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recensione di Segre, C., L'Indice 1988, n. 2

Questi "Ultimi esercizŒ ed elzeviri" vengono ad aggiungersi, altro imponente blocco, alla costruzione critica costituita dagli "EsercizŒ di lettura" (1939, e poi 1947), da "Un anno di letteratura" (1942), da "Varianti e altra linguistica" (1970) e da "Altri esercizŒ" (1972). Nella serie einaudiana di "Varianti" e di "Altri esercizŒ", i primi due volumi citati ne avevano poi formato un terzo (1974), sotto il titolo accogliente di "Esercizi di lettura". Con il presente volume il ritmo ternario acquista un tempo in più, che potrebbe essere, per la nostra gioia, l'inizio di una nuova terna. Non ci si preoccupi dell'attributo di "ultimità" si tratta di un omaggio a Pizzuto, e comunque di "ultimità" nel presente, non in un avvenire aperto.
Quanto alla cronologia dei saggi riuniti, si può dire che Contini ha proseguito qui, coprendo il segmento 1968-1987, la serie di "Varianti e altra linguistica", del 1938-1968, dato che gli altri due volumi afferiscono a periodi precedenti o coevi al primo. Per avvicinarsi alla giusta successione cronologica, si deve mettere in fila il terzo, il primo e secondo insieme, infine il quarto dei volumi einaudiani. Varia la provenienza: articoli di riviste scientifiche e di quotidiani, relazioni congressuali, commemorazioni, un'ampia voce di enciclopedia.
In cambio, è forte la compattezza tematica: prevalenza schiacciante della letteratura italiana (con pochi seppur decisivi sconfinamenti verso la francese e la tedesca), sensibile dominanza degli interessi contemporaneistici, con qualche eccezione per Cavalcanti e Dante, per il "Milione" per Ariosto, Vespucci, Leopardi Manzoni. E si notano le molte fedeltà di Contini, che certi autori e critici moderni ha seguito in tutte le loro fasi e gli aspetti, da Palazzeschi a Gadda e Pizzuto, da Pasolini a Pierro, da De Robertis a Longhi.
Quaternario come, sinora, quello dei volumi, è il ritmo interno di questa raccolta: le sezioni sono intitolate "Critica generale e monografica", "Elzeviri", "Varianti" ed "EpicedŒ". Il secondo titolo riprende quello del volume "Varianti", e sottolinea una continuità; l'ultimo rinnova il più tradizionale "Ricordi di maestri", usato in "Ultimi esercizŒ" (forse l'estensione a poeti e narratori ha fatto scartare il togato "maestri "). Trovo molto spiritoso l'uso di un termine come 'elzeviri', che allude a una certa elegante e brillante futilità. Gli 'elzeviri' di Contini sono dei rigorosissimi concentrati di saggi, e se sono usciti su quotidiani è solo perché il suo prestigio ha forzato i rispettivi direttori a venir meno alle disposizioni che purtroppo reggono l'attività giornalistica: dettato semplice, esposizione sommaria delle idee, scelta della tematica secondo le supposte curiosità o propensioni dei lettori. Contini non fa alcuna concessione. Il suo lessico è quello consueto, arduo (solo nell'articolo su Vespucci ecco "obiurgazioni, plagosus, atetesi, misamerighi, specillato, retrodatano il lemma, difirrangono" nel senso filologico); il discorso non esclude sapienti ma convolute perifrasi ("Essendomi accaduto per la prima volta di muovere 'super pennas ventorum' nella direzione normale alla solita, cadendo là dove non so se più materna o primogenita sia risultata la denominazione del Quarto Continente" ecc.), i procedimenti della linguistica sono non solo sfoderati, ma anche condensati in fitti richiami allusivi: "Se si analizza l'enunciato, il -g- della prima alternativa (conforme al tipo di 'Federigo', rintracciabile fin dalla più antica attestazione fiorentina, l''Amerigolus' registrato dallo studioso svedese Olof Brattö) non può non far leggere toscanamente 'Amerìghen', a imitazione dell'accusativo greco 'Europen' che, accanto al genitivo 'Europes', compare in un brano di Prisciano - tradotto dal geografo greco Dionisio - riferito dallo stesso Waldseemüller". La pagina di giornale diventa una lezione di università.
Contini resterà dunque, tra l'altro nella storia del nostro giornalismo, come il maggiore eversore, forse, delle norme che, non scritte, imperano. Ma resterà anche come esempio massimo di quell'impegno didattico che è uno dei suoi tratti più caratterizzanti. Proporre a centinaia di migliaia di persone esempi altissimi di critica delle varianti, approfondite analisi stilistiche, esercizi di storia della lingua e dei rapporti linguistici, può funzionare come stimolo, o eccezionale propedeutica, può mettere in circolazione nomi e problemi che alla conoscenza del lettore colto ma non specialista vengono sottratti dalla congiura della banalità. Grazie a Contini, le pagine del "Corriere della sera" hanno ospitato, tra l'altro (come ora il volume), una storia delle edizioni di Bonvesin sino alla scoperta, a opera di Silvia Isella, di un frammento del sinora ignoto "De cruce"; uno studio originale sull'accento del nome 'America', diverso da quello di 'Amerigo' (Vespucci) da cui deriva; un mirabile contributo sulla sostantivazione, in Manzoni, di aggettivi e participi; la prima analisi stilistica sulle varianti delle "Satire" dell'Ariosto, e due su varianti autografe del Leopardi; potrei continuare a lungo.
Nel ricordo di Santorre Debenedetti trovo un aneddoto che mi pare delizioso e molto a proposito. Contini aveva pregato Debenedetti di presentare per la pubblicazione negli Atti dell'Accademia delle Scienze torinese il suo studio su alcuni testi provenzali, "di lettura fortemente sconsigliabile a un'educanda", dell'area di Arnaldo Daniello. "Il vagheggiato mediatore", narra Contini "me li rese facetamente, esortandomi a farne un opuscoletto nuziale". Contini non aveva rispettato il discrimine delle sedi, magari dei generi. Questa ribellione evidentemente continua, consapevole se non polemica. Contini sa di avere molto da insegnare, e lo insegna nel modo che vuole. I risultati gli dànno ragione: sono decine di allievi ormai incoronati, e innumerevoli allievi indiretti suoi lettori appunto.
Mi è piaciuto rappresentare Contini proprio in un tipo di applicazione che avrebbe potuto essere laterale e poco impegnato. Era invece immancabile l'impegno nella voce 'Espressionismo letterario'. Non a molti accade la sorte di proporre una categoria storiografica e di saperla e poterla poi giustificare, anzi storicizzare. Contini, com'è noto, ha raccolto sotto la denominazione 'espressionismo' fenomeni linguistici che attraversano tutta la nostra letteratura dal Trecento al Novecento, con le punte massime nel Folengo, negli "scapigliati", in Gadda, e con diramazioni che toccano anche il Dante "comico" e quello del "Fiore" (non per nulla rivendicato a Dante da Contini). Una storia - che investe infine la critica, con Longhi tanto caro a Contini e (ma sarebbe un lungo discorso, che implicherebbe anche il sistema manieristico) Contini stesso. Pure in questo volume l'argomento è intensamente approfondito, da "La poesia rusticale come caso di bilinguismo" a "Rinnovamento del linguaggio letterario".
La voce 'Espressionismo letterario' che è il capitolo più lungo del volume, parte dall'espressionismo tedesco in pittura e, attraverso quello poetico, giunge via via ai suoi affini francesi (il suggerimento è di Spitzer) e italiani e portoghesi, muovendo da una definizione generale a una linguistica (l'espressività) e perciò a una legittimazione al di fuori del movimento fondante. Sono pagine concettualmente rivelatrici; anche rivelatrici di un Contini germanista dato che molte cure ed evidente passione sono dedicate a un'analisi linguistica degli espressionisti tedeschi. Ma Contini, si sa, è traduttore di Hölderlin...
Il Contini francesista ha invece la sua vetta nel capitolo "Sans rhytme", in cui, partendo dai "poemi in prosa" di Baudelaire, egli studia, oltre che i rapporti tra Baudelaire prosatore e poeta, la funzionalità dell'alessandrino come struttura soggiacente, quasi generativa, del ritmo prosastico francese (per motivi non diversi, la prosa italiana è spesso costellata, anche preterintenzionalmente, di endecasillabi). Poi l'assunto generale è sorpassato dalle splendide osservazioni su la poesia, metrica e prosastica, di Baudelaire.
Questa scorribanda in un volume di oltre quattrocento pagine è necessariamente parziale, anzi capricciosa. Vorrei alla fine soffermarmi sugli "epicedŒ". Si tratta d'un genere molto coltivato da Contini, al di là delle obbligazioni accademiche. Esso offre l'occasione di esprimersi al sentimento di amicizia che Concini sente così forte da intitolare il suo libro montaliano "Una lunga fedeltà". Per il lettore che non abbia il privilegio di frequentare Contini, o per invidiabili motivi anagrafici non abbia conosciuto i beneficiari delle sue amicizie, credo che questi "epicedŒ" siano un'esperienza notevole. Si tratta di vedere come un maestro dell'analisi testuale accosti i fornitori dei relativi testi o i compagni di lavoro.
L'approccio di Contini è in effetti coerente. La penetrazione grazie alla quale seleziona i tratti significativi per impiantare un'analisi stilistica, gli fa anche cogliere nelle persone i tic, gli sguardi, le parole che sono indizi del loro carattere; registrare le battute o gli aneddoti in cui esso si rivela. Spesso si tratta di accostare due elementi apparentemente incongrui, e che appunto, appaiati, individuano uno spazio mentale. Vediamo così Contini che, rammemorando Schiaffini nelle sale dell'Accademia dei Lincei di cui fu socio autorevole, spia "l'apparizione del suo passo cauto e ironico, non so se più di nostromo o di agricoltore delle sue parti, che uscito di casa arguto esplori ('arguto', un aggettivo chiave nel suo discorso) se s'imbatterà in un esemplare umano di boria o d'intrigo professionale, oppure in una forma fidata sulla quale riposare senza riserve".
La memoria, poi, può travalicare il suo oggetto (Contini è un patito di Proust), conservarci, oltre ad esso, squara di vita. La commemorazione di Glauco Natoli si spalanca per esempio a colorite scene di Parigi e di Strasburgo, con fauna di santoni locali, di turisti con l'uzzolo sociologico, di giornalai e venditori di noccioline tostate; si affacciano anche questioni nazionali, e donne. Pezzo di una bravura non celata. Ma (non lo si ripete abbastanza) è Contini scrittore a fornire i migliori strumenti al critico e al filologo perché abbia e continui ad avere tanta presa.


recensione di Canistrà, A., L'Indice 1988, n. 2

Uno dei tratti più vistosi della produzione di Gianfranco Contini è il suo polarizzarsi intorno a due diversi centri d'interesse: la critica militante (nel genere letterario dell'esercizio di lettura) e la filologia romanza, nelle sue diverse declinazioni (almeno tre: la critica testuale; la linguistica tanto della "langue" quanto della "parole" d'autore, con conseguenti estratti di storia della lingua e della letteratura; e infine, la teoria filologica o "metafilologia"). Ci si può legittimamente chiedere se questa polarizzazione non abbia un senso più profondo di quello di una semplice "bigamia" (così l'autore scherzosamente) e non sia piuttosto proprio essa che fa di Contini Contini.
È del filologo la ricostruzione del "passato" ma - se la filologia è disciplina storica - ciò che il filologo ricostruisce è anche riproposto come "presente". Quasi con queste parole Contini anni fa situava la filologia nella storia della cultura, con ovvio e immediato riferimento crociano, il quale si fa ancora più esplicito nell'incipit di un saggio classico, "Dante come personaggio-poeta della "Commedia"": "Ogni storia è storia contemporanea, suona un famoso teorema crociano. Se questa impostazione è corretta, non cadrà necessariamente nell'anacronismo ogni tentativo di richiamarsi all'attualità per illuminare eventi di culture sopite o remote". In questo senso si può dire che la filologia in Italia è ben più post che anti-crociana. Essa, infatti, è involta nella circolarità ermeneutica propria di ogni disciplina storica, il cui esito finale è la comprensione di sé di fronte all'oggetto studiato. Metodologicamente, la "distanziazione" scientifica del filologo è preceduta da un'"appropriazione" oscura che interroga ed è seguita da una "riappropriazione" consapevole. Esistenzialmente, nella tensione presente-passato sta davanti "comme un double de l'avenir", come tempo da ritrovare (l'accostare Proust a Croce non dovrebbe apparire uno zeugma troppo azzardato a chi consideri la loro convivenza nel luogo citato).
Nel folto del passato letterario Contini ritrova la "poesia", e questo con particolare consapevolezza teorica nei saggi danteschi. La dicotomia crociana tra poesia e non poesia è da lui recuperata nell'unico modo possibile, interpretandola come distinzione metodologica tra letture ispirate e teleologie diverse: la lettura "continua", che sottolinea il registro ideologico "quasi interamente estraneo" (la struttura, direbbe Croce), e la lettura "discreta" che coglie il registro "fantastico-verbale". Anche l'unità è riguadagnata metodologicamente nello sforzo del critico che tende "a un avvicinamento della linea espressiva e, per così dire, esecutiva e della linea esegetica e sistematica, interrompendo la prima per stabilire connessioni del secondo ordine e ritornando alla lettura diretta con questo sottofondo di esperienza". Solo così si evitano gli estremi opposti di un'esegesi onnivora sciolta da preoccupazioni di lettura e di un estetismo frammentario. Ritorna dunque, in sede specificamente letteraria, la circolarità ermeneutica sopra citata. Analogo è il quadro teorico: come ogni storia, così ogni poesia è poesia contemporanea. Le categorie che precisano la nozione di contemporaneità in poesia possono essere lette ermeneuticamente: la memorabilità come appropriazione inconsapevole, e la traducibilità da un sistema culturale all'altro come riappropriazione critica. La memoria (linguistica, fonica, ritmica) è la vera sede della poesia (generalizzando ciò che nel contesto originario è riferito all'autore topico, Dante); la traducibilità è l'unico criterio adeguato "per misurare la discussa categoria che è la grandezza di un poeta". La poesia può quindi essere definita come "uno stato del testo", variabile a seconda del sistema culturale in cui viene trasferito.
Parlare della poesia come stato del testo significa anche ancorarne la comprensione, altrimenti affidata a psicologismi o ideologismi allotri, a un istituto oggettivo e scientificamente indagabile come la lingua. La chiave di comprensione di un testo può celarsi dietro una parola, o addirittura un fonema, un grafema, purché scelti con pertinenza. L'accenno al Contini critico dello stile ci introduce al Contini "professionale", al suo mestiere di filologo e linguista. La pratica di una disciplina scientifica ha un ruolo centrale nella sua cultura novecentesca, complementare rispetto all'altrettanto centrale condivisione di "sentimento" che alimenta l'"esercizio di lettura sopra autori contemporanei".
Basterà rileggere il compendio di teoria filologica scritto per l'"Enciclopedia del Novecento" (ripubblicato nella raccolta che porta l'autoironico titolo di "Breviario di ecdotica"), confrontandolo magari con un altro geometrico compendio, quello del Maas, per rendersi conto di quali e quante novità Contini abbia introdotto nell'ortodossia lachmanniana. Volendo ridurle a unità si può forse dire che la sincronia si è incrociata e intrecciata strettamente con la diacronia. All'ideale rigido dello stemma, meccanico selettore di testi critici, si è sostituito quello flessibile di "strutture" della tradizione, variabili a seconda dei luoghi, dei testi, degli autori. La razionalizzazione esterna della "varia lectio" si è rafforzata potentemente con la razionalizzazione interna di tutte le caratteristiche formali di un testo e della sua tradizione. Esemplari in questo senso i contributi di edizione su testimone unico (la recente edizione del "Fiore") e l'invenzione della categoria della "diffrazione", in cui si combinano la "recensio" e l'"emendatio".
Nella critica testuale di Contini bisogna insomma sottolineare tanto il sostantivo quanto l'aggettivo: la ferrea e universale logica formale che la regge è al servizio della pluralità degli individui, singoli testi e singole tradizioni. C'è in questa tensione un perenne sforzo di intelligenza e una continua proposizione di ipotesi di lavoro sempre più economiche, che danno luogo a una visione "aperta" ed elastica di ogni ricostruzione testuale.
In ciò è da riconoscere la fedeltà al maestro antidogmatico, filosofo "di fatti particolari", come pure al maestro filologo "di edizioni particolari", Joseph Bédier.
Non è certo casuale che proprio dal "Ricordo di Joseph Bédier" (1939) si possa ricavare indirettamente uno dei migliori ritratti di Contini: "Noi non amiamo chi ha la viltà di non resistere al puro irrazionale e si lascia voluttuosamente percorrere dalla corrente magnetica: tra l'altro perché finirà a voler provocare la corrente, e diventerà un meccanico o un logicista dell'irrazionale. Ma senza un poco di magnetismo, o di poesia, non si dà neppure scienza: e i temperamenti che ci sono cari sono quelli dialettici che razionalizzano l'irrazionale in una continua vicenda periodica, con i valori mettono ordine nella vita". Piace pensare che il confronto con il maestro da poco scomparso, di cui si apprestava a raccogliere l'eredità, abbia stimolato una così lucida autocoscienza: l'acuta comprensione del maestro si è fatta acutissima comprensione di sé.