L' ultima parola. Contro il relativismo

Thomas Nagel

Traduttore: G. Bettini
Editore: Feltrinelli
Collana: Campi del sapere
Anno edizione: 1999
Pagine: 144 p.
  • EAN: 9788807102523
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recensioni di D'Agostini, F. L'Indice del 1999, n. 07

Le teorie negative della razionalità, espresse da enunciati come: "la verità non esiste", "non esistono criteri universali", "ogni tesi è falsificabile", "ogni acquisizione è contestuale, transitoria, relativa", sono facilissime da confutare grazie al procedimento aristotelico detto "elenchos", che consiste nell'applicarle a se stesse. È ovvio che se "la verità non esiste" descrive con pretese di verità uno stato di cose, allora è autocontraddittorio; è ovvio che "non esistono criteri universali" è l'enunciazione di un criterio universale, e che se anche "ogni tesi è falsificabile" è falsificabile, allora non è vero (possono esistere tesi non falsificabili), se non è falsificabile è comunque falso, e non si vede la necessità di formulare un simile falso principio. Eppure nichilismo, fallibilismo radicale, contestualismo, relativismo, sono posizioni serie, che periodicamente si ripresentano nella storia del pensiero.

Perché avviene questo? Perché la dimostrazione della contraddittorietà di queste tesi non è sufficiente a confutarle una volta per tutte? La spiegazione più comunemente nota è che la critica della ragione non va valutata in base a principi razionali, perché consiste precisamente nel mettere in questione tali principi, la critica della verità non va valutata in base a un'idea preformata di verità perché è precisamente questo genere di idee che essa discute. In altri termini, gli enunciati di cui sopra sono "trans-logici", non sono cioè sottoposti alle leggi della logica e della ragione. Ma è davvero possibile assumere una posizione di questo tipo? È davvero possibile "uscire" dalla ragione, dall'oggettività e dalla verità, per valutare e discutere le condizioni della ragione, della verità e dell'oggettività (e d'altra parte: è davvero necessario farlo)?

La definizione di questa possibilità necessità o impossibilità è uno dei grandi motivi conduttori del pensiero post-kantiano. Più particolarmente, il tema è tipico del genere filosofico detto "critica della razionalità", un genere che è stato a lungo praticato in ambito continentale, un po' meno in ambito analitico. Ora, la fortuna dei relativismi, contestualismi, fallibilismi nella cultura filosofica recente ha fatto sì che anche i filosofi analitici si siano trovati a misurarsi con problemi di questo tipo, e L'ultima parola di Thomas Nagel, uscito nel 1997, è una difesa dei principi razionali che apertamente si presenta come mossa reattiva contro il diffondersi delle posizioni relativistiche (posizioni che Nagel accomuna sotto la designazione di "soggettivismo").

L'idea centrale del libro è appunto che "non si può uscire" dalle regole della logica e da un certo numero di strutture razionali la cui normatività ed evidenza sono inoltrepassabili. La critica parziale a questa o quella tesi razionale, critica che sta dentro la ragione, va dunque distinta dalla critica globale, che sta fuori di essa e vi si contrappone, e naturalmente la prima è legittima e sensata, la seconda no. Ma che cosa mai è "ragione"? La soluzione di Nagel consiste nel far abilmente coincidere difesa della ragione e definizione della stessa. "Il vero carattere della ragione non consiste nella credenza in una serie di proposizioni 'fondative', né in una serie di metodi o regole mediante i quali ricavare delle conclusioni, quanto piuttosto in ogni forma di pensiero per la quale non esiste alternativa". La ragione allora è inoltrepassabile perché è l'insieme degli inoltrepassabili: idee o pensieri che non possono essere negati, evitati, oltrepassati. Tali pensieri inesorabili sono secondo Nagel l'"io esisto", il pensiero, le verità matematiche. Da questi pensieri "non possiamo uscire": l'ultima parola deve essere per forza lasciata alla loro voce.

Non si può negare l'importanza contestuale della posizione di Nagel. Il suo avvio è perfettamente condivisibile: relativismo, nichilismo e contestualismo (soprattutto nelle rispettive forme epigonali e generiche) hanno avuto effettivamente come risultato "l'acuirsi della già straordinaria pigrizia intellettuale della cultura contemporanea", e la pigrizia porta a demotivazione e depressione e infine a fuga dalla filosofia (una vicenda piuttosto nota alle generazioni filosofiche recenti). Ma il discorso condotto in L'ultima parola ha un certo numero di punti oscuri.

In particolare sorgono spontanee due domande: (a) siamo sicuri che i "pensieri inesorabili" di cui disponiamo vadano d'accordo tra loro, che per esempio l'"io esisto" stia in buona armonia con l'io penso e con le verità matematiche, e che non ci siano mai obblighi razionali in conflitto? (b) Nagel riesce davvero a ottenere il suo scopo, ossia: il relativismo risulta davvero confutato dalle sue argomentazioni? Credo che a entrambe occorra rispondere negativamente. Quanto alla prima, che ci siano obblighi sovrasoggettivi nel pensiero è una evidenza che anche il soggettivista più radicale è disposto a condividere (il soggettivismo è per l'appunto il frutto del convincimento che ci siano questi obblighi, e che essi impongano di attenersi al soggettivo); che però tali obblighi siano esattamente quelli che diceva Cartesio, o che dice Nagel, questo è invece il punto controverso, ed è su questo punto che il relativista ha buon gioco. Se per Nagel o Cartesio l'inoltrepassabile sembra essere il pensiero, per Gadamer l'inoltrepassabile è il linguaggio (d'altra parte il punto in cui comincia il pensiero e finisce il linguaggio, o viceversa, è estremamente difficile da determinare); se per Nagel e altri le verità matematiche stanno fuori della storia, e determinano la stessa visione dei fatti storici, per gli storicisti è la storia che abbraccia e genera la stessa matematica.

La forza irrefutabile dell'elenchos difficilmente riesce ad aver ragione di questa molteplicità. In effetti l'elenchos non è affatto una figura argomentativa dotata di stabilità e conclusività (come fa vedere bene Sergio Galvan, A Formalisation of Elenctic Argumentation, in "Erkenntnis", 1995, n. 43). Esso si ferma solo in base a una decisione tematica, filosofica, metafisica: ossia quando si prende posizione riguardo alla natura dell'intrascendibile che si considera realmente tale. La risposta alla seconda domanda è allora conseguente. Nagel non riflette granché sul fatto che relativismo, contestualismo e nichilismo sono posizioni razionali (non per caso sono stati interpretati come esiti della "razionalizzazione"): non nel senso che stanno dentro la ragione, ma nel senso che sono i nemici della ragione da lei stessa evocati, e per ragioni immanenti alla sua struttura. Giustamente Enrico Berti, nel recensire il libro, ha osservato che il punto più oscuro delle tesi di Nagel è la nozione di "ragione". A partire da Kant (che Nagel accusa di "soggettivismo"), e dopo i grandi relativisti "oggettivi" come Dilthey, Simmel o Weber, siamo abituati a intendere con "ragione" proprio questo terreno trasversale, che si trova al tempo stesso dentro le regole razionali e fuori di esse: così è vero che "non si può uscire" dalla ragione, ma è anche vero che è quasi impossibile starci dentro.