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Zora N. Hurston

Curatore: C. Spallino
Editore: Marsilio
Edizione: 2
Anno edizione: 2006
Pagine: 159 p. , Brossura
  • EAN: 9788831755191

recensione di Vivan, I., L'Indice 1993, n. 2

Un canone multiculturale induce oggi a riletture diversificate e all'accettazione di estetiche multiple, riproponendone di forza voci significanti che parevano sommerse e smarrite nella babele del Novecento. Fra esse la voce dell'afroamericana Zora Neale Hurston, narratrice e antropologa, folklorista e creatrice multimediale originaria del Sud ma emersa alla notorietà nella New York degli anni venti e trenta, in piena Harlem Renaissance. Dopo aver sofferto un lungo oblio, Zora Hurston si rivela essere una chiave di volta della tradizione afroamericana, che, rifacendosi e attingendo al fiume sotterraneo della cultura africana, porta direttamente alle scrittrici nere, da Alice Walker a Toni Morrison, Cade Bambara e le altre (in Italia poco o nulla conosciute), e anche agli scrittori neri, da Ralph Ellison e Ishmael Reed.
In sintonia con la riscoperta d'oltreoceano, compare in Italia un libro gioiello, "Tre quarti di dollaro dorati", che presenta Zora Hurston con attenzione filologica e critica (era già comparsa, ma lasciando scarsa traccia, una traduzione del 1938 del romanzo "Their Eyes Were Watching God", "I loro occhi guardavano Dio").
"Tre quarti di dollaro dorati" riunisce tre importanti racconti di epoca e momenti diversi, tradotti con intelligente fantasia da Chiara Spallino, cui va reso atto di aver assolto con eleganza un compito che altri avrebbe ritenuto impossibile. I testi della Hurston sono infatti un veicolo di incandescente oralità, impastati di gerghi e dialetti dei neri americani.
Morta in oscura indigenza a Eatonville (Florida) nell'anno 1960, Zora Hurston è stata riscoperta proprio da Alice Walker, l'autrice di "Il colore viola" che nel 1983, lungo l'itinerario di un'ascendenza matrilineare, le ha dedicato un libro amorevole, "Alla ricerca dei giardini delle nostre madri", dopo aver posto, nel 1973, una pietra tombale sul luogo presunto della sua sepoltura, con la dedica "A Zora Neale Hurston, genio del Sud". In quegli stessi anni, il critico Henry Louis Gates rintracciava i passi della Hurston ripubblicandone le opere e collocandole sul sentiero incantato del dio africano Esu (dio yoruba della conoscenza e del disordine), che nel viaggio attraverso la diaspora della schiavitù ha rivestito, tra gli altri ruoli, quello di Scimmia Significante in una celebre e inquietante fiaba afroamericana. La Scimmia Significante assunta da Gates a emblema del discorso narrativo dei neri è anche un 'trickster' (briccone) della favolistica dei neri americani, personaggio del folklore africano sbarcato oltreoceano e dotatosi di un nuovo linguaggio.
Sembrava che la schiavitù avesse ucciso lingue e culture d'Africa nel corso della tratta e della diaspora in terra nordamericana. Ma così non è stato, e la prima rivelazione di questa vitale sopravvivenza si è avuta analizzando - anzi, ascoltando - il folklore. A questo modo ha iniziato la carriera la Hurston, innamorata del suo universo natio, la cittadina di Eatonville (abitata da soli neri) cui sempre attinse e appartenne, e in cui negli anni venti prese a raccogliere materiale folklorico sotto la guida dell'antropologo Franz Boas della Columbia University. Da subito, la Hurston lesse il folklore come 'storytelling', e ne apprezzò la valenza espressiva riusandolo come narrativa e teatro, facendolo emergere come voce: e in ciò dimostrò di capire la natura della fiaba africana, che non è racconto di formazione o apologo morale, bensì contesto che si offre alla performance. Nella lunga notte della schiavitù gli eroi del mito e della fiaba si fecero risposta vitale a un'esistenza diurna di privazioni, distruzione e morte, significando così una trasgressione alle lingue tagliate e al silenzio. Ne emerge una fascinazione estetica rispetto alle possibilità di trasformazione di scenari e personaggi, e un incontrollabile, travolgente piacere nel far passare l'azione attraverso barriere che si sarebbero potute credere invalicabili, impossibili.
Analoga è la significazione di musica e danza rispetto allo 'storytelling', e ad esso intimamente legate, come vuole la consuetudine africana della performance.
Il racconto che dà il titolo alla raccolta italiana, "Tre quarti di dollaro dorati", del 1933, è un bell'esempio della presenza di un "briccone" che seduce e imbroglia e poi, smascherato, scompare nel polverone della sconfitta. Il briccone è qui il gelataio Otis Slemmons, dongiovanni di provincia che seduce le donne con il bagliore dell'oro: una moneta d'oro da cinque dollari come fermacravatta, un'altra moneta d'oro da dieci dollari appesa alla catena dell'orologio da panciotto, nonché "in bocca... una quantità incredibile di denti d'oro". Con il tintinnio dell'oro sfavillante, e le parole di miele, fatte per accalappiare ("denti d'oro"), Slemmons seduce anche l'avvenente Missie May, che conosce solo i dollari d'argento guadagnati dal marito Joe; e se la porta a letto. Viene colto in flagrante da Joe: ed è subito tragedia. "In camera da letto vi fu un improvviso scompiglio. Un fruscio, un tonfo e un silenzio sospetto... La grande cinghia sulla ruota del Tempo si allentò, e fu l'eternità". Alla fine Joe trionferà sugli "informi nemici dell'umanità che si annidano nelle ore del Tempo mortale", e rivelerà a Missie May la natura bugiarda del briccone: i suoi dollari sono falsi - non sono d'oro, bensì dorati. Il briccone è scoperto ed estromesso dal racconto. Ma la vicenda prosegue. La metafora portante del racconto, ritmato come una ballata, è appunto l'oro - il denaro - come emblema di falsità: in tal modo lo schema fiabesco diventa significante sociale. Ma il racconto nel suo insieme, non è moraleggiante, bensì un'occasione per inscenare la gioia del narrante, e marca il trionfo dell'azione basata sulla struttura dell'inganno/disvelamento. La trama si radica e si conclude in un coerente universo di fiaba, annunciando in apertura: "Era un giardino di negri attorno a una casa di negri in un insediamento di negri che traeva il suo sostentamento dal libro paga della G. e G. Fertilizer". La traduzione ha colto bene l'andamento scandito del narrare, riproducendo la velocità dell'azione attraverso un ritmo di corsa, rallentato a tratti - quasi fosse governato da una moviola - da slarghi e pause di sgomento, dolore, rabbia, oppure speranza e gioia.
Il racconto "Sudore", datato 1926, si colloca anch'esso nella natia Eatonville, e ha come protagonista una coppia. Il gioco del significante - ché davvero di gioco si tratta, nel senso di play' - si scatena qui attraverso le contrapposte metafore reggenti del "fuori" e del "dentro" dentro e fuori la casa, dove nasce la voce autoanalitica della protagonista femminile, dentro e fuori la coscienza, dentro e fuori la vita. La casa è il teatro della crudele vicenda, prima luogo di sofferenza e tortura, poi palcoscenico di battaglia e vittoria di Delia, la moglie maltrattata di Sykes; e l'uscio da cui entrano ed escono i protagonisti è la soglia del dramma. Condotto sul filo della perversità fatale di Sykes, il racconto è pausato da razioni di tempo senza tempo colme dì intensa liricità: la consueta docilità di Delia "parve scivolarle dalle spalle come una sciarpa sollevata dal vento"; Delia "rimase sveglia a contemplare le macerie che si erano accumulate lungo il percorso del suo matrimonio... Il più piccolo fiore da tempo era affondato nel fiume di sale che era sgorgato dal suo cuore", e così via. La storia giunge al culmine e alla conclusione in poche battute fulminanti, quando la donna accetta la sfida del marito e, abbandonata la "trincea spirituale" in cui si era asserragliata, affronta il serpente (della conoscenza) che è ormai dentro la casa, e lo destina all'uomo: "Un gran subbuglio all'interno, un'altra sequenza di urla animali, il crepitio intermittente del rettile... Rimase in attesa nella calura crescente, mentre sentiva che il fiume freddo [cioè la morte] saliva sino a spegnere quell'occhio che ormai doveva sapere che lei sapeva". La narrazione si è fatta tragedia con l'ingresso della voce attraverso il discorso indiretto libero, classica irruzione dell'oralità dello 'storytelling'.
Rimane incantato da questa libera felicità del narrare il lettore italiano, proveniente da una tradizione narrativa letteraria a lungo codificata nella scrittura, e nella quale il significante diverso ha faticato a trovar posto e a farsi largo, prima attraverso il ricorso appunto al discorso indiretto libero nel romanzo di Verga, e poi, a distanza, con l'inserzione modernistica dell'oralità del dialetto/dei dialetti in Pasolini e Gadda.
D'altro canto, come non ravvisare la sottile, ma diffusa africanità del clima del racconto, nel compiacimento con cui la trama si intesse attraverso la funzione del serpente, segno dell'avvelenato rapporto che avvince la coppia, essere dotato di discernimento proprio, tanto da divenire parte del meccanismo dell'azione, e animale totemico pervertito nel corso della trasgressione? Le incantate narrazioni del nigeriano Amos Tutuola, così abili nello scatenare la corsa del tempo e poi arrestarla repentinamente, indicano una comune derivazione da moduli di oralità e folklore originari dell'Africa occidentale.
Il terzo racconto della serie, "Storia nello slang di Harlem" (1942) è un pezzo di bravura che appartiene a una fase più tarda rispetto agli altri due; e l'acrobatica traduzione italiana sa stare al gioco. Il linguaggio intreccia dialetti e gerghi del ghetto nero, con abilità da giocoliere. La voce dell'oralità è avvertibile, anzi, udibile sino dall'incipit, dal sapore inimitabile nell'originale: "Wait till I light up my coal-pot and I'll tell you about this Zigaboo called Jelly. Well, all right now. He was a sealskin brown and papatree top-tall. Skinny in the hips and solid built for speed... His mama named him Marvel, but after a month on Lenox Avenue, he changed all that to Jelly. How come?"
Proprio il linguaggio è qui il significante che si serve dei due personaggi - due giovanotti, dandies/poveracci della Harlem anni trenta - manovrati da fili invisibili nella loro performance dinamica, che riesce stimolante benché celi un risvolto semitragico di perdita, nostalgia e solitudine. Come in certi racconti africani contemporanei in cui si inscena il mondo urbano - si pensi al nigeriano Ekwensi o ai racconti sudafricani neri degli anni cinquanta, della generazione di "Drum"; e poi ad Alex La Guma -, il dialogo è finalizzato non alla trama bensì all'esibizione del linguaggio stesso, in cui si colloca l'azione narrativa. Non si sa più chi ha influenzato chi: poiché è certo che al mondo afroamericano si è direttamente ispirata molta narrativa africana più recente, in particolar modo sudafricana. Le frasi segmentate, mosse, intersecate da interiezioni, con brani monologati come degli assolo, sono un ottimo esempio di stile jazzy, e restituiscono lo spirito di un'epoca, con la stretta connessione parola-musica creata attraverso il ritmo orale del narrare. Ma quanto americana, anche, questa scrittura; quanto vicina a certe soluzioni cinematografiche, e anche ai ritmi della narrativa beat, come fa notare Marisa Bulgheroni nell'acuta introduzione.

Recensioni dei clienti

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    daniela

    17/06/2010 16.22.49

    consiglio di leggere "Con gli occhi rivolti al cielo" (ripubblicato ora col titolo "I loro occhi guardavano Dio"). mi è passato fra le mani anni fa. oltre il resto, ha un incipit meraviglioso.

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    Maunakea

    19/07/2008 23.08.09

    Comprato parecchio tempo fa, l'ho ripescato per una rilettura, vien da sorridere leggendo dietro L. 14.000 scontato a L. 7.000. E' un libro di racconti, non badate a quanto scritto sopra di appartenenza razziale e permutazioni espressive. In media passo già oltre quando leggo parole del genere. Non studio letteratura e mi piacciono i libri diretti, ci ho pure provato a leggere prefazione e postfazione ma francamente le ho trovate troppo intellettualoidi e noiosissime, beh comunque adatte a chi di queste cose si occupa per studio, io che invece leggo per passione sono molto pratica: il libro è microscopico e togliendo appunto quanto sopra è l'unione di 3 racconti: Sweat (1926), "Sudore"; The Gilded Six-Bits (1933) Tre quarti di dollaro dorati; Story in Harlem slang (1942) Storia nello slang di Harlem. Sono racconti vivi, belli, uno spaccato di un'america che ci ricorda alcuni film ma che abbiamo vissuto solo nei libri e al cinema, affascinante, bellissimi i dialoghi non stonerebbero in un film di Spike Lee e non risulta affatto datato, logiacamente il merito è della traduzione, ho provato a buttare un occhio al testo in inglese e non riuscivo proprio a seguirlo. Comunque bello, un'autrice che andrebbe riscoperta pubblicando anche il resto della sua opera, ma d'altronde è già molto che questo piccolo libro non sia sparito dalla circolazione da tempo. Consigliato, si legge in un attimo.

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