovò a passare nella capitale la maggior parte dell'esistenza. Il secondo si trasferì a Roma a 23 anni, per seguire la carriera giornalistica che lo vede alla guida della "Stampa" dal 1998. Nei loro ragionamenti si ritrovano tracce della Sicilia di Vittorini, e storia, tradizioni, letteratura, memoria tendono a fondersi in un archetipo arcaico, che ha il potere di trasformare credenze e comportamenti individuali e collettivi in simboli del mondo da cui si è esiliati, con ciò legittimandoli come valori.
In questo quadro vengono a galla personaggi storici e costumi popolari, le donne e gli amori, la famiglia e il lavoro, un'idea dello Stato, un'idea della politica, Pirandello e il Gattopardo. Si vede come nasce un nuovo scrittore e si vede come nascono i suoi libri. Si sfogliano le pagine dell'immaginazione narrativa in cui hanno visto la luce i Montalbano e i Catarella. Il tutto raccontato con lo stile di Camilleri, che sembra sempre attingere al pozzo di un'antica saggezza. Come quando si discute degli amori. "Noi abbiamo un proverbio leggermente osceno in Sicilia, che dice: 'La minchia non vuole pensieri'. Allora, se ci cominciamo a caricare non solo di pensieri esterni sociopolitici - le guerre, la criminalità, gli immigrati - ma anche di problemi privati, strettamente personali, la minchia, per tornare a quel proverbio, finisce proprio col non funzionare più". O quando si tratta la questione degli intellettuali, partendo da un severo giudizio di Consolo secondo il quale il successo di Camilleri sarebbe dovuto al disimpegno civile. L'accusato respinge al mittente l'accusa, senza astio, spiegando di diffidare dall'impegno organico. Una cosa è la politica, un'altra è la cultura: "Non si può chiedere a uno scrittore con il suo impegno di far arrivare i treni in orario".
Chiuse queste pagine, senza dubbio coinvolgenti, si apre tuttavia, per il lettore non siciliano, o soprattutto non meridionale, un interrogativo spiazzante: la categoria della sicilitudine, premiando l'orgoglio di un mondo inattuale, non finirà per suonare assolutoria nei confronti di aspetti di arretratezza? Talvolta al lettore capita di domandarsi: ciò che sto considerando carico di fascino non è il rovesciamento di ciò che, almeno una volta, criticavo? Probabilmente il punto cruciale è la complicità fra intervistato e intervistatore, che porta ad annullare la distanza dall'oggetto, mettendo in primo piano il nocciolo sentimentale delle questioni. Per fare degli esempi, capita di chiedersi se i rituali dell'amicizia, questa capacità di sentirsi obbligati gli uni verso gli altri al di sopra di ogni altra norma, non potrebbero essere l'altra faccia del familismo amorale, polemicamente studiato da Banfield in Basilicata. Oppure Sorgi illustra la differenza fra avere l'influenza in Sicilia o averla a Roma: laggiù si è subito circondati da un'attenzione che coinvolge parenti, amici, conoscenti. Ma non è questo l'aspetto benevolo di un controllo sociale che può assumere forme ossessive? Per concludere, la Sicilia di Camilleri e Sorgi ci conquista, salvo domandarci se non sia troppo buona.

Recensioni dei clienti

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    mirella

    17/01/2005 21.50.25

    Camilleri è grande anche quando risponde ad un intervista....il colloquio è intelligente e lo scrittore si racconta bene.

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