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Jolanda Insana

Editore: Garzanti Libri
Anno edizione: 2007
Formato: Tascabile
Pagine: 663 p. , Brossura
  • EAN: 9788811679103
Uno dei pregi della collana degli "Elefanti" Garzanti sta nel dare la possibilità agli autori di rivisitare e ripensare la propria opera poetica come un corpus unico, inserendovi sparsa fragmenta inediti o assegnando una collocazione a liriche apparse singolarmente su riviste e antologie, o ancora ridefinendo progetti e portando a termine cammini rimasti interrotti. Tanto più questo pregio risalta nella pubblicazione di un "canzoniere" come quello di Jolanda Insana, nel quale alla "fenomenologia del discontinuo" (Anna Mauceri, Il trattamento della voce nella poesia di Jolanda Insana, cfr. "Allegoria", 2006, n. 54) – tratto che più vistosamente connota la scrittura della poetessa messinese – si unisce il paziente lavoro di esegesi, revisione e ridisposizione dei testi di cui l'autrice dà conto nella nota introduttiva al volume.
Non che "addomesticarne" la carica di cruda aggressività e di proteiforme espressionismo, questa attenta "filologia d'autore" dichiara a piene lettere le potenzialità esplosive che collegano lirica a lirica all'interno di ciascuna raccolta e ogni raccolta a quelle successive. La presenza di un dissidio e di una voce che lo dice, anzi che lo grida, suscitando e assumendo per esistere il confronto e lo scontro con altre voci: è questa la stortura, la distonia che emerge prepotente dalla sostanza vocale, drammatica dei testi così ricomposti.
La poesia di Insana nasce infatti come "sciarra", "arabismo siciliano che significa 'violenta rissa, lite'"; sui modi della sciarra si apre il volume presentando, per la prima volta ricomposto nella sua articolazione originaria, il progetto maturato dall'autrice tra il 1976 e il 1980: quello di una "trilogia in cui prende forma il dibattito – o lite o contrasto – tra la vita e la morte (Sciarra amara), la lingua e il dialetto (Lessicorìo ovvero Lessicòrio), la poesia e il poeta (Fendenti fonici)".
La violenza del conflitto verbale tra i diversi contendenti è rappresentata in queste prime sillogi dalle forme allocutive e teatralizzate di un'inventività linguistica onnivora e magmatica, "scannaparole e gabbalessemi", che si alimenta dei ricchi succhi di un'oralità di matrice popolare. Lo stile paratattico mima l'andamento epigrammatico di proverbi, locuzioni popolari e modi di dire propri del parlato. L'apparente mancanza di progettazione sintattica, con frequenza di inversioni e dislocazioni, segue la logica dell'accumulo e dell'aggregazione secondo i moduli ecolalici propri dell'oralità. Epanalessi e neoformazioni ("camminacammina"; "vogliadesìo", "dolcechiaro", "morteputtana", "fammirìdere" ecc.) contribuiscono a creare la percezione di un continuum fonico che si plasma su cadenze dialettali e regionali, tanto morfologiche quanto lessicali, sfociando spesso nel gioco paronomastico o etimologico ("spellato spelato", "minchia monchia come sei", "brodo di cìciri e cicirella") che tende a dilatarsi in enumerazione ("abbiamo aperto / porte portelli e boccaporti / ora serriamo stretti i portoni") o a comprimersi in onomatopea, contrappuntato da inserzioni lessicali di antica tradizione letteraria, che intramano il dialetto di una patina di arcaicità quasi formulare, magica.
Mimesi dell'oralità, tensione allocutiva e sperimentazione lessicale acconsentono da un lato ai toni bassi e popolareschi del registro comico, dell'ironia e della farsa, "visto che amo lo schiamazzo e mi piace l'opera buffa"; dall'altro imprimono sulla pagina i segni di un'oltranza. Occorre "sguarrare le parole", "scombinando grammatica e greciglio" e rifiutando "perifrasi o parafrasi", per fermare in qualche modo sulla carta la pienezza di suono e di senso della parola detta, agita, performata da un io di fronte a un tu: "la meglio parola è quella che si dice"; "meglio bocca aperta / che culo chiuso / a costo di mordersi la lingua (…) chi non parla muore".
In una scrittura poetica che si definisce "bobba intruglio / smallazzo capitombolo / fattécchia schiamazzo" e dove la parola "ha spalle forti per portare la realtà che pesa / non usa fantasmi / non parla per interposta persona", la riflessione metalinguistica e metapoetica è intrinsecamente connaturata a quella esistenziale: la tensione continua al recupero della voce nella sua dimensione dialogica originaria incide sulla pagina le stigmate di un'altra eccedenza, quella del desiderio che "nullo confortamento nutrìca".
Già in Sciarra amara la contesa tra la vita e la morte si risolveva nella figurazione di una insufficienza insuperabile: "la morte è l'ernia della vita / non c'è cinto che l'aiuta"; "com'è camoliato / il madapolàm della vita / lo sa la falsabrigante / e nulla può naftalina". A maggior ragione le due raccolte successive alla trilogia, Il collettame e La clausura, rivelano la matrice intima del dissidio, prima attraverso le metafore della casa (la porta, la chiave, il chiavino, la finestra, il solaio, la cantina), della grotta, della caverna; quindi con quelle anche più trasparenti della clausura, della cancellata, delle sbarre, della cella. È questa interezza di corpo-anima ("mai in traffici carnali tanta tenacia / da ridursi a pelle e ossa l'anima mise") che patisce la dismisura, l'"allucinamento per fame amara": "momentaneo è lo strazio come momentaneo è il piacere / onde non nasce sazietà". La clausura allora è anche quella della "parlata monca", che si tende per "abbrancare l'inabbrancabile" esprimendosi in un "balbettamento per scompenso".
A fronte di questo scacco – della vita, del desiderio, della parola – in Medicina carnale e nell'Occhio dormiente il teatro del dissidio si trasferisce decisamente nell'interiorità dove, quasi come in una ipostasi alla Cavalcanti, tocca al cuore affrontare l'eccedenza, i perturbamenti e "le molestie della mente". Alle forme della mimesi succedono quelle della diegesi; la scrittura dichiara la propria funzione taumaturgica, recuperando l'andamento ritmico dei detti sapienziali e narrando i modi dell'intervento curativo: "Molto imparò chi sa quanto basta alla dubbiosa pugna / e in uno stile senza lisciatura tenta le segrete / della mente (…) e più spesso accade / che s'infinga di non scorgere la palesità delle cose / e dunque bisogna darle notizia / che in un solo sapore si fondono i succhi / succhiati dalle api".
Prima di dare vita all'immagine della Bestia clandestina (così viene intitolato il "mazzetto" di testi più recenti e finora inediti che concludono il volume) la vicenda carnale della sottile sostanza e della parola che la dice si condensa e si sublima nelle convulse e grandiose architetture figurali della Stortura e della Tagliola del disamore. Dinanzi all'infermità, all'assenza, alla morte la poesia "aggalla" ricordi e ridisegna figure scomparse nel passato, prima fra tutte quella della madre dell'autrice, proprio attraverso la parola detta, pronunciata: "non ci sarà non ci sarà e ci sarà / finché c'è la parola che la dice". I repentini cambiamenti di soggetto e di tempo verbale che accidentano il tessuto testuale vengono ricondotti ai guizzi di un inesausto desiderio: "difficile indovinare a chi si parla / o a chi tocca l'ultima battuta / e se è 'buon viaggio' o 'partiamo insieme?' // nasce per morire il desiderio / e per rinascere muore". Ma è ancora la mimesi del dialogo, in questo caso i frammenti di discorso diretto e indiretto che emergono dalla memoria, ad assumere poteri medicamentosi: si può "curare il male riprendendo il dialogo / esattamente dal punto che s'è interrotto", scambiando parole che valgono perché e solo nella misura in cui vengono pronunciate. "Non ci sono tenaglie per tirare la lingua / quando la morte vince e inghiotte la parola / ma ricordarsi e scambiarla di contrada in contrada / sguittìo sussurro fremito di corde o balbettìo / e sia la morte padrona assoluta dell'ultimo fiato".
  Margherita Quaglino