Tre più due uguale a zero. La riforma dell'Università da Berlinguer alla Moratti

Curatore: G. L. Beccaria
Editore: Garzanti Libri
Collana: Saggi
Anno edizione: 2004
In commercio dal: 30 settembre 2004
Pagine: 188 p., Brossura
  • EAN: 9788811740445
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Descrizione

Secondo i pedagoghi meglio intenzionati, oggi la scuola deve fornire ai giovani - naturalmente tenendo conto dei loro "stili cognitivi" - solidi "skillaggi professionali", buon "portfolio delle competenze", "metodologia laboratoriale", "flessibilità dell'intelligenza cognitivo-operazionale". Su questa falsariga si sta muovendo l'ultima riforma delle nostre università. Secondo gli autori, questa riforma, porta a una patologica burocratizzazione, alla prevalenza di un sapere tecnico e professionalizzante, a scapito della formazione nel senso più autentico del termine, e a un ulteriore appiattimento su un presente che appare già fin troppo pervasivo nel flusso dei messaggi mediatici decentrati ma privi di spessore culturale.

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    Pietro Valeri

    28/04/2005 21:11:15

    Gli interventi dei vari docenti esprimono passione per la cultura, per la scuola, per il sapere, per l'uomo pensante. Dispiace che non siano ascoltati dai nostri legislatori e c'è da chiedersi: a chi giova? Si tratta di un libro in linea con quanto scritto dalla Mastrocola. Veramente un buon libro.

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    luisa

    10/11/2004 12:36:31

    FINALMENTE! C'era bisogno di questo libro! Perchè dobbiamo accettare che scuola e università, cultura e umanesimo debbano così miseramente morire?

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La promessa è allettante: un libro sul tre+due, la riforma, voluta dai governi di centrosinistra, che ha introdotto i primi significativi cambiamenti negli studi universitari dopo decenni, e che molto fa discutere, anche alla luce della sua fine annunciata nell'era Moratti. In realtà, la lettura ridimensiona alquanto le aspettative: si tratta di interventi incentrati sulla Facoltà di lettere, o più precisamente sullo stato dell'insegnamento delle discipline umanistiche nella scuola e dei suoi rapporti con quanto si insegna nella suddetta facoltà. Al 3+2 in senso stretto è dedicata qualche decina di pagine.

Si coglie, nella maggioranza degli interventi, un sostanziale disappunto per la messa in discussione della struttura storica della facoltà. C'è una forte difesa della formazione disciplinare contrapposta a quella metodologica, ed è altrettanto forte la contrapposizione fra sapere umanistico e formazione tecnica più o meno direttamente mirata a fantomatiche professionalità: l'aspetto della costruzione di un sapere scientifico, con dignità pari a quello umanistico, non è preso in considerazione, quasi a identificare la Facoltà di lettere quale unica depositaria del senso dell'Universitas: il resto è solo specialistico saper fare.

In ogni caso, lascia perplessi la scelta di alcuni spunti polemici, in particolare contro la stagione della nuova linguistica, o contro ogni introduzione di strumenti analitici nel campo delle lettere: educare a un'analisi quantitativa, oltre che qualitativa, dei testi, è roba da "italiano per ingegneri" o non ha piuttosto caratterizzato una stagione feconda e forse, questa sì, perduta, quella in cui anche studenti di liceo si avvicinavano a Leo Spitzer?

Infine, colpisce l'enfasi sulla continuità fra Berlinguer / De Mauro e Moratti. Qui si tocca un punto dolente: l'egemonia della cultura aziendalista non è degli ultimi due o tre anni, e su questo tutti dovremmo riflettere. In generale, però, gli interventi non colgono la profonda frattura che l'attuale gestione ha generato.

Due contributi si differenziano dal tono generale dell'opera: quello di Giuseppe Recuperati, ricco della passione di chi si è impegnato sul terreno del rapporto fra insegnamento universitario e riforma della scuola, e oggi fa un bilancio amaro (ma è in gran parte una storia precedente al 3+2), e quello di Raffaele Simone, che con acutezza si interroga sull'accelerazione di tutti i processi che impedisce la riflessione e l'assimilazione profonda, anche sofferta. Ma questo, di nuovo, non nasce con il 3+2, fa parte della nostra storia di occidentali. Fernand Braudel, in Civiltà materiale, Economia e Capitalismo, esalta del nascente capitalismo mercantile la capacità di accelerare non solo i processi economici, ma la vita quotidiana degli individui, i rapporti personali e collettivi. Forse, oggi, l'era della velocità è entrata nella sua parossistica vecchiaia, ma chi si ribellerà?

Se ci si fermasse a questo livello di lettura, si potrebbe concludere che i problemi sono solo della Facoltà di lettere, e che per tutto il resto le cose vanno bene. Purtroppo non è così. Il malessere del sistema universitario italiano è reale e profondo: che il tempo medio necessario per conseguire la laurea fosse intollerabilmente fuori controllo è questione su cui si discute da decenni; altrettanto grave era, ed è, il numero degli abbandoni. E non può essere soddisfacente la spiegazione, presente in uno dei contributi, per cui la gente non si laureava perché preferiva lavorare. Come spiegare allora gli elevati abbandoni e ritardi delle facoltà scientifiche, dove il numero di studenti lavoratori è molto basso?

Si poteva lasciare tutto com'era? Pochi lo sostengono fino in fondo. Compito di un sistema di alta formazione è anche quello di forzare il contingente e l'ovvio, di imporre sfide, di modificare l'esistente. La riforma ha provato ad affrontare questo nodo proponendo percorsi di studio più scanditi e con obiettivi più ravvicinati e verificabili, e questa è sicuramente l'idea forte, che va difesa. Possiamo però porci alcune domande: come sono stati modificati i ritmi dell'apprendimento? Ne ha risentito la qualità del sapere così trasmesso? Si può verificare un significativo miglioramento nell'efficienza (mi si perdoni il termine, ma personalmente non credo che il nostro mestiere sia al di sopra di ogni verifica) del sistema formativo?

Le risposte non sono, ovviamente, univoche. Riguardo alla prima: sicuramente la nuova scansione ha profondamente modificato i ritmi. Quanto può restare di quello che si apprende così concitatamente? D'altra parte, l'apprendimento compatto e contemporaneo di conoscenze complementari ha dimostrato in alcuni casi di stimolare maggiormente la capacità degli studenti di fare collegamenti e di integrare i saperi.

La seconda questione: il problema sta nel trovare un giusto, difficilissimo equilibrio fra trasmissione dei contenuti essenziali e narrazione banalizzata e frettolosa. Qui sta la sfida vera, a cui finora sono state date risposte diversificate. In alcuni casi a me noti, relativi ai corsi di laurea scientifici, la scelta è stata quella di non moltiplicare le lauree triennali per inseguire indefiniti sbocchi professionali, ma di mantenere una solida formazione disciplinare di base. Non mi pare che la stessa cosa sia sempre successa nelle facoltà professionalizzanti e nemmeno in quelle umanistiche, dove si è in molti casi assistito alla proliferazione di corsi triennali dalle finalità più o meno improbabili: questo non è imputabile alla riforma, ma ai soggetti che la hanno così interpretata.

Il terzo punto: è presto per fare bilanci. Quello che si può dire è che il numero di ragazzi che si laurea in tre anni è in continuo aumento, e che, almeno nel caso dei più motivati, entrano nella laurea specialistica avendo superato già un primo livello di verifica, con molta più autonomia dei loro coetanei nel sistema precedente.

I costi, anche in termini di fatica e di frustrazione da parte di studenti e docenti, sono forse troppo elevati: come giustamente fanno rilevare alcuni dei contributi del libro, una riforma così impegnativa avrebbe richiesto un fortissimo aumento delle risorse, e invece è successo il contrario. Ciò non esime dal fare delle scelte: o lamentarsi, o accettare la sfida e provare a modificare in meglio un esistente che non garantisce niente, in termini di cultura e formazione, perché le generazioni che ci sono affidate non possono aspettare che i tempi siano propizi. Il contadino che, dopo un anno di carestia, getta il suo scarso seme in anticipo sulla stagione, sfidando il rischio di una gelata, è forse un folle e un avventato, ma se gli va bene non morirà di fame e magari otterrà un raccolto precoce e più robusto.