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Ricardo Piglia

Traduttore: A. Gianetti
Editore: Feltrinelli
Collana: I narratori
Anno edizione: 2007
Pagine: 171 p. , Brossura
  • EAN: 9788807017391
Questa singolare opera di Ricardo Piglia (Buenos Aires, 1941), tra i migliori scrittori dell'Argentina attuale, è un percorso che si snoda felicemente sul pericoloso e frequentato confine tra vita e letteratura, con elementi saggistici, passi narrativi e memorie personali. La prospettiva che indaga è quella del lettore, partendo da alcune domande primordiali: come e perché si legge, e cosa si prova. Cosciente che lo scrittore è – prima, dopo e durante l'atto creativo – un lettore.
La lettura è fatta di intimità e isolamento, chi legge vive in una sorta di mondo parallelo, e a volte immagina che la finzione penetri nella realtà. Il simbolo di tale condizione è, nel prologo del libro, la minuscola copia di Buenos Aires che il fotografo Russell ha costruito in una casa del quartiere di Flores, e che mostra solo a una persona per volta. Ma la lettura è soprattutto una forma di costruzione del senso, non a caso il lettore viene visto come sineddoche dell'intellettuale che interpreta il mondo, con un'indecisione intrinseca che corrisponde all'incertezza tra le varie possibilità della lettura. Nel primo capitolo, dedicato prevalentemente a Borges, si esplora la lettura come aleph, strumento (sdrucciolevole) per vedere e decifrare: "C'è una specie di rovesciamento del bovarismo sempre implicito nei suoi testi: non si legge la finzione come più reale del reale, si legge il reale perturbato e contaminato dalla finzione".
Il secondo capitolo rappresenta bene il modo di procedere di Piglia. Ci viene descritto in maniera intrigante il rapporto di Kafka con la fidanzata epistolare Felice Bauer, scelta perché incline a copiare testi. In centinaia di missive (a senso unico perché le risposte di Felice sono andate perdute), Kafka forgia con lei la lettrice instancabile e perfetta, la donna in perenne attesa: "La lettrice legata ai testi, che cambia vita a partire da ciò che legge (questa è l'illusione di Kafka). Si tratta, al contempo, di un apprendistato e di un'iniziazione. Felice è quasi una sconosciuta, un personaggio per molti versi inventato proprio dalle lettere". Non è certo l'unico caso di donna-copista. Piglia ricorda il matrimonio di Dostoevskij con la sua dattilografa, e la vicenda di Tolstoj con la moglie, nonché la dedizione estrema di Vera Nabokov. È un modello speculare a quello della donna irraggiungibile ed estranea alla letteratura: "La donna-copista e la donna-musa: donne di scrittori. La donna fatale che ispira e la donna docile che copia. Ovvero due tipi diversi di ispirazione: colei che si rifiuta di leggere e colei che vuole solo leggere". Attraverso una poesia cinese che riaffiora in vari passi delle lettere, Piglia spiega mirabilmente perché Kafka, così bisognoso di restare solo con una lampada in una grotta, alla fine non sposi Felice: la giovane rappresenta pur sempre un'interruzione, un'interferenza, un ostacolo.
Il terzo capitolo, Lettori immaginari, tratta del poliziesco, da Poe a Chandler (filone ben praticato dallo stesso Piglia in Soldi bruciati, Guanda, 2000). Una delle maggiori rappresentazioni moderne della figura del lettore è infatti quella del detective privato. Dupin, capostipite della schiatta dei grandi ragionatori, si profila subito come un letterato, un bibliofilo, e il genere stesso nasce da un processo di interpretazione di segni: "Trasformando il mondo degli spettri e i terrori notturni in un mondo di minacce sociali e delitti, il genere colloca in una dimensione interpretativa e razionale la serie di fatti straordinari e incredibili che sono la materia del gotico". La tensione su cui si regge il poliziesco è quella tra l'enigma e il mostro. L'enigma: l'incomprensibile, il dentro assoluto. Il mostro: il fuori assoluto, l'altro allo stato puro. Il detective alla Marlowe rappresenta il passaggio dall'uomo di lettere all'uomo d'azione. E dev'essere uno sconfitto, perché "un perdente, colui che non s'immischia nel gioco, è il solo a conservare la dignità e la lucidità. Essere un loser è la condizione dello sguardo critico. Chi perde ha la distanza necessaria a vedere ciò che i trionfatori non vedono".
E come esempio di uomo d'azione radicato nella lettura Piglia ha buon gioco, nel quarto capitolo, a parlare di un argentino famosissimo, Ernesto Guevara, in cui la lettura plasma l'esperienza e fornisce modelli etici. Ad esempio, pensando di essere prossimo alla fine, poco dopo lo sbarco del Granma, il Che ricorre a un personaggio di Jack London come immagine di morte degna. L'esempio opposto e simmetrico a Guevara, che legge nei momenti di sosta delle sfibranti marce dei guerriglieri, è quello di Antonio Gramsci, che riempie quaderni in carcere. Il Che tratteggiato da Piglia è un giovane medico anticonformista che in segreto vuol essere scrittore e che viaggia per il continente incontrando i marginali, le vittime, i malati, gli esuli. Rimarrà sempre in fuga, da buon figlio della beat generation, da tutto quel che non gli va giù. Due lampi danno l'idea della sua emblematica vicenda. In lui, straniero perpetuo, il soprannome "Che" funziona come segno d'identità inventato, quasi come maschera. E i biglietti di banca della Cuba rivoluzionaria saranno paradossalmente autenticati da quello pseudonimo. Quando poi aspetterà la morte in una scuoletta di campagna boliviana, l'ultimo suo gesto sarà segnalare alla maestrina che c'è un errore d'ortografia nella frase scritta sulla lavagna: Yo sé leer ("Io so leggere").
Il quinto capitolo, dedicato ad Anna Karenina, insegue alcune straordinarie figure di lettrici di romanzi (tra cui, immancabilmente, Madame Bovary e Molly Bloom). Un romanzo non si legge per decifrare, come Dupin, diffidando del senso dei segni: un romanzo si legge abbandonandosi con fiducia, disposti a credere: "Se dovessimo coniare una formula ironica, potremmo dire che il modello perfetto del lettore maschile è il celibe, lo scapolo alla Dupin, mentre il modello della lettrice perfetta è l'adultera alla Bovary". Alcune pagine sono poi dedicate a Robinson Crusoe, che comincia a credere (e a sopravvivere) da quando comincia a leggere i libri salvati dal naufragio. Due, segnala Piglia, sono i grandi miti del lettore nel romanzo moderno: colui che legge su un'isola deserta e colui che sopravvive in una società dove non ci sono più libri.
Il sesto capitolo affronta l'Ulysses alla maniera dei formalisti russi, ma con intuito personale, che sposta l'attenzione dal piano costruttivo (l'Odissea) alla poetica joyciana della parola, fatta di un moltiplicarsi, espandersi e ritorcersi dei significati. L'ultimo lettore, ci viene detto nell'epilogo, è quello che arriva tardi, come Don Chisciotte, che ha già letto tutto. Cervantes affiora spesso nel libro, con il suo cavaliere impazzito per il tanto leggere, e che pure, nel corposo libro, sfoglia soltanto in un'occasione un volume, l'apocrifo di Avellaneda in cui non si riconosce. E si accompagna a Sancio, che non sa leggere. Nel Chisciotte-Cervantes, così maniaco della lettura da raccogliere per strada pezzi di carta stampata, c'è la condizione del lettore moderno, circondato da segni. All'estremo opposto, nel Finnegans Wake, quei fogli stracciati sono ormai finiti in un immondezzaio, eppure restano ancora, volendo, leggibili.
L'ultimo lettore arriva sempre tardi e la sua lettura è sempre inattuale, sta sempre sul limite, dice Piglia, concludendo un libro che non vuol essere esaustivo, ma semmai privato: "È un percorso arbitrario attraverso alcuni modi di leggere che conservo nella memoria. La mia stessa vita di lettore è presente, e perciò questo libro è, forse, il più personale e il più intimo di tutti quelli che ho scritto". Da Amleto a Mandel'štam, da Lévi-Strauss a ignoti scrittori argentini ottocenteschi vissuti nel cuore delle pampas, molti testimoni della lettura accompagnano questo chiaroscurato ritratto del lettore, creatura appassionata ed estrema, che assume in sornione silenzio il suo ruolo chiave nell'evoluzione della letteratura.
  Danilo Manera