Traduttore: L. Mancinelli
Editore: Einaudi
Anno edizione: 1994
Formato: Tascabile
Pagine: XXXI-499 p.
  • EAN: 9788806136161
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(recensione pubblicata per l'edizione del 1985)
recensione di Koch, L., L'Indice 1986, n. 4

A giudicare dalla letteratura, dice beffardamente Denis de Rougemont in un libro famoso ("L'Amour et l'Occident", 1938, ma edizione definitiva 1972) l'adulterio è l'attività più privilegiata cui gli europei si siano dedicati per secoli. E naturalmente la responsabilità di tanti tradimenti libreschi ricade tutta sulla storia "bretone" di Tristano e di Isotta. Mito, più che leggenda, della passione erotica devastante: per via della sua origine ignota, del suo carattere archetipico e del "potere di costrizione che esercita sul suo pubblico, disarmando ogni critica e riducendo al silenzio la ragione".
Ma, se non ha una genesi, il mito di Tristano ha comunque delle incarnazioni concrete e storiche, che non dovrebbero, in quanto tali, trovare disarmata la ragione. Ci restano due poemi francesi pressoché contemporanei (1170), di autori forse anglonormanni: a impianto epico la versione "comune" di Béroul, a impianto soprattutto lirico quella "cortese" di Thomas. Altri sviluppi francesi di singoli episodi della leggenda (le due "Folie Tristan* e il "Lai du Chèvrefeuille" di Marie de France: cfr. per tutti i testi "Tristan et Yseut. Les Tristan en vers", ed. J.C. Payen, Garnier, Paris, 1984). E un lungo raffinatissimo poema tedesco, uno dei capolavori assoluti del primo XIII secolo: il "Tristan* del misterioso Gottfried von Strassburg (1210). Quello che oggi Laura Mancinelli ci fa conoscere, in un'importante traduzione che sceglie un lieve e divertito tono da cantastorie, e adotta uno dei più antichi versi italiani, l'ottonario, per avvicinarsi al distico ottosillabico a rima baciata dell'epica medievale, il "Knittelvers".
Ma che cos'ha da dire la ragione sul fatto inquietante che questi testi siano tutti, variamente, frammentari? Non più copiati per censure sottintese o esplicite, i poemi di Béroul e di Thomas ci arrivano in un unico manoscritto e a brandelli staccati, scelti sicuramente non per ragioni di qualità letteraria. E il grande libro di Gottfried (quasi ventimila versi) si interrompe prima del tragico finale, la doppia morte degli amanti richiesta assolutamente dalla logica del racconto. Si tratterebbe dunque di "romances" (il genere letterario che, nella classificazione di Northrop Frye, assume a schema fondamentale l'adempimento dei desideri collettivi) che per qualche ostacolo non riescono a svolgere fino in fondo il loro compito. Questi ostacoli, chi ricorda il primo grande processo a Strasburgo, nel 1212, contro gli eretici tende a vederli come di natura esterna e storica. Aderisce, cioè, all'ipotesi di Rougemont: che legge la storia di Tristano partendo dai suoi esiti ultimi (la mistica erotica di Wagner), e vi ritrova una morale profondamente dualista e una precisa mistica, invece, religiosa, riconducibile all'eresia catara. L'oscurità della teoria cortese dell'amore, che i trovatori riprendono dal "Tristano" e ritualizzano in un'elaborata retorica, avrebbe dunque ragioni soprattutto difensive: contro il gravissimo pericolo reale dei roghi e delle crociate contro gli Albigesi.
Nella sua lucida introduzione, Laura Mancinelli (che certo non sminuisce le implicazioni filosofiche e religiose del "Tristano" di Gottfried), propone invece, per correttezza e rigore, di chiedere al testo stesso di che cosa veramente parli. Né il finale mai scritto svia realmente, "perché sappiamo fin dai primi versi del prologo che significato Gottfried gli avrebbe dato". "Signori", imbonisce l'attacco del "Tristano" in prosa ricostruito da Bédier, "vi piace ascoltare un bel racconto di amore e morte?". Ma il prologo di Gottfried sceglie invece una "captatio benevolentiae" insieme più sottile e più cogente: "Chi ama le storie d'amore/ non si diparta di qui:/ che io vi voglio raccontare/ di nobili amanti infelici/ che all'amore diedero fama:/ di un amante e di una amante/ un uomo una donna, una donna un uomo,/ Tristano Isotta, Isotta Tristano". Il tema generale, l'"amore infelice", è dunque fin dall'inizio programmaticamente analizzato sulla base del rapporto di necessità logica, di implicazione reciproca, che lega le sue componenti. Retoricamente, si tratta dello sviluppo di un ossimoro ("dolce pena", "lieto affanno") in una struttura a chiasmo che "esprime la consapevolezza che ogni cosa nella realtà umana non può sussistere se non per la presenza del suo contrario". E dunque non solo la "dolcezza" è sperimentabile solo in grazia del suo opposto, la "pena", e l'"affanno" è il prezzo ineliminabile della "letizia" (e ancora, per l'endiadi fondamentale della storia di Tristano, Eros si definisce e si paga con Thanatos). Ma l'implicazione scambievole dei due contrari, in cui questa storia esemplare di "amore infelice" permette di riconoscere forse la regola più generale della condizione umana, è concepita in termini attivi e personali. Lo schema del chiasmo fa capire che l'esplorazione dell'uno e dell'altro estremo è un'iniziativa, un rapporto, un "lavoro": che passa per un soggetto e lo porta fatalmente fuori di sé, come è nella natura stessa dell'amore. L'impianto logico del poema è fatto di mediazioni, e non di annullamenti, degli opposti. Si fonda su un lato razionale e attivo della mentalità medievale che l'interpretazione romantica e misticheggiante, fino appunto a Wagner, ha tutto l'interesse a fare dimenticare.
L'esplorazione che Tristano e Isotta compiono dei due territori estremi dell'esperienza (e Isotta, grande novità del romanzo di Gottfried, ancora più radicalmente e consapevolmente di Tristano) diventa con molta evidenza il principio stesso del movimento narrativo. Un movimento liquido, marino, wankend und ündend, "fluttuante e ondeggiante": adatto a questa storia tutta condotta per isole e bracci di mare, per andirivieni di barchette e di grandi navi dalle vele bianche o forse nere. Che questo ritmo di risacca sia tutto psicologico e mentale, come mentali sono i luoghi delle partenze e degli arrivi, isole, castelli e la celebre "grotta d'Amore", Gottfried lo fa capire fin dalla prima oscillazione narrata, il dubbio amoroso di Riwalin, padre di Tristano: "tra pensieri contrastanti/ ondeggiava in qua e in là". Il dubbio lancia un vero sdoppiamento personale ("questo accese i suoi pensieri/ che da lui si dipartirono"): che diventa il modello di una soluzione generale di grande sottigliezza, le numerose duplicazioni e proiezioni che metteranno in grado i protagonisti di affrontare le prove più complesse. Queste prove sono nodi istituzionali, grovigli antropologici, prima ancora che conflitti soggettivi. Sistemi ugualmente chiusi ed esigenti (le dipendenze di sangue e quelle sociali e politiche, i desideri privati e i bisogni pubblici) puntano in direzioni opposte, e devono essere tutti soddisfatti.
Isotta e Tristano rispondono a queste lacerazioni con una doppiezza prolungata: l'ambiguità e la menzogna, che permettono di fare affermazioni valide contemporaneamente su diversi piani, e, nei casi estremi, la scomposizione vera e propria della personalità. Con una invenzione audacissima, e di una giustezza psicologica impressionante, Gottfried fa vedere che quattro Tristani coesistono nella stessa pelle; e configura il duello con Morolt sull'isola come il cozzo di due eserciti. Non sono dunque quasi mai le sopraffazioni della macchina mondana a perderci, ma le inimicizie tra i due o i quattro che abitano "lo stesso elmo": come il nostro secolo credeva di avere capito per primo.