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Anno edizione: 1996
Anno edizione: 1996
TINAZZI, GIORGIO, Truffaut. Il piacere della finzione
MALANGA, PAOLA, Tutto il cinema di Truffaut
recensione di Tomasi, D., L'Indice 1996, n. 8
Ancora due libri su Truffaut. È proprio il caso di dirlo. Il regista francese è difatti uno dei registi cinematografici su cui più è stato scritto e su cui tanto si continua a scrivere. Cosa strana, anche in Italia. Paradossalmente, però, andate a cercare i suoi film in videoteca e rimarrete delusi. Pochissimi titoli, per lo più fuori catalogo, compreso il suo film culto "Jules e Jim". E pensare che in Francia è da non molto uscita, in videocassetta, la sua opera integrale. Truffaut, quindi, almeno qui da noi, come un regista di cui sembra si abbia più voglia "di leggere" che "di vedere". Strano destino davvero. Lui non ne sarebbe contento. Due libri, dicevamo, molto diversi tra loro.Uno di un docente noto e stimato, già autore di importanti saggi, Giorgio Tinazzi, l'altro di una giovane studiosa, Paola Malanga, di cui le note di copertina ci dicono che è redattrice della rivista "Duel" e che ha collaborato al "Dizionario dei film" di Paolo Mereghetti (Baldini & Castoldi, 1993). L'uno un libro agile di un centinaio di pagine, l'altro invece di oltre cinquecento. Se il primo può essere definito un saggio critico che affronta l'opera del regista a partire da una serie di problematiche chiave, l'altro, invece, si caratterizza come un'ampia e articolata introduzione al cinema di Truffaut. Iniziamo allora da quest'ultimo.
Paola Malanga divide il suo libro in due parti. Nella prima prende in esame la vita e la carriera del regista concentrandosi su alcuni momenti chiave, quelli tutto sommato più conosciuti ma che è anche necessario far conoscere a quelli che ancora li ignorano. C'è l'infanzia difficile e l'incontro con Bazin, che oltre a essere il padre spirituale di tutto il cinema della modernità diviene anche il padre adottivo del giovane Franèois. Ci sono gli esordi nel mondo della critica, sulle pagine di riviste come "Arts" e, in particolare, i "Cahiers du Cin‚ma". Qui Truffaut finisce presto, coi suoi toni polemici e aggressivi, col suscitare scandalo, specialmente quando nel 1954 pubblica il saggio "Une certaine tendence du cin‚ma franèais", in cui attacca i mostri sacri del cinema transalpino, quelli della "tradizione della qualità", in particolare nella figura dei consacrati sceneggiatori Aurenche e Bost. Ai due maestri dell'adattamento, il cui metodo si fonda sulla regola dell'"inventare senza tradire", Truffaut scrive: "A me sembra che qui ci sia abbastanza poca invenzione e molto tradimento". Cinquant'anni dopo, un critico come Jacques Siclier così ricorderà: "Bisogna aver vissuto l'avvenimento, aperto questo numero dei 'Cahiers' dell'anno 1954 per rendersi conto del suo impatto. Fece tanto scalpore e danni quanto una bomba lanciata nel cuore degli Champs-Elysées dove si concentrava il mondo del cinema francese". Agli anni della critica seguono quelli dell'ingresso nel cinema per la porta principale. Nel 1959 il regista realizza infatti il suo primo lungometraggio, "I 400" colpi, che, inaspettatamente, ottiene il Premio della giuria al Festival di Cannes. Paola Malanga estende allora gli ambiti del suo discorso e, come del resto non poteva che essere, scrivere dei primi anni del cinema di Truffaut significa scrivere dell'intero fenomeno della Nouvelle Vague e di quell'insieme di film che hanno in comune il fatto di assomigliare "straordinariamente alle persone che li fanno, perché essi li fanno in piena libertà". Più rapido e veloce invece il tratteggio degli anni successivi della vita e della carriera del regista che chiudono la prima parte del libro.La seconda parte è invece dedicata ai singoli film, uno per uno, dai primi cortometraggi a "Finalmente domenica". Le osservazioni critiche sono precise e puntuali, e l'autrice si mette saggiamente al servizio dell'opera, cercando di individuarne di volta in volta gli aspetti essenziali, senza mai perdere di vista n‚ l'intentio operis, n‚ l'intentio auctoris.
Di carattere molto diverso il libro di Giorgio Tinazzi. L'impostazione del testo dà in sostanza già per conosciuti, perlomeno visti, i film di Truffaut, e si organizza attraverso parole chiave che permettono una lettura trasversale dell'opera del regista.Con l'intenzione di "offrire un filo conduttore che aiuti a cogliere le riprese e le modifiche, alternando 'voci' attente ai significati ad altre indirizzate agli aspetti formali". A suggerire una tale impostazione è in qualche modo l'opera stessa del regista, proprio per il suo continuo ritornare su temi, motivi, situazioni e personaggi, al punto che ogni suo film è sì "una costruzione autonoma ma è anche parte di un sistema, di cui costituisce una modulazione". A monte della struttura del libro ritroviamo così in modo esplicito la nozione di "autore", proprio quella nozione che i critici dei "Cahiers" degli anni cinquanta, Truffaut in testa, avevano coniato e imposto progressivamente alla critica internazionale attraverso una battaglia vittoriosa che porterà Godard a scrivere: "Il giovane cinema ha vinto imponendo il principio secondo il quale un film di Hitchcock, ad esempio, non è meno importante di un libro di Aragon".
Sono proprio le ricorrenze d'autore che Tinazzi prende in esame nel suo saggio: il cinema, il desiderio, il doppio, l'infanzia, la letteratura, la madre, il percorso, lo sguardo, la scrittura... per non citarne che alcune. Ognuna di esse è costruita attraverso un percorso assai libero che passa di film in film, di scena in scena senza dimenticare tutto ciò che Truffaut ha detto e scritto dei suoi film, in particolare, e del cinema, in generale. Prendiamone un paio, quelle della scrittura e della letteratura. È difficile trovare un altro autore in cui la scrittura e la letteratura abbiano avuto tanta importanza. Il piacere della finzione crea in Truffaut anche il piacere di scrivere così come quello di leggere. Le immagini dei roghi di libri di "Fahrenheit 451" sono rimaste impresse nella memoria degli spettatori degli ultimi trent'anni quasi quanto lo furono quelle degli autodafé nazisti (del resto già citati da Truffaut in una sequenza di "Jules e Jim"). E ancor più, sempre in Fahrenheit, è indimenticabile la sequenza in cui il protagonista, in un mondo che proibisce la lettura, prende una copia di "David Copperfield" e la sfoglia nella solitudine della propria casa, sillabandone ogni parola per riappropriarsi di sé e del proprio passato. Dalla lettura alla scrittura: "Non posso disfarmi della scrittura. In tutti i miei film ci sono personaggi che si mandano lettere, che scrivono diari...". Pensiamo nel primo caso allo struggente scambio epistolare di Jim e Catherine in "Jules e Jim" e nel secondo al modo in cui il dottor Itard registra la progressiva acquisizione del linguaggio di Victor in "Il ragazzo selvaggio". E del resto non è possibile dimenticare quanto l'adattamento sia stato oggetto di grande attenzione da parte di Truffaut, sia in veste di critico, che in quella di regista (Goodis, Irish, Williams, Bradbury, Roché, James). E poi gli omaggi: solo in "La camera verde" troviamo libri di "Proust e Wilde, Apollinaire e Roché, Queneau e James e Audiberti, e Cocteau...". Il tutto nella ferma convinzione che cinema e letteratura siano in realtà parte di una stessa famiglia: quella del piacere della finzione, del piacere del racconto. E anche nella certezza che "il vero orrore è quello di un mondo in cui è proibito leggere, dunque è proibito conoscere, amare, ricordare" (Truffaut).
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