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Togliamo il disturbo. Saggio sulla libertà di non studiare

Paola Mastrocola

Editore: Guanda
Anno edizione: 2011
Pagine: 271 p., Brossura
  • EAN: 9788860881649
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Nel sottobosco ormai folto della libellistica scolastica prodotta da insegnanti, Paola Mastrocola ha ottenuto particolare visibilità, non solo grazie alla sua notorietà di narratrice, ma anche per il piglio diretto e provocatorio delle sue esternazioni. Già nel 2004 la scrittrice aveva dato alle stampe La scuola raccontata al mio cane (Guanda), un pamphlet amaro e tagliente nel quale prendeva di mira soprattutto il sistema-scuola dell'Italia degli ultimi anni. Con Togliamo il disturbo l'autrice affronta invece, a distanza di qualche anno, il nocciolo più autentico della questione scuola, vale a dire il rapporto insegnante-alunno (e insegnante-genitore), in un'epoca di grandi cambiamenti tecnologici e socio-ambientali che sul quel rapporto pesano in maniera sempre più soverchiante; al punto che l'autrice, come già è suggerito dal titolo, sembra ormai incline a dichiarare una resa senza condizioni.
Il saggio si articola in tre parti e si occupa – bisogna sottolinearlo più di quanto faccia la stessa autrice – soprattutto della scuola superiore italiana, particolarmente dei licei.
La prima parte è dedicata all'analisi della condizione (esistenziale, sociale e culturale) dei nostri adolescenti. Ne emerge un quadro nel quale giovani e scuola appaiono in un desolante rapporto di reciproca estraneità: i primi appaiono totalmente immersi in una facile (e facilitata dalle famiglie) dimensione ludica, edonistica e consumistica, intimamente aliena dal rigore dello studio; la seconda sembra invece in preda a una comatosa schizofrenia, scissa com'è tra il tentativo, patetico e rovinoso, di rincorrere la "modernità" e di assecondare l'andazzo sottoculturale in cui vivono immersi i suoi studenti/utenti, da un lato, e, dall'altro, la pervicace pretesa dei suoi insegnanti più avveduti di trasmettere ancora contenuti disciplinari alti e impegnativi (Torquato Tasso!).
La seconda parte ripercorre i precedenti storico-pedagogici che, secondo l'autrice, avrebbero condotto la scuola italiana a emarginare lo studio nozionale e astratto per avventurarsi in spericolate sperimentazioni pseudodidattiche sostenute dalla fama, più e meno meritata, di teorie educative à la page. E qui Mastrocola si cimenta nel tentativo di ridimensionare, storicizzandoli e dissipandone l'alone profetico, mostri sacri come don Milani e Gianni Rodari. Il primo, secondo l'autrice, avrebbe sollevato critiche fondate alla scuola classista degli anni cinquanta e sessanta, ma avrebbe concesso troppo al "donmilanismo", cioè alla trasformazione delle sue idee in intoccabili idoli pedagogici. Ugualmente andrebbe imputata al "rodarismo", più che a Rodari, la fortuna del paradigma di una scuola liberata dai "programmi", luogo elettivo del gioco sbrigliato e della creatività pura.
Molta attenzione è dedicata altresì da Mastrocola, nella prima come nella seconda parte, al fenomeno da lei considerato la causa più recente e profonda della scomparsa dell'attitudine seria e metodica allo studio: vale a dire l'uso scriteriato del computer e di Internet. Entrambi, secondo l'autrice, avrebbero inciso negli ultimi anni profondamente nella forma mentis dei giovani, sia perché avrebbero ingenerato in molti di loro una vera e propria dipendenza dissipatrice di tempo e di energie intellettuali, sia soprattutto perché avrebbero favorito un approccio sempre più superficiale, frettoloso e casuale al sapere e alle sue fonti.
Nella terza parte del saggio Mastrocola, a fronte del disperante quadro d'insieme tracciato nelle prime due, un po' sorprendentemente si avventura in una "modesta proposta" di ristrutturazione complessiva della scuola superiore italiana; la quale, secondo un progetto che lei stessa definisce comunque utopico, dovrebbe articolarsi in tre settori: un settore professionalizzante (work school), finalizzato soprattutto all'apprendimento immediato di un mestiere, ma non privo nei suoi programmi di una robusta componente umanistica; un settore della comunicazione (communication school), dove si continuerebbe a imparare di tutto un po', quasi in una prosecuzione dell'attuale scuola media, ma con prevalenza della didattica esperienziale, dei linguaggi multimediali e dei saperi relazionali; un settore, infine, dello studio astratto e della speculazione teoretica (knowledge school), che restituirebbe al vecchio liceo la sua funzione guida di preparazione allo studio universitario e alle professioni più intellettuali.
Si possono muovere varie obiezioni a questo libro: l'esagerazione (e la generalizzazione eccessiva fino allo stereotipo) nel descrivere l'attuale condizione giovanile come costituzionalmente refrattaria allo studio; la sopravvalutazione dell'incidenza del web e dei network su questa disaffezione a fronte del singolare silenzio dell'autrice sull'influenza non meno deleteria della televisione commerciale; persino il tono dell'argomentazione, non di rado apodittico e a tratti supponente di fronte a una realtà decisamente complessa.
Si può contestare in particolare (nel merito della pars construens) la proposta di una scuola tripartita che conservi comunque al suo interno la communication school, cioè un liceo facilitato e culturalmente depotenziato, una scuola superiore né carne né pesce che sforni sostanzialmente dei consumatori-comunicatori addestrati e omologati: se è vero che da anni il ministero tenta di trasformare i vari licei pubblici italiani in una scuola del genere (ma fortunatamente non vi è ancora riuscito del tutto), è lecito chiedersi (e chiedere a Mastrocola) perché mai si dovrebbe avallare e istituzionalizzare questo tentativo; meglio sarebbe allora restituire ai nostri licei un rigore selettivo che "ri-orienti" tempestivamente i ragazzi meno motivati allo studio teorico verso altri tipi di studio; ma la parola "selezione" è ormai tabù nella scuola italiana e persino Mastrocola sembra accuratamente evitarla; forse perché avrebbe condotto il suo discorso su lidi accidentati e poco confacenti con la linearità apolitica e idealistica delle sue tesi.
Di questo libro si possono dunque criticare molti aspetti, compresa la sua lunghezza complessiva, forse pleonastica rispetto al succo delle idee che contiene e figlia di uno stile ridondante e didascalico. Sarebbe tuttavia un grave errore liquidarlo come la voce attardata e inattuale di un'insegnante nostalgica, perché l'analisi che l'autrice conduce in tutta la pars destruens ci squaderna davanti molte verità inoppugnabili e perciò stesso ineludibili. E per quanto queste verità siano note a una buona parte di coloro che insegnano oggi nei nostri licei, esse non risultano altrettanto chiare e nette nella mente di gran parte dell'opinione pubblica, che non conosce la nostra scuola dall'interno: genitori, intellettuali, giornalisti, politici. Molti appartenenti a queste ultime categorie, infatti, quando parlano della scuola italiana, continuano a sbandierare come antidoto alla sua decadenza la facoltà taumaturgica di pedagogie ludiche, della personalizzazione dei curricula, dei progetti e delle attività aggiuntive rivolte all'attualità e al territorio, della psicologia adolescenziale, del computer, della multimedialità, eccetera ecc.. Come se tutto questo fosse il possibile rimedio contro un degrado che in realtà – e al contrario! – proprio tutto questo (cioè la cieca, e dilettantesca, rincorsa a un "progressismo" educativo malinteso e a una scuola-azienda agghindata da mille illusorie decorazioni tecnocratiche) ha contribuito negli ultimi decenni a produrre.
Per quanto discutibile in alcune sue parti, questo libro ci ammonisce a non perpetuare questo pericoloso equivoco: stiamo attenti a non scambiare la causa del male per il rimedio, il veleno per la medicina, riattivando all'infinito un perverso circolo vizioso ed emarginando sempre più dalla scuola ciò che dovrebbe occuparne sempre e comunque il centro, cioè la cultura e lo studio. D'altro canto, solo restituendo serietà e qualità alla scuola pubblica si possono togliere alibi a chi sta progettandone scientificamente la soluzione finale.
Paolo Mazzocchini

Nel 2004 Paola Mastrocola ci aveva regalato un libro più piccolo, più veloce, uno sfogo più che un trattato, il cui intento polemico era evidente sin dal titolo: La scuola raccontata al mio cane. Oggi dalla sua esperienza nasce un saggio completo, un'analisi impietosa e grave della situazione attuale non solo della scuola, ma della cultura, della società, della vita degli italiani, del futuro dei giovani.
L'intento polemico è invariato e anche questa volta lo leggiamo sin nel titolo: Togliamo il disturbo, come dire che, dato che la società ci impone un modello culturale dove preparazione diventa sinonimo di nozionismo – “vade retro” nozione! - e ogni sforzo intellettuale assume valenza negativa, gli insegnanti possono anche togliere il disturbo.
"Oggi se parli di studio, sei subito vecchio. Pesante, lento, bacucco, fuori moda, antipatico e noioso. Studio è una parola perdente a priori: appena la pronunci, hai già perso. Non studiare invece è bello, sa di nuovo, di fresco e di gioioso. È come andar per campi a fare una merenda, o i tuffi dagli scogli, o una camicia appena lavata e stesa al sole."
Al centro dell'analisi del 2004 c'era la trasformazione del lessico: il verbo rimandare che si trasforma in recuperare e perde ogni pericolosità; dall’iniziare le lezioni il primo giorno di scuola all’accogliere i ragazzi per una settimana senza fare nulla; dai programmi ai progetti in una scuola incentrata sul marketing... e così via. Una trasformazione formale che portava con sé quella concettuale.
Oggi la professoressa di lettere Paola Mastrocola racconta gli ultimi decenni delle istituzioni scolastiche di ogni ordine e grado, facendone un'analisi anche "fastidiosa" per certi versi, rileggendo soprattutto le trasformazioni culturali di questi anni, le scelte di indirizzo, i tanti errori - spesso mascherati sotto un apparente abito di innovazione - e i pochi successi.
Se dovessimo trovare anche qui le parole-chiave attorno alle quali si svolge il ragionamento sarebbero: fallimento, disastro, inutilità, illusione, abisso, impotenza...
Le prime due parti del saggio fotografano la scuola italiana e di conseguenza la preparazione dei giovani - certo, vista con gli occhi di Paola Mastrocola, diciamo un'analisi soggettiva ma molto ben argomentata - offrendone un'immagine drammatica, quasi senza via d'uscita.
La terza parte offre la via d'uscita: "mi è parso di aver trovato niente meno che una soluzione per il futuro.. Qualcosa che ha a che fare con la felicità dei giovani, la loro libertà di scelta. Insomma, la terza parte - scrive ancora la Mastrocola - è la mia personale “modesta proposta”: in poche parole, lì vi dico che farei io se governassi l'universo, quale scuola inventerei".
Ecco altre parole importanti: libertà, scelta, individuo, responsabilità. E tre nomi: Carlo Martello, Dante e Jonathan Franzen. Cosa c'entrano Carlo Martello, Dante e Jonathan Franzen con tutto il discorso di prima? Vedrete che c'entrano eccome. La “modesta proposta” della Mastrocola è una scuola divisa in tre direzioni ben distinte. Con una innovazione legata al nostro vivere quotidiano multitasking basata però su una preparazione di base eccellente, "e poi liberi tutti!".
È in questa parte finale, travolgente, l'anima del libro.
"Evitiamo il pericolo strisciante dell'omologazione": è importante! Così come è importante capire per cosa siamo nati, cosa vogliamo fare, indipendentemente dal pensiero dei molti. La scuola ci deve offrire la possibilità di scegliere, e di farlo anche controcorrente. Ci deve fornire le basi, nei primi anni dell'obbligo, per capire se siamo nati per studiare o per fare un lavoro manuale, per coltivare la terra o per fare il tecnico di computer, per leggere Torquato Tasso o per cucinare. Indipendentemente dalla famiglia di origine e dalle velleità dei genitori.
"Ci vuole un certo coraggio, la libertà non è affatto una scelta facile", ma potrebbe portare a una formazione superiore diversificata e piacevole per tutti. Liberando anche la scuola da quel conformismo e quella superficialità che la stanno uccidendo.

A cura di Wuz.it

Recensioni dei clienti

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    Vaduz

    05/09/2016 20.37.42

    Completo disaccordo su quanto scritto. Punto.

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    angelo

    02/08/2013 16.13.26

    Ingredienti: un'istituzione (la scuola) che pare in crisi irreversibile, i suoi rappresentanti (docenti) costretti ad insegnare materie del passato seguendo riforme fin troppo futuristiche, i suoi frequentatori (gli studenti) più interessati ad assistere o sfuggire che ad applicarsi, qualche proposta poco ortodossa per arrestare il declino. Consigliato: a chi da adulto vuol tornare a frequentare i banchi della scuola di oggi, a chi vuol sentirsi dire che lo studio non è proprio necessario per tutti.

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    Dafne Suarez

    12/07/2013 11.19.31

    Molto bello questo libro, riporto uno fra i tanti passaggi che più mi hanno fatto riflettere: "vanno a scuola e non studiano. È una specie di avversativa - concessiva: vanno a scuola ma, ciò nonostante, non studiano. Una paradossale aberrazione. Sarebbe come sedersi al ristorante e non ordinare niente, dicendo al cameriere: No grazie, guardi, stasera non mi va proprio di mangiare. Cosa pensate che direbbe il cameriere?"

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    CHIARA

    06/04/2013 17.02.10

    L'autrice fa luce su una realtà triste: una scuola non all'altezza delle aspettatitive di chi vuole studiare davvero, una scuola che si adegua alla svogliatezza e allo studio "mordi e fuggi"... che peccato!!! Dov'è la scuola dell'impegno, delle ore e ore sui libri, della paura dell'interrogazione e del "Caspita forse il compito non m'è andato così bene come speravo"...? Auspico un ritorno alla vera scuola, quella che forma caratteri e personalità, che educa alla fatica e al lavoro assiduo di ricerca e approfondimento per il solo gusto di studiare e capire!!!

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    Tiziana

    29/08/2012 10.25.34

    dopo "La scuola raccontata al mio cane" la Mastrocola presenta un nuovo libro sul mondo della scuola, offrendo un'esauriente panoramica sul mondo dell'istruzione oggi. condivido molti suoi punti di vista sul malfunzionamento dell'insegnamento e spero si possano rimediare gli errori fatti sinora. le soluzioni offerte nell'ultimo capitolo sono credibili e auspicabili. ci riusciremo a parlare un buon italiano e quant'altro? è un buon libro, lucido, tagliente, colto e caustico, forse un po' prolisso, ma utile e illuminante

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    Alessandro

    03/06/2012 14.12.48

    E' un libro che fa riflettere e solo per questo meriterebbe il punteggio massimo. Il libro offre un lucido punto di vista sull'odierno sistema scuola e su come la liceizzazione forzata stia abbassando il livello culturale dei ragazzi. La Mastrocola ha messo proprio il dito nella piaga: la scelta delle scuole viene fatta non assecondando il talento dei ragazzi, ma per ragioni di classe e di prestigio sociale. Il figlio della buona borghesia deve comunque avere in tasca il diploma liceale e la laurea anche se è portato per tutt'altro. E' inconcepibile che impari un lavoro manuale. Perché invece non rivalutare l'artigianato e i mestieri? La Mastrocola giustamente non inserisce le scuole in una scala gerarchica, come fece invece a suo tempo Gentile, ma con molto buon senso indica un sistema scolastico in linea con le attitudini dei ragazzi e non con ragioni inerenti lo status sociale. E invece no, i licei devono essere pieni di studenti che non hanno alcun tipo di vocazione per quel tipo di scuola e che non studiano. Dalla loro parte hanno l'attuale sistema fintamente democratico che ha abbassato il livello e creato il liceo per tutti.

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    annacarla

    23/05/2012 20.18.13

    Ho già inserito una recensione a suo tempo. Aggiungo questa postilla per sottolineare il commento di Giulio, studente universitario di Fisica: direi che le sue parole -chiare ed argomentate- sono la migliore prova di come la scuola italiana non sia poi così catastrofica come la Mastrocola la dipinge, ma sia ancora in grado di produrre giovani che non si limitano a "gutturare".

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    Giulio

    08/05/2012 16.45.41

    Premetto che è passato molto tempo da quando ho letto questo libro, e ora non lo ho tra le mani. È uno dei peggior libri che abbia mai letto: soltanto odio verso noi studenti, soltanto uno scaricare colpe su di noi. Sarà anche un po' colpa sua se i suoi studenti sono così svogliati? Io al liceo ho avuto un professore talmente bravo che mi sono letto per conto mio quasi tutte le poesie di Gozzano. La cosa che più mi ha colpito, comunque, è come la professoressa sembri considerare cultura soltanto quella umanistica, considerando i saperi pratici "piatti e servili, che ci attorniano e ci assordano soltanto" (cito a memoria, sicché perdonate se tale citazione non è pienamente corretta). Sì, noi studenti italiani abbiamo lacune in Grammatica, ma ne abbiamo molte anche in Matematica. Sinceramente avrei preferito studiare un po' meno Letteratura e un po' più Grammatica e Matematica; perché credo che il non conoscere le opere del Carducci o qualche poesie di Leopardi non precluda poi molto all'università, mentre il non essere in grado di scrivere in un italiano corretto e, soprattutto, comprensibile o il non saper interpretare una formula matematica siano ben più gravi e nocivi per gli studi futuri. Da studente di Fisica all'università vorrei dire, come conclusione, questo: la cultura non è solo umanistica, non dimentichiamocene mai. La Matematica e le Scienze non sono, cioè, seconde alla Grammatica e alla Letteratura, bensì loro pari.

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    Filippo

    15/04/2012 01.56.04

    Stavo leggendo un romanzo di grisham quando ho iniziato questo libro. Appassionante, ho accantonato grisham. Un libro che fa riflettere. Si può non essere d'accordo su qualche aspetto (ci si dovrebbe soffermare maggiormente sull'ignoranza di tanti professori, ma forse anche questo conferma le teorie della Mastrocola), ma non si può non condividere l'analisi su una gioventù supeficiale frutto di una scuola supeficiale. Per leggerlo occorre liberarsi dai pregiudizi ideologici e avere più presenti le esperienze dirette sulla scuola.

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    CARLO CASTELLINI

    16/03/2012 22.36.18

    Carissima Paola, ho letto con estremo interesse il tuo bellissimo libro, che condivido sotto tanti aspetti. Sei persona intelligente, caparbia e convinta della tua cultura e della tua missione. E' ovvio che per tutti questi aspetti positivi, non puoi essere compresa nè dentro nè fuori dalla scuola, sia per come presenti gli argomenti, sia per le tue proposte e provocazioni. Sei molto esigente tu oggi di fronte ad una società che esige poco e permette quasi tutto. Anche se in alcuni punti ti trovo troppo rigida. Ma questa è la tua esperienza e il tuo punto di vista.Difficile oggi oggi trovare un insegnante alla pari di te. Io non sono un leccapiedi, mi piace dire quello che penso. Per una recensione più allargata e documentata anche a confronto con le mie esperienze, gradirei tu accettassi le domande di una mia intervista che ti voglio proporre, nella speranza che tu possa accettare. Volevo infine aggiungere che il libro tuo mi è stato suggerito da una donna intelligente di nome ALBA, che non ha frequentato le scuole medie, ma ha imparato un sacco di cose dalla vita, dalla sofferenza e dai figli. Il libro lo stiamo facendo passare perchè contiene una miniera di riflessioni e di idee. E' probabile che sia poco gradito ad alcuni che hanno la puzza sotto il naso, criticano la scuola e gli insegnanti a vanvera, e non ammettono in pubblico che i loro figli vanno dallo psicologo.Un abbraccio amico in attesa di un tuo riscontro di vita. Asta la vista. CARLO

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    Roberta

    23/01/2012 11.35.57

    Brava! La nostra società avrebbe un gran bisogno di persone che la pensino così....non mollare!

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    lino balbo

    13/11/2011 10.06.30

    La Mastrocola, a ragione, nel libro denuncia nel Donmilanismo e nel Rodarismo le cause dell'attuale caduta della scuola, come non darle ragione? Il libro si legge facilmente dato che è ben scritto e l'ho consigliato agli amici; personalmente ho due riserve: la prima, sin dagli anni cinquanta ricerche scientifiche hanno dimostrato che non c'è relazione fra il linguaggio e l'organizzazione del pensiero. La seconda: non mi pare abbia evidenziato abbastanza il ruolo di genitori che sfuggono ogni loro responsabilità verso i figli, ma poi sono in prima fila a criticare la scuola e gli insegnanti

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    Paolo

    03/11/2011 23.46.26

    Come previsto questo libro non poteva suscitare che due opposti sentimenti: grande ammirazione o odio sfrenato. Ho due figli, uno fa il liceo, scientifico. Ottimi risultati, forse troppo. Forse l'asticella é stata davvero abbassata,forse solo studia... almeno un po'. Eppure: Consiglio di classe della scorsa settimana, genitori che si lamentano perché, rispetto alla prima liceo, "la griglia delle valutazioni é stata alzata"; e meno male! Si lamentano perché "la valutazione media é inferiore a 6" quindi -> occorre valutare in modo che il risultato medio sia 6! In realtà il problema é quello che dice Mastrocola: manca lo studio, almeno un po' di studio! Vi assicuro che colloquiando, per lavoro, numerosi giovani si fatica a capire cosa abbiano studiato e compreso e quale progetto di vita abbiano in testa. Vi assicuro: panorama desolante. Forse Mastrocola estremizza un po', ma per far capire alcuni concetti occorre farlo; almeno ha il coraggio di dire cose "scomode". E le critiche che ho visto nei commenti fatico a capirli, sia da parte degli insegnanti sia da altri lettori. Quello che dice la scrittrice é solo: quando uno sceglie una scuola come il liceo scientifico deve sapere che poi deve Studiare; lo deve sapere lo studente e lo deve sapere la famiglia. Se preferisce attività esperienzial-comunicative deve scegliere un'altra scuola. L'indignazione di chi critica é perché vorrebbe una scuola diversa, basica, facile, che insegni cose utili nell'immediato; ma scuole diverse ci sono già, basta sceglierle. Almeno il liceo lasciamo che trasmetta CULTURA, concetti difficili, qualcosa a cui tendere, ponga una meta. Se amiamo altro...scegliamo altro. A chi critica consiglio di vedere il discorso di Jobs a Stanford, ...sul web si trova facilmente(!): forse cambierà idea, forse capirà che noi OGGI stiamo togliendo ai nostri figli i puntini da unire DOMANI .

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    Luca Urbinati

    14/09/2011 22.35.10

    Ho due figli alle medie ed elementari, ma non avevo ancora compreso cosa fosse diventata la scuola italiana, per quali meccanismi sia diventato e ritenuto normale immaginare che si possa terminare la seconda media senza aver studiato l'area del cerchio. Già, l'autonomia degli istituti, il pensionamento dei detestabili programmi ministeriali; però il valore legale del titolo di studio rimane un totem intoccabile, strano che la Mastrocola non vi abbia dedicato una riflessione. Una sola critica faccio a questo libro, ma forte. Quando propone la scuola 'W' come alternativa con pari dignità, in realtà la Mastrocola ci svela come in realtà non la pensi affatto tale, per una sua forma credo più di ignoranza che di snobismo. Essere capaci a 15 anni di intagliare il legno o di manipolare la creta creando qualcosa di bello, se non un capolavoro, richiede aver affinato le proprie mani, la sensibilità delle dita, la conoscenza degli utensili, sin dalla prima elementare, passando i pomeriggi chini sul banco di lavoro e non al centro commerciale o davanti ai videogiochi. Esattamente come per gli allievi della scuola "K" con i loro temi ed esercizi di grammatica. E invece per la Mastrocola un'elementare e media di tipo "K" preparerebbe al meglio anche chi scelga poi un percorso "W" e si trovi quindi a 14 anni per la prima volta nella sua vita con un pezzo di legno grezzo in mano. Come se uno si iscrivesse al Conservatorio nella classe di violino senza averne mai impugnato uno in vita sua. Per fortuna poi l'autrice, sia pure per altri motivi, lascia cadere questa visione e propone una scuola differenziata sin dall'inizio, l'unica in grado di valorizzare al meglio il genio di ciascun tipo umano - manuale o intellettuale che sia.

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    paola

    25/07/2011 23.31.25

    assolutamente fuori dal mondo... inviterei la signora Mastrocola a leggere il libro di Silvia Dai Pra' "Quelli che però è lo stesso", in cui si trova il ritratto di un'insegnante che, come me (che insegno in una scuola privata di bienni di recupero con adolescenti quasi tutti problematici), fa quello che può, ma lo fa col cuore e al meglio. Un'altra cosa: se davvero esistono i 15enni che la Mastrocola esalta, invito gli stessi a essere più elastici, a pensare di meno e a vivere di più. Chi pensa troppo da ragazzo, tenderà spesso al perfezionismo da adulto, ma la vita purtroppo non è perfetta. E parlo per esperienza personale.

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    Melania

    21/07/2011 22.22.31

    Magnifico. Sono d'accordo su tutto, ma proprio tutto. E' il mio pensiero da cima a fondo e spero che le mie figlie incontrino insegnanti come Lei. Desidero che sappiano nozioni, nozioni, e ancora nozioni. L'ignoranza che impera in questo paese è frutto del mancato "nozionismo". magari fossimo più dotati tutti di nozioni! W le nozioni, w la cultura! Il resto verrà da sè. Diamo gli strumenti a questi ragazzi, le nozioni, a costruire i propri pensieri ci penseranno da sè, e forse saranno anche migliori nel ricercare la felicità, personale e collettiva.

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    Flavia

    28/06/2011 09.42.40

    Io credo che gli insegnanti che hanno criticato la Mastrocola dovrebbero cambiare lavoro, credo non abbiano capito il senso di quello che hanno letto (e se non capiscono questo volete che spieghino Dante!?!). Qualcuno scriveva che i ragazzi a cui insegna non sono apatici, gli brillano gli occhi quando loro spiegano,(anche se mi piacerebbe sapere cosa) beh è quello che dice pure lei (ricordate di quella conferenza con i ragazzi in cui comincia a parlare del Barone rampante ed alla fine dell'intervento prendono nota del titolo del libro!?!). Insomma rileggetelo e con attenzione avete capito il contrario di ciò che ha scritto. P.S. andate su fb vi accorgerete che in una frase di 2 righe l'80% dei ragazzi riesce ad inserire 2 errori di grammatica o di ortografia. Gira da giorni il link di una che ha scritto "se potrei" in 3° elementare mi hanno spiegato che si dice "SE POTESSI", chi non lo ha spegato anche a lei? Ognuno prenda le propie responsabilità!!!

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    faniarte

    09/06/2011 09.36.37

    In questa ormai putrida, oscura, palude limacciosa che è la scuola,quando si scorge qualche bagliore, qualche zampillo limpido di verità ecco ergersi ancora più alti muri oscuri di fango (mi riferisco ai commenti negativi). Il libro della collega è stato invece per me una boccata d'ossigeno una luce che ha schiarito le tenebre che avvolgono la scuola ed i nostri giovani...tristi,persi ed impauriti, imprigionati in una gabbia di luoghi comuni e conformismi che gli abbiamo costruito addosso noi stessi.I colleghi si lamentano continuamente della scuola dei loro studenti , così ho acquistato una copia del libro mettendola a disposizione in sala insegnanti...ma con ringraziamenti imbarazzati hanno farfugliato...che avevano saputo (in modo vago)che era un testo criticato nell'ambiente...FINE! Così senza nemmeno averlo letto lo hanno messo alla berlina...INSEGNANTI!!? Poi le sento dire ai ragazzi dovete leggere ,perchè non leggete??? Credetemi non siamo messi bene , mi vergogno veramente di quello che stiamo facendo ai nostri figli...

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    ton

    31/05/2011 23.33.07

    Bel libro e ben scritto (soprattutto la prima parte). Dice forse qualcosa di strano quando ricorda che la scuola dovrebbe essere frequentata per studiare ? Ho avuto la fortuna di "incontrarla" negli anni '60 e '70, i miei professori avranno probabilmente avuto una cultura "ottocentesca" ma sono ben contento che quei professori allora mi hanno insegnato come studiare, certamente, a volte, con sacrificio. Ma oggi posso ben ringraziarli. Ci sono sicuramente anche oggi numerosissimi docenti bravi e preparati, permettetemi però di dubitare che il livello di preparazione degli studenti, quando escono dalla scuola, sia quello di allora. Pur nel rispetto dei tempi che cambiano ... Come sarà ?

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    gabril

    14/05/2011 09.55.54

    Ha coraggio, indubbiamente, Paola Mastrocola nel dire quello che pensa. Remando controcorrente rispetto all'attuale tendenza, risultato di un ben preciso percorso che ha svalutato e svuotato il senso dell'applicazione e dell'impegno a scuola. In parole semplici dello studio tout court, finalizzato nientemeno che all'acquisizione di cultura. Studio, cultura: parole obsolete, secondo la prof, parole ormai decadute. Sepolte da coltri di sabbia gettata da destra e da sinistra. Indipendentemente dagli schieramenti politici che hanno progettato le riforme, infatti, l'indirizzo perseguito è stato sempre il medesimo: lo svilimento progressivo del senso del sapere, l'appiattimento del livello di istruzione verso il basso. Studio e "ozio" stanno insieme perchè scuola significa stare (stare su, concentrarsi per capire). Oggi invece la politica del "fare" ha preso il sopravvento. Competenze anzichè conoscenze. Funzionali al trionfale ingresso nel mondo del lavoro e mai fini a se stesse, mai puro godimento della conoscenza in sè. Complice la tecnologia, il modello frammentario e multitasking assurto a nuova tendenza, ma diventato già luogo comune. Insomma molto è condivisibile di quel che la prof va descrivendo, con precisione e sofferto disincanto, pur senza rinunciare alla godibile ironia del suo stile. Non tutto però. La sua visione in fin dei conti appare limitata a una certa tipologia di giovani (i liceali della Torino bene); il concetto che alla scuola non competa prendersi cura dell'aspetto relazionale è decisamente improponibile; l'idea che a 14 o 15 anni ogni adolescente sia in grado di individuare (sentire) la propria inclinazione appare decisamente azzardata e più utopistica delle tre tipologie di scuola superiore che l'ardita (e un po' snob) Mastrocola prova ad immaginare.

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