Categorie
Collana: Classici
Edizione: 2
Anno edizione: 1990
Formato: Tascabile
Pagine: 464 p.
  • EAN: 9788817167529

recensione di Rosso Gallo, M., L'Indice 1990, n.10

"Mi sembra che tradurre da una lingua all'altra sia come guardare degli arazzi fiamminghi al rovescio": con queste parole, messe in bocca a don Chisciotte (cap. IL62), e con il topico riferimento agli "arazzi al rovescio", Cervantes si fa portavoce di un atteggiamento di sfiducia di fronte alla possibilità di trasferire un'opera in una lingua diversa da quella originale, mantenendo intatte le sue peculiarità e le sue molteplici sfumature La traduzione, dunque, non verrebbe ad essere altro che un debole riflesso, una copia imperfetta e deformata di un lavoro minuziosamente compiuto.
D'altra parte, una svalutazione di questo tipo pare del tutto motivata quando l'originale da restituire in una nuova lingua è un'opera come il "Buscón* di Quevedo, non a caso definita intraducibile da qualche studioso. Pubblicata per la prima volta a Saragozza nel 1626, ma secondo alcuni critici scritta vari anni prima (probabilmente all'inizio del XVII secolo, tuttavia la questione rimane controversa), raccoglie una delle tendenze della letteratura barocca: la costruzione di un labirintico mondo di parole, che si incalzano e si rinfrangono in una molteplicità di significati. È quello che la storia letteraria chiama sinteticamente "concettismo", il dire molto con poche parole ossia l'incalzante gioco con termini che hanno un doppio senso.
Quevedo, dunque, nel "Buscón* innesta sulle convenzioni del genere picaresco il suo naturale gusto per la caricatura, la deformazione grottesca e la ricerca di significanti che designano due o più referenti reali. L'autobiografia del picaro - la narrazione di un arco vitale che va dall'infanzia alla maturità, omologato dalla costante permanenza nelle sfere sociali più basse e infamanti e dal vano tentativo del protagonista di elevarsi al rango di "gentiluomo" attraverso l'imbroglio - si stempera cosi in un itinerario attraverso varie categorie umane accomunate dalla malvagità e dall'ipocrisia e riceve la sua imprescindibile configurazione dal peculiare uso del linguaggio. Quasi non c'è pagina, in tutta l'opera, che non offra esempi dell'ingegno quevediano; ogni situazione prende vita grazie all'inedito uso di un vocabolo, all'ambiguità di una parola che può ricevere più interpretazioni, alle frasi che sgorgano dal doppio senso di un termine. Così, per esempio, si gioca sui possibili valori semantici di 'cepa' ("ceppo dell'albero genealogico, stirpe" e "tronco di vite" [I.1]), 'blanco' ("bianco" e "bersaglio" I.5]), 'razón' ("ragione", "argomento", "parola", oppure "brindisi" [II.4]), 'proveer' (" fornire, provvedere" e "sgomberare l'intestino" III.2]), flores ("fiori" e "imbrogli nel gioco di carte" [III.7, III.10]), e così via.
È naturale che un traduttore, accingendosi a travasare il Buscón nella propria lingua, provi un legittimo timore e che le versioni italiane realizzate non sempre siano soddisfacenti. Esse, tuttavia, si prestano a un lavoro di correzione e di ripulitura che può dare degli ottimi risultati come dimostrano i meditati interventi di Maria Grazia Profeti sulla traduzione di Gasparetti (Utet, Torino 1935 e successive ristampe; Bur, Milano)
Le difficoltà, ovviamente, non mancano, anzi, iniziano già con il titolo, come evidenzia la Profeti nella sua introduzione: Buscón, infatti "indica... chi si guadagna la vita con l'inganno, dandosi da fare in maniera disonesta, ma con tiri astuti e usando la propria inventiva; e non sembra possibile trovare un corrispettivo del tutto calzante per la traduzione". La stessa Profeti, pur riconoscendone le limitazioni, sceglie il titolo "Il trafficone", che appare senza dubbio più convincente di "Il pitocco", diffuso dal Giannini (a partire dalla sua prima versione, edita da Formiggini, Roma 1928) e ripreso poi da Gasparetti.
A questa prima, macroscopica modifica, che salta agli occhi fin dal frontespizio, seguono numerosi interventi della Profeti che possono essere classificati in due gruppi: da un lato, quelli che scaturiscono dalle divergenze delle edizioni su cui si basa la traduzione; dall'altro, quelli che si qualificano come vere e proprie correzioni, nei punti in cui la versione di Gasparetti, per varie ragioni, tradiva l'originale.
Per quanto riguarda il primo aspetto, nell'edizione del 1967 Gasparetti dichiara di aver "utilizzato principalmente la riproduzione del testo del 1626". Si tratta della 'princeps' (Saragozza 1626), quasi certamente pubblicata all'insaputa dell'autore e caratterizzata da numerose varianti, che avvalorano l'ipotesi di una serie di interventi finalizzati a soddisfare le esigenze della censura; così, per esempio, vengono soppressi diversi brani che potevano risultare irriverenti nei confronti della religione cattolica. Profeti compie la sua revisione, utilizzando l'edizione critica pubblicata da Lázaro Carreter nel 1965 ("La rida del Buscón llamado don Pablos", Csic, Salamanca 1965; 2| ed. 1980), che fino ad oggi è considerato il testo più attendibile Così, limitandoci a un solo esempio, nel capitolo III. 9, dove entra in scena un marito cornuto e contento, troviamo il seguente commento del narratore protagonista: "capii che qualche sciagurato avrebbe detto che questi mariti osservano il precetto di San Paolo: di avere moglie come se non l'avessero interpretando il detto con un po' di malizia"; nella traduzione di Gasparetti, invece, fedele al testo della 'princeps', non appariva nessun riferimento a San Paolo: "mi resi conto che proprio per costoro si dev'esser detto, mettendoci un po' di malizia, che hanno moglie come se non l'avessero".
Per quanto riguarda le correzioni vere e proprie, la Profeti si è impegnata nel tentativo di "ridare il senso delle operazioni di Quevedo" e di "mantenere il registro linguistico volta a volta da lui scelto". Sulla base di questo proposito, ha cercato di restituire i giochi di parole eliminati o semplificati da Gasparetti, ha soppresso le amplificazioni esplicative, che disperdono lo stile conciso di Quevedo, e ha ritoccato i termini che non rispettavano la connotazione linguistica dell'originale (nei casi in cui la traduzione italiana presentava un vocabolo colloquiale in corrispondenza con uno aulico o letterario dell'originale o viceversa. Si vedano, per esempio i seguenti brani a confronto, tratti dal capitolo II.4:
"Si scambiaron l'un l'altro qualche buffetto; poi quello sciagurato delle anime si rimboccò il robone e restò con certe gambacce storte, coperte di brache di tela, e cominciò a ballonzolare e a chiedere se fosse venuto Clemente. Mio zio gli rispose che no, e quando Dio volle e in buon'ora, annaspando in una veste cenciosa e coi piedi ficcati in certi zoccoli, entrò un ciaramellaro da ghiande, vo' dire un porcaro" (Gasparetti).
"Si fecero un paio di sberleffi l'un l'altro e poi lo sciagurato questuante delle anime si tirò su la tunicaccia e rimase con le gambe torte in un paio di brache di tela, e incominciò a ballare chiedendo se Clemente era venuto. Mio zio gli stava rispondendo di no, quando grazie a Dio e in buon'ora, arrivò, avvolto in un cencio e con un paio di zoccoli, uno zampognaro da ghiande, ossia un porcaro" (Profeti).
Questo campione, anche se minimo, può dare un'idea delle modifiche introdotte dalla Profeti e dello spirito che le anima. Si deve inoltre evidenziare l'aggiornamento e l'ampliamento delle note, che vengono così ad offrire al lettore un indispensabile aiuto: attingendo infatti agli studi e alle edizioni più recenti, esse chiariscono riferimenti che potrebbero risultare incomprensibili a persone poco familiarizzate con la cultura spagnola, suggeriscono le possibili interpretazioni dei passi più difficili e spiegano i meccanismi su cui si reggono i giochi di parole dell'originale. Infine, vanno segnalati i pregi dell'introduzione, che mette in luce gli aspetti essenziali dell'opera e traccia una stimolante pista di lettura, corredata sia da un'antologia critica, che non mancherà di interessare chi si accosta al mondo del Buscón, sia da una selezione bibliografica, utilissima per ulteriori approfondimenti.