L' unicità della biologia. Sull'autonomia di una disciplina scientifica

Ernst Mayr

Traduttore: C. Serra
Collana: Scienza e idee
Anno edizione: 2005
Pagine: XXI-246 p., Brossura
  • EAN: 9788870789911

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    Mario Frascati

    15/01/2006 15:16:40

    Nel libro di Mayr mi hanno colpito due considerazioni: la prima relativa alla filosofia della biologia come filosofia indipendente e l'altra quella della forte opposizione all'ipotesi di forme di vita intelligenti oltre alla nostra. Poiché non condivido le posizioni espresse cercherò di darne brevissima motivazione. 1) La filosofia della biologia come filosofia indipendente appare contraddittoria in sé in quanto nessuna disciplina scientifica,a ben pensare, è indipendente dalle altre ma è influenzata e influenza le stesse. Semmai è auspicabile pervenire a un'unificazione della filosofia della Scienza nel rispetto delle peculiarità, interconnessioni e complessità, che caratterizzano ciascuna "componente". 2) Esistenza o meno di forme di intelligenza diverse dalle nostre: Mayr con sbrigative considerazioni sulla questione conclude, in maniera alquanto discutibile, che non è pensabile che esistano altre forme di vita intelligente oltre la nostra e che comunque " ... per l'uomo è assolutamente irrilevante che, ... , possano esistere forme di vita, addirittura intelligente. ..." Mi chiedo: perchè l'esistenza di altre intelligenze dovrebbe essere irrilevante? A me pare anzi improponibile pensare che l'Uomo sia l'unica forma intelligente perchè se così fosse allora la sua presenza sarebbe un'anomalia del "Sistema universo". Ritengo invece che quando si parla di forme di vita intelligenti (e non si distorce, come fa Mayr, il significato dell'affermazione di Sagan che "più intelligente è meglio") non si possa solo considerare la vita così come oggi noi la conosciamo. Peccato che non sia più possibile acquisire il parere di Mayr su quanto precede e avere la sua replica, magari totalmente negativa, ma assolutamente personale. ing. Mario Frascati - Livorno

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    Mario Frascati

    13/01/2006 15:13:50

    Nel libro di Mayr mi hanno colpito due considerazioni: la prima relativa alla filosofia della biologia come filosofia indipendente e l'altra quella della forte opposizione all'ipotesi di forme di vita intelligenti oltre alla nostra. Poiché non condivido le posizioni espresse cercherò di darne brevissima motivazione. 1) La filosofia della biologia come filosofia indipendente appare contraddittoria in sé in quanto nessuna disciplina scientifica,a ben pensare, è indipendente dalle altre ma è influenzata e influenza le stesse. Semmai è auspicabile pervenire a un'unificazione della filosofia della Scienza nel rispetto delle peculiarità, interconnessioni e complessità, che caratterizzano ciascuna "componente". 2) Esistenza o meno di forme di intelligenza diverse dalle nostre: Mayr con sbrigative considerazioni sulla questione conclude, in maniera alquanto discutibile, che non è pensabile che esistano altre forme di vita intelligente oltre la nostra e che comunque " ... per l'uomo è assolutamente irrilevante che, ... , possano esistere forme di vita, addirittura intelligente. ..." Mi chiedo: perchè l'esistenza di altre intelligenze dovrebbe essere irrilevante? A me pare anzi improponibile pensare che l'Uomo sia l'unica forma intelligente perchè se così fosse allora la sua presenza sarebbe un'anomalia del "Sistema universo". Ritengo invece che quando si parla di forme di vita intelligenti (e non si distorce, come fa Mayr, il significato dell'affermazione di Sagan che "più intelligente è meglio") non si possa solo considerare la vita così come oggi noi la conosciamo. Peccato che non sia più possibile acquisire il parere di Mayr su quanto precede e avere la sua replica, magari totalmente negativa, ma assolutamente personale.

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Che cosa rende la biologia una scienza unica? Non c'è campanilismo disciplinare nella domanda e ancor meno nelle risposte che troviamo in questa raccolta di saggi brevi che Ernst Mayr uno dei padri fondatori della Sintesi evoluzionistica neodarwiniana pubblicò poco prima di morire all'età di 101 anni nel febbraio 2005. Per gli addetti ai lavori non vi è quasi nulla di inedito rispetto alla ricca parabola del suo pensiero. Tuttavia la scelta dei saggi la loro leggerezza la loro cordiale franchezza nell'affrontare alcuni temi spinosi di filosofia della biologia rendono questo volume particolarmente adatto a un pubblico più ampio.

Vi si trovano alcuni “classici” del Mayr storico del pensiero biologico: la descrizione del nocciolo della rivoluzione darwiniana intesa come “pensiero popolazionale” cioè un approccio alla diversità individuale vista come motore centrale del cambiamento e non più come deviazione da “norme standard” iscritte nella natura; la presentazione del programma di ricerca darwiniano come un complesso di cinque teorie interdipendenti seguite poi nei loro eterogenei sviluppi successivi; l'illustrazione dell'architettura teorica della selezione naturale costituita da un elegante rimando fra evidenze empiriche e deduzioni logiche.

Ma il filo conduttore dell'opera sta altrove. Mayr difende appassionatamente e in modo convincente l'idea che la spiegazione biologica abbia caratteristiche uniche non riducibili ai modelli delle scienze fisico-matematiche. Argomenta accuratamente questa ipotesi non soltanto sulla base della sua ben nota avversione contro talune forme di riduzionismo genetico di stampo atomistico incapace di valorizzare adeguatamente i processi di regolazione fine e di interazione che caratterizzano il genoma. Riecheggia certamente il suo rifiuto dell'idea che qualsiasi fenomeno naturale visibile possa essere “estrapolato” da dinamiche microevolutive e la sua intuizione che i processi su larga scala abbiano regole proprie e fattori specifici. Ma in questo libro Mayr difende l'unicità della biologia indagando soprattutto le sue peculiarità di metodo.

L'indipendenza delle scienze naturali come discipline dotate di un proprio statuto epistemologico autonomo non riducibile a quello di scienze più quantitative (anche se la biologia evoluzionistica possiede ottimi e consolidati modelli matematici soprattutto in genetica delle popolazioni e in ecologia teorica) passa attraverso il superamento di qualsiasi “invidia per la fisica”. La biologia può rivendicare la propria originalità in quanto “scienza della storia” e scienza di sistemi irriducibilmente unici nel loro percorso di sviluppo sia filogenetico che ontogenetico senza per questo perdere in rigore attendibilità e capacità di previsione. La teoria dell'evoluzione grazie alla potenza delle evidenze empiriche a suo favore rappresenta il primo tentativo riuscito di fondare su basi ineccepibili una scienza capace di dar conto di fenomeni storici attraverso molteplici tipologie di cause. Non esistono leggi universali di prevedibilità assoluta in biologia e raramente la scoperta di un'eccezione a un comportamento previsto implica automaticamente la confutazione della regola: più spesso l'anomalia suggerisce l'esistenza di un nuovo pattern esplicativo di cui dovremo poi misurare la frequenza relativa cioè il campo di validità. Ecco perché in biologia non basta enunciare il meccanismo ma occorre anche definirne il dominio di pertinenza. Ciò non esclude che si possano raggiungere elevati livelli di generalità come nel caso dei meccanismi demografici della selezione naturale e della deriva genetica ma lo statuto epistemologico è quello di una scienza probabilistica.

Spiccano nel libro le accurate distinzioni fra i diversi livelli di comportamento “teleologico” e “teleonomico” che notiamo in natura la sobria ma inappellabile condanna del razzismo pseudoscientifico come pure gli sconfinamenti nella filosofia della scienza più classica laddove Mayr confuta l'idea che la storia del pensiero biologico possa essere descritta come un susseguirsi di “paradigmi” alla Kuhn. La raccolta si chiude con uno sguardo – assai perplesso e tipico del suo laico scetticismo – all'astrobiologia e alla speranza di entrare in contatto con altre forme di vita nell'universo. Fra le righe dall'inizio alla fine si avverte un malinconico rammarico di Mayr per tutte le scoperte che le scienze faranno nei prossimi anni e che lui non potrà vedere. Indizio di uno scienziato di razza divertito dal proprio lavoro instancabilmente curioso per un secolo intero di vita: “cento anni di inquietudine” ha chiosato efficacemente Edoardo Boncinelli nella prefazione. Un libro vivamente consigliato per chi ancora crede che la teoria dell'evoluzione sia meno scientifica per il solo fatto di non possedere una singola equazione in grado di descriverla.


Telmo Pievani