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Luciano Canfora

Editore: Laterza
Collana: I Robinson
Edizione: 2
Anno edizione: 2016
Pagine: VI-351 p. , Rilegato

96 ° nella classifica Bestseller di IBS Libri - Classici, poesia, teatro e critica - Storia e critica - Studi generali - Letteratura antica, classica e medievale

  • EAN: 9788858123706


Un capolavoro di filologia ed interpretazioni delle fonti, la quintessenza del mestiere dello storico, di cui questo testo potrebbe risultarne un manifesto, per l’acume con cui Canfora riesce a unire la narrazione alla teoria storiografica pura.

“Lo storico deve porsi in cima alle mura della città sotto attacco e volgere lo sguardo una volta agli assediati e l’altra agli assedianti”.

Chi è Tucidide? Questa è la domanda che pervade ossessivamente ogni capitolo del testo, votato alla risoluzione di una delle più combattute controversie storiografiche affrontate dagli antichisti, vale a dire le ragioni e la veridicità dell’esilio imposto dagli ateniesi allo storico greco. Egli fu accusato, nel corso della sua carriera militare, di essere responsabile della disfatta di Anfipoli nel 424 a.C., città passata, senza colpo ferire, nelle mani del generale spartano Brasida, durante una fase delicata della guerra del Peloponneso. Informazioni che lo stesso Tucidide ha tramandato ai posteri grazie alla monumentale Storia della Guerra del Peloponneso, scritta negli anni dell’esilio.

Lo storico e politico greco nel corso del conflitto è stato stratego, e quindi leader militare, della città di Taso, in Tracia, e, appurata l’imminente avanzata spartana, avrebbe dovuto soccorrere gli anfilopitani con la sua esigua flotta, ma le navi, non si sa per suo ordine o meno, non partirono mai dal porto. Egli fu accusato di negligenza dagli ateniesi e perciò punito con l’esilio, una pena che nel quinto secolo a.C. aveva un significato ben diverso rispetto ai giorni nostri, poiché equivaleva, oltre alla concomitante espropriazione di tutti i beni, a una condanna a morte certa nel caso in cui il giudicato fosse tornato nei luoghi da dove era stato bandito, una sentenza applicabile da chiunque lo avesse avvistato. Eppure, nonostante la minaccia, si sa che lo storico greco rimase per anni dopo la sentenza in territorio ateniese, vicino alle miniere aurifere di cui era proprietario, inviando regolarmente alla polis una parte dell’oro estratto. Come è possibile una tale contraddizione?
Canfora è uno dei massimi esperti al mondo della questione tucididea - a cui ha già dedicato in passato svariati saggi - nei quali ha provato a dimostrare la tesi secondo cui non fu affatto Tucidide l’autore delle pagine delle sue Storie dedicate al presunto esilio, ma un secondo redattore (forse Senofonte?) che assemblò il corpus dell’opera tucididea con altro materiale. A favore di questa ipotesi ci sono diversi fattori che risolverebbero le innumerevoli incoerenze testuali, argomentazioni qui indagate - con piglio quasi poliziesco - e confrontate con le obiezioni e le interpretazioni degli altri colleghi. A rendere di facile lettura questo volume - oltre alla prosa scorrevole di Canfora - è lo humour che traspare nelle pagine dedicate alla confutazione delle ipotesi più contorte che animano da secoli, in maniera anche colorita, il dibattito sugli aspetti più oscuri della figura di Tucidide. Un capolavoro di filologia ed interpretazioni delle fonti - la quintessenza del mestiere dello storico - di cui questo testo potrebbe risultarne un manifesto, per l’acume con cui Canfora riesce a unire la narrazione alla teoria storiografica pura.

Un omaggio necessario al primo vero storico della civiltà occidentale, di cui fu Luciano (il retore, non Canfora…) a darne forse la definizione migliore, elevandolo a legislatore della storiografia, quindi non solo il fondatore di un genere letterario (alla pari di Erodoto), ma anche colui che tracciò i criteri metodologici di un’intera disciplina e ne stabilì le finalità, cioè la ricerca del vero.
Tucidide fu il primo a porsi l’obiettivo di narrare un evento a lui contemporaneo, la trentennale Guerra del Peloponneso, utilizzando come fonte primaria i “propri occhi”, dunque la conoscenza diretta e autoptica di uomini, luoghi ed eventi, espungendo dalle fonti dell’indagine storica il racconto mitico. La storia con Tucidide si fa “vivente”, concreta, basata su documenti imparziali e a misura d’uomo, con l’esclusione di quegli interventi divini che, a detta degli antenati, sembravano aver plasmato la Grecia arcaica, dal volto violento e barbarico, abbellito e riaggiornato dai posteri forse per legittimare la centralità della cultura achea nel Mediterraneo. Non fu semplice storico, ma anche formidabile etnografo e geografo, discipline la cui conoscenza si rivelò essenziale durante la sua carriera politica e militare.

Un occhio moderno, vissuto nel momento di massimo splendore di una civiltà, di cui ne vide l’inizio dell’eclissi, una figura gigantesca di cui Canfora ci restituisce un’immagine ancora una volta credibile e affascinante, attraverso una magistrale lezione di storia.