L' uomo di parole. Linguaggio e scienze umane

Jean-Claude Hagège

Traduttore: F. Brioschi
Editore: Einaudi
Anno edizione: 1989
In commercio dal: 01/01/1997
Pagine: XIII-295 p.
  • EAN: 9788806114886
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recensione di Renzi, L., L'Indice 1989, n.10

Claude Hagège, già 'enfant prodige' della linguistica francese, è un sinologo ed esperto di lingue esotiche, assurto non ancora cinquantenne al Collège de France (la scheda einaudiana non è aggiornata). La sua fama presso un vasto pubblico è stata consacrata in Francia da questo "Uomo di parole", dal successivo "Le franèais ei les siècles"(Odile Jacob, 1987) - e dalla gloria che dà la partecipazione ad "Apostrophes". Una fama meritata, come vedremo.
In "Uomo di parole" ci sono due libri in uno. Il primo riguarda come dice il sottotitolo francese, (cambiato chissà perché nell'edizione italiana) il "Contributo della linguistica alle scienze umane". Il secondo riguarda l'idea che l'autore stesso si fa della linguistica. Eppure le due cose si saldano l'una all'altra più di quanto si potrebbe credere, perché l'idea che l'autore si fa della linguistica è precisamente quella che, comportando un'attenzione speciale alle zone di confine, presenta maggiori punti di contatto con le altre scienze umane.
Oggi le cose stanno raramente così. Il linguista evita per lo più le zone di confine, e lavora al centro della sua specialità. Ed è per questo che si parla poco di linguistica. Hagège lo nota ad apertura di libro: "Oggi i brillanti sviluppi della sociologia, dell'antropologia, della psicologia, per non dir altro, sembrano relegare gli specialisti del linguaggio in una sorta di volonterosa retroguardia, che produce ricerche troppo tecniche, e che non sempre mantiene le promesse di un tempo, di contribuire a svelare qualcuno dei molti misteri che circondano i fenomeni umani".
Hagège intraprende un periplo su ciò che la linguistica ha da dire alle varie scienze umane. Vediamone qualche aspetto. Si comincia col rivedere la delicata e discussa questione del rapporto tra lingua e patrimonio biogenetico dell'uomo. Hagège tenta una formulazione meno improbabile di quella dell'innatismo chomskyano: le lingue potrebbero essere il risultato di un meccanismo evolutivo che sfrutta il principio della selezione, secondo lo schema darwiniano.
Le lingue possiedono infatti per Hagège, come gli organismi viventi, caratteri dominanti (economia, analiticità, motivazione) e caratteri recessivi. Hagège invoca il caso delle lingue creole, formate a partire da "pidgin*, lingue di comunicazione interrazziale, formate a loro volta da una lingua coloniale e da lingue indigene. Le lingue creole, 'laboratorio' vivente della genesi linguistica, mostrano in modo ottimale la produzione di carattere dominanti - una proprietà, questa, comune per Hagège alle lingue solo orali, e alle varianti orali delle lingue che possiedono una secolare tradizione scritta, come lo stesso francese.
La scrittura, dunque. Questa grande invenzione ha potenziato le capacità linguistiche dell'uomo, permettendogli di comunicare a distanza nel tempo e nello spazio. I diversi tipi di scrittura contrassegnano diversi tipi di civiltà. Oggi assistiamo in grandi proporzioni a quella che Hagège chiama l'"irruzione della scrittura" nelle civiltà orali. La scrittura è un fattore di sconvolgimento prima delle lingue e poi delle società vissute fino a ieri nell'oralità. Nello studiare le forme e i modi di quest'impatto, comunque inevitabile, Hagège vede uno dei campi di possibile intervento del linguista: un linguista 'impuro', attivo, come si diceva, ai confini della specialità. Un linguista capace di contrastare l'idea di quelli che credono che, come la guerra per i generali, il linguaggio sia una cosa troppo seria per essere lasciata ai linguisti. In effetti basta aprire i giornali o accendere la televisione per vedere quale ampiezza assumano, oggi come ieri, i conflitti linguistici ed etnici. Hagège ha ragione, le questioni linguistiche "non sono mai innocenti". Si apre un vasto spazio di intervento, a livello mondiale.
Dalla dimensione massimamente concreta alla massimamente astratta: dalla sociolinguistica alla logica. Gli studi del nostro secolo sono segnati da una ripresa dei rapporti tra la logica e lo studio della lingua, resi possibili dalla rimozione del logicismo classico, che voleva la lingua strumento della logica. Oggi si assiste a diversi tentativi di assumere la logica a metalinguaggio della descrizione linguistica, dunque al contrario di quanto si faceva una volta. Ma in questo modo, secondo Hagège, si rischia un appiattimento del linguaggio, dissanguato dalle pulsioni che lo collegano all'uomo parlante (uomo di parole) e alla società degli uomini. In altre parole, la manipolazione necessaria per rendere la lingua atta a un esame logicistico falsifica l'oggetto da esaminare.
La storia della linguistica poi. Al banco di prova della ricerca più pura, come quella sull''Ordine delle parole', il linguista ritrova i segnali dell'impurità della sua ricerca. Per quattro secoli la questione dell'ordine delle parole in francese come 'ordine diretto' e 'ordine logico', ha schierato in campi contrapposti rispettivamente i fautori dell'ordine costituito e i difensori dei sensi e delle passioni. Questi ultimi opponevano alla rigidità gerarchica del francese la libertà 'repubblicana' dell'ordine libero delle parole in latino! Una simile ideologizzazione del dibattito linguistico, in realtà, non è rara n‚ nei tempi andati n‚ oggi. Hagège, che come si è capito è 'homme de gauche', prende partito anche lui, non in favore del latino, ché non sono più i tempi, ma del francese orale rispetto a quello scritto. Il francese parlato è più 'efficace' di quello letterario, perché può riprendere più agevolmente l'elemento desiderato dal contesto precedente facendone il tema della frase successiva, mentre il francese scritto è condannato a ricominciare da capo ogni volta con il soggetto.
Ed ecco Hagège riscrivere Voltaire che, quali che fossero le sue idee, soggiaceva anche lui, come l'ultimo dei codini, alla tirannia del soggetto al primo posto. Cosi facendo EIagège ripete l'esperimento di Raymond Queneau che, convinto dalla lettura d'un altro grande linguista, Vandryes, aveva provato a riscrivere Cartesio in neofrancese - la lingua che più tardi avrebbe messo, con effetto meno improbabile, in bocca a Zazie e al suo 'tonton' Gabriel.
Come già Vandryes e Queneau, sono convinto che il francese letterario - come, anche se in misura minore, anche l'italiano - non abbia seguito lo sviluppo della lingua orale, e che si sia creata una incresciosa discrepanza. Il punto di vista di Hagège è diverso, più originale, ma non so quanto sottoscrivibile. Per Hagège i caratteri del francese parlato d'oggi sono caratteri insiti appunto nell'orale, e questo rifletterebbe una dualità qualitativa sostanziale tra scritto e orale in sé. Tullio De Mauro, in Italia, sosterrebbe la stessa cosa di Hagège, e non è questo il solo punto che mi pare avvicini i due studiosi.
Avevo letto con passione questo libro quando era uscito quattro anni fa in Francia. L'ho riletto con uguale passione oggi in italiano. Alla rilettura il fascino non era diminuito. Ma questo non vuol dire che ne condivida tutti i punti di vista. La stessa tesi principale, la scommessa dell'uomo di parole di non farsi dominare, ma di provare a dominare lui le cose, e questo, appunto, attraverso le parole, mi lascia perplesso. Come ogni specialista, il linguista che si lancia allo scoperto è facilmente portato a sbagliare. Fuori dal suo campo, il linguista soffre dei pregiudizi degli altri uomini, e spesso è meno propenso all'umiltà. Certo, il linguista di buona volontà non può restare insensibile all'appello di un Hagège, o, da noi, di nuovo, di un De Mauro, che ci propongono il modello di uno studioso meno chierico, e più laico. Ma poi, perché ci si possa fidare di lui, bisogna che il chierico sia soprattutto un chierico, un competente assoluto della cosa che sa, anche se non necessariamente proprio un Fachidiot. Insomma, la prima cosa è che il chierico sia chierico, e poi se può essere anche laico, tanto meglio.
Di qui si passa ormai fatalmente allo statuto della linguistica. D'accordo, Saussure non ha mai detto la frase che chiude il celebre "Corso": "la linguistica ha per unico e vero oggetto la lingua, considerata in se stessa e per se stessa". Questa frase è un'aggiunta degli allievi che presero appunti nelle famose lezioni e che raccolsero poi, più o meno fedelmente, il pensiero del maestro nel "Corso" che noi leggiamo. Ma il contributo che, giusta il sottotitolo del libro, la linguistica può dare alle scienze umane, sarà logicamente soprattutto quello che saprà ricavare al cuore, e non alla periferia del linguaggio. Da questo punto di vista, più coerente era l'atteggiamento di Jakobson che proponeva di studiare il mondo 'sub specie' linguistica. Ma l'esperimento, come si sa, ha mostrato col tempo i suoi limiti. Tuttavia, se Hagège avrà ragione, e la linguistica metterà davvero al centro del suo interesse non più la lingua-oggetto, ma l'uomo parlante, me ne rallegrerò e riconoscerò volentieri che è stato miglior profeta di me. Per ora resta una prospettiva affascinante, ma incerta. Nella visione di Hagège, dovrebbe prendere un posto centrale lo studio del linguaggio individuale. Ma la stilistica di Bally e di Spitzer, che era appunto uno studio delle varianti individuali alla lingua comune, è un ramo della linguistica che si è disseccato ed è morto. Almeno casi com'era, non può rinascere.
Veniamo a un ultimo punto. Secondo Hagège "lo studio del dibattito linguistico sull'ordine delle parole quale può essere condotto dal punto di vista del linguista, mette in luce la relazione che connette i fatti linguistici alla storia delle idee". Così è, e non c'è nessun dubbio. E Hagège fa bene a ricordarlo. Un carattere dei più preoccupanti della linguistica moderna è la perdita della memoria storica. Ma il danno non deriva dal fatto che, come mi pare che Hagège creda, la storia degli studi linguistici faccia parte integrante della linguistica. Per il linguista, la storia della sua materia è anche una specie di grande soffitta ingombra di cose di tutte i generi, che egli può saccheggiare, per riadattare e presentare come nuovi i reperti più improbabili. È il deposito di tutto ciò che è stato pensato attraverso i secoli dalle menti migliori, e che per il momento, ma solo per il momento, è stato dimenticato e smesso. Un deposito che si può sì ignorare, ma solo a proprio svantaggio.
Quanto alla valenza ideologica delle teorie, niente di più instabile. Una teoria giudicata non senza ragione 'razzista' come quella di Friedrich Schlegel (1808) sulla distinzione delle lingue inflessive e isolanti, ripresa nel nostro secolo assume una connotazione del tutto diversa. Prendiamo per esempio Sapir e Skalicka. Sapir collocando, in base ai criteri tipologici enucleati per la prima volta da Schlegel, il francese vicino al bandu. Skalicka accostando l'inglese e il francese all'hawaiano, tagliano alle basi l'idea che ci sia una differenza qualitativa tra lingue 'civili' e lingue esotiche.
Certo, Hagège ha, nella sostanza, ragione. Il linguista non può restare indifferente alle valenze ideologiche e alle possibili applicazioni pratiche delle sue operazioni scientifiche. Il suo non è un caso speciale, del resto. È una responsabilità che la linguistica condivide, oggi più che mai, con la biologia, la fisica, la medicina.
Questo libro di grande intelligenza e forza propositiva saprà cambiare la situazione della linguistica, tirarla fuori cioè dal suo nuovo isolazionismo? C'è da dubitarne. E la ragione è che l'"Uomo di Parole" nasce alla periferia dell'Impero. Da almeno trent'anni la Mecca della linguistica sono gli Stati Uniti, che è quanto dire che se un'idea, una soluzione tecnica, un libro non vengono o non passano di lì, non possono veramente imporsi. In linguistica, la sfida americana l'Europa l'ha già persa. Ora, che la linea di Hagège possa passare in America, mi sembra impossibile, perché è in America che la linguistica ha assunto il suo volto attuale. E se Hagège è pronto a valutare positivamente molti contributi americani, non so quanto l'America lo ricambierà.
Questo non impedirà al lettore privo di pregiudizi di apprezzare un libro di grande apertura intellettuale, che ha il merito di ricostituire almeno per un momento l'alleanza tra linguistica e cultura, un binomio spezzato da tempo, e non solo dagli anni dell'egemonia americana.