Editore: Feltrinelli
Collana: I narratori
Anno edizione: 2013
Pagine: 347 p., Brossura
  • EAN: 9788807019333
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    mara regonaschi

    17/06/2013 17:31:43

    Tre intensi anni di un amore poco moderno, perlomeno nei tempi e nei modi in cui si sviluppa, fra Viberti, timido medico internista, e Cecilia, medico anch'essa, ma talentuosa e impegnata in pronto soccorso. "La sola risorsa che aveva lui, l'esperienza, si poteva misurare con l'età; era meno misteriosa del talento, ma più amara, perché in buona parte la si accumulava sbagliando". Tre anni, gli stessi tre anni, raccontati minuziosamente dai diversi protagonisti del romanzo, ed è questa la parte più interessante dello stesso: come la stessa storia sia così diversa se a raccontarla lo fa un nuovo personaggio, dal suo punto di vista, con le sue esperienze, con la sua personalità, con le sue conoscenze. Tanto che quando la stessa storia "reinizia" dal nuovo punto di vista, quasi si stenta a comprendere immediatamente che è la stessa storia. Finchè si fissa, nella memoria e nella vita di ciascuno.

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C'è una coppia che si bacia, nella copertina di questo libro. Banale, certo. In questo caso, però, più che l'atto in sé, più che le due figure abbracciate, conta l'inquadratura. Dall'alto, perpendicolare alla coppia, come se un Barone rampante li avesse sorpresi lì, sotto al suo albero e avesse fatto clic. E poi conta la geometria, la striscia bianca ‒ il parapetto ‒ dove sono seduti i due, che attraversa l'immagine in diagonale, e divide in due sezioni cromatiche l'immagine: sopra il blu dell'acqua, sotto il marrone del terriccio. Non si fa mai troppa attenzione alle copertine dei libri. Dei romanzi, in questo caso. Questa immagine, scelta per la copertina di Tre anni luce di Andrea Canobbio, è strettamente connessa al racconto. Lo racchiude, più che aprirlo, come potrebbe suggerire se intendessimo la copertina come la porta di un libro. Meglio ancora: lo contiene e lo evoca al contempo, il racconto. Poi, c'è la dedica. Anch'essa, in questo caso, una chiave importante. "A Pier Vittorio Tondelli e Daniele Del Giudice". Sono tre gli scrittori-maestri di quella generazione: Antonio Tabucchi, Daniele Del Giudice e Pier Vittorio Tondelli. Tre punti di riferimento diversi, unici. Canobbio ha esordito nella prima antologia Under 25, Giovani blues, curata da Tondelli e pubblicata da Massimo Canalini per la casa editrice Il Lavoro Editoriale di Ancona che poi sarebbe diventata Transeuropa. La apriva, quell'antologia, Canobbio, con il bel racconto Diario del centro. La storia di uno studente italiano che va per qualche tempo a Londra per lavorare e imparare l'inglese. Tiene un diario dal quale salta fuori tutto il suo stupore per una città, Londra, che non ha un centro. Quelle poche pagine già non lasciavano dubbi. Canobbio era uno scrittore. Così come l'autore del racconto di chiusura, Gabriele Romagnoli. Dalle raccolte successive sono usciti altri autori, come Romolo Bugaro, Guido Conti, Giuseppe Culicchia, Silvia Ballestra. Non proprio degli allievi, ma alcune note tondelliane risuonano in ciascuno di questi autori. Tutti, oggi, con una ricca bibliografia alle spalle. All'esordio con Tondelli, Canobbio ne unisce un altro. Il suo primo libro, Vasi cinesi, pubblicato da Einaudi nel 1989, ha infatti la supervisione di Del Giudice, con il quale ha lavorato in fase di editing. Un percorso, quello di Canobbio, che, riosservato ora, sembra un lento avvicinamento a questo suo ultimo romanzo. Da Vasi cinesi passando per Traslochi e poi Padri di padri, e Il naturale disordine delle cose, tutti pubblicati da Einaudi. E fra quest'ultimo e Tre anni luce, pubblicato da Feltrinelli, c'è una pausa di nove anni, in cui, però, hanno trovato spazio due brevi testi, pubblicati entrambi da Nottetempo, Presentimento e Mostrarsi. Meglio non cercarli, però, Tondelli e Del Giudice, dentro alle pagine di Tre anni luce. Sarebbe un errore. O, piuttosto, un impiccio. Perderemmo la fragranza del fluire della scrittura. O, meglio ancora, non serve cercarli, Tondelli e Del Giudice, dentro a queste pagine. Perché ne sentirete una vaga e decisiva eco qui e là. Ma, soprattutto, la coglierete, vi accompagnerà a libro finito, chiuso, quando la foto dei due che si baciano diventerà contenitore definitivo del romanzo che avete appena letto. Il narrare di Tondelli e la scrittura di Del Giudice suoneranno insieme, saranno partitura unica, alla fine di Tre anni luce. Alla fine, l'allievo Canobbio, è riuscito a farle sue, le lezioni dei due maestri, così diversi fra loro, racconto e scrittura, trama e stile, vicenda e sguardo. Mano nella mano, pagina dopo pagina. Come i personaggi di questo romanzo. Ma prima di entrare dentro la storia, c'è ancora qualcos'altro. L'esergo di Vladimir Nabokov: "So, nondimeno, di un giovane soggetto cronofobico che provò qualcosa di molto simile al panico guardando certi filmini di famiglia girati qualche settimana prima della sua nascita". Il tempo, che può essere vertigine, che può far paura. Fin dal titolo di questo romanzo. Dilatare il tempo, i tempi. Prendere tempo. Rallentamenti e ripartenze. Questo è, soprattutto, Tre anni luce. Che incomincia così: "Il ricordo è una stanza vuota. Scomparsi gli scaffali ingombri di riviste, le sedie e il tavolo, scomparsi i quadri, il calendario e lo schermo del computer pieno di parole. Scomparso anche mio padre, seduto a battere sui tasti, annullato da migliaia di momenti identici, ogni giorno cancellato dalla ripetizione degli stessi gesti". Incomincia con uno spazio vuoto, quello del dottor Claudio Viberti, chiamato da tutti solo Viberti, che fino a quel momento, fino alla prima pagina di questo romanzo, ha vissuto una vita piatta, vuota. Porta con sé e dentro di sé l'eco malinconica di quel vuoto, forse scalfito alla riga successiva, quando entra in scena una sua collega del pronto soccorso, Cecilia Re. È suo figlio a raccontarci i tre anni che partono da quel preciso momento: "E così sarebbe rimasto, vuoto nel vuoto, come uno zero, per chissà quanto tempo ancora, se Cecilia non fosse apparsa e non gli avesse chiesto aiuto. Erano le sei di un pomeriggio di fine marzo". Un figlio che ci racconta la storia da un suo presente spostato molto in avanti, in avanti anche rispetto a noi lettori. E li rivivremo passo dopo passo, quei tre anni. Raccontati dal figlio prima dal punto di vista di Viberti, poi da quello di Cecilia, poi ancora Viberti, poi ancora Cecilia e infine da quello di Silvia, la sorella di Cecilia. Una storia d'amore. Complessa, dilatata nei tempi per via delle lentezze e incertezze sentimentali dei due. Raccontati minuziosamente, nei pensieri, nelle azioni, nei desideri, nei gesti. E le rispettive famiglie, Viberti già divorziato e che abita nello stesso stabile dove vive la madre e la ex moglie con la sua nuova famiglia, in fase di separazione invece Cecilia. Nessun figlio lui, due lei. E il sentimento di paternità di Viberti è una delle molle della narrazione. Canobbio attraversa le vite con una scrittura apparentemente piana, priva di picchi, apparentemente adeguata alla scansione che della propria vita danno i personaggi del libro. Ma solo apparentemente, perché poi ci vuole grande maestria a mantenere costante quell'andatura e, soprattutto, riuscire lo stesso a tenere legato il lettore al testo, attraverso la pura forza della scrittura. Senza colpi di scena, escluso l'ultimo, quello cruciale che scoprirete soltanto leggendo il libro, ma che comunque, grazie allo stile evocativo di Canobbio, riusciamo a intuire in anticipo pur ripetendoci "è mai possibile"? Tre punti di vista, dunque, raccontati da un quarto, proiettato nel futuro, che dal futuro ci racconta della sua famiglia prima della sua nascita. Di lui, va detto, non sapremo nulla. Puro cronista dell'antefatto della sua esistenza. Puro omaggio a chi lo ha messo al mondo. E allora non si può che aderire al racconto. E come Viberti, ci innamoriamo subito di questa Cecilia, medico del pronto soccorso, fin dal primo appuntamento in quel bar dove passeranno quasi tutte le pause pranzo dei tre anni luce: "E gli piaceva sempre di più. Gli piaceva quando si ravviava una ciocca di capelli dietro un orecchio, l'apparizione di quella piccola e perfetta conchiglia rosa. Gli piaceva quando mangiando si toccava le labbra con due dita, alla ricerca di una briciola inesistente o per sottolineare che non poteva parlare, in quel momento, con la bocca piena. Gli piaceva come spalancava gli occhi un attimo prima di ridere. Aveva un neo nella fossetta alla base del collo. Aveva un collo molto bello. Aveva una macchia verde nell'iride dell'occhio destro (sapeva di averla?)". Sì, di Cecilia ci si innamora anche noi, lettori. Della sua semplicità. Perché siamo dentro agli stessi sentimenti di Viberti, dentro la sua solitudine, consapevoli, più di lui, di quanto egli sia nulla più che un "internista timido", per Cecilia, o "l'anonimo Viberti", per Silvia, sorella minore di Cecilia. E trattandosi di un romanzo sulla dilatazione dei tempi (anche verbali), non può allora non essere anche un romanzo sulla memoria e della memoria. Quella nella quale vuol far ordine l'io narrante, raccontando la storia di sé prima di sé, quella che svanisce per motivi di età: Marta, la madre di Viberti, quella della letteratura, che Canobbio mette in moto attraverso una perfetta struttura geometrica, dentro la quale noi lettori ci muoviamo con agio. In Tre anni luce Canobbio fa sintesi, dunque. Come se, "in questa luce" (citando il libro omonimo di Daniele Del Giudice, uscito negli stessi giorni del romanzo), l'autore abbia illuminato definitivamente un percorso iniziato con Tondelli prima, e proseguito con Del Giudice poi. Ora, quella luce illumina questa storia, questo romanzo, che è solo di Canobbio. E da questo, ora, ripartire verso altre storie. Roberto Ferrucci