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Michele Battini

Collana: Nuova cultura
Anno edizione: 2011
Pagine: XV-301 p. , Brossura
  • EAN: 9788833921716
Usato su Libraccio.it € 14,04

Il libro di Battini va oltre quello che normalmente siamo, ormai, abituati ad aspettarci dal mestiere di storico. Il suo non è infatti solo un esercizio interpretativo e filologico in merito al giudizio di Élie Halévy sul socialismo, ma un percorso attorno ai molteplici e ambivalenti nessi esistenti fra utopia e tirannide nella storia e nella cultura europea. L'immersione di Battini nel pensiero di Halévy non ha infatti solo il merito di metterlo puntualmente a confronto con le sue fonti, ma di farlo dialogare sapientemente con quanti si sono esercitati insieme a lui (Mauss, Arendt) e dopo di lui (Sen) sugli stessi nodi problematici, illuminando affinità e distanze e scoprendo inattese convergenze lungo tre secoli di storia delle idee politiche. Il lettore ritrova così in Halévy un contributo importante al dibattito attuale attorno all'idea di giustizia (in particolare alla definizione di "una strategia della giustizia sociale alternativa a quella di tipo 'istituzionale'"), un alimento oggi tanto più corroborante dopo decenni in cui la scuola neoliberale, e le sue traduzioni politiche, hanno insistito, con esiti talvolta catastrofici, sull'insensatezza di tale impostazione.
Halévy è una figura centrale, non solo nella cultura francese, per la comprensione storica di un'epoca di crisi quale quella fra le due guerre mondiali. Dopo la seconda guerra mondiale, la sua autorità è stata per decenni richiamata (fra gli altri da Aron, Mises, Hayek, Berlin, Furet) per legittimare una condanna senza appello del socialismo e delle correnti di pensiero che storicamente lo avevano alimentato, in quanto ritenuto responsabile del totalitarismo e minaccia principale – pur nella sua variante socialdemocratica – per le libertà individuali. Una china lungo la quale si giungeva a rifiutare – talvolta con accenti non molto diversi da quelli propri della "migliore" cultura reazionaria – anche la tradizione illuministica, rea di aver istillato, con la teoria dei diritti naturali e la sua fiducia nella possibilità di riformare la società appunto attraverso il diritto, l'idea di una trasformazione in realtà della utopia della libertà eguale. L'arruolamento di Halévy nelle file dei critici del "totalitarismo socialista" e della "democrazia totalitaria", di presunta filiazione illuministica, fu però indebito e facilitato (come dimostrano gli "scavi" che Battini ha condotto nel suo "archivio") da una distorsione del suo pensiero che ebbe innanzitutto origine con la pubblicazione postuma, nel 1948, della sua Histoire du socialisme européen.Redatti sulla base dei corsi tenuti presso l'École Libre de Sciences Politiques, e a partire dagli appunti presi da alcuni suoi allievi e dalle note autografe dello stesso Halévy, i testi raccolti nel volume, cui lavorarono prima Célestin Bouglé e poi, dopo la morte di questi, Raymond Aron, non reggono un confronto puntuale con le loro stesse fonti, rivelando più di una grave infedeltà o omissione (di cui sono stati oggetto anche i testi integralmente di Halévy, sovente interpolati e manipolati), con il risultato di stravolgere, non solo in nome di onesti intenti pedagogici, divulgativi ed educativi, il senso profondo della riflessione.
Contrariamente a quanto successivamente sostenuto in campo neoliberale, anche di fronte agli esiti sconfortanti dell'esperimento sovietico, il giudizio di Halévy sul socialismo, pur inclinando al pessimismo, rimase infatti sempre sostanzialmente ambivalente. Per lo storico francese il socialismo presentava infatti una "natura contraddittoria". Si poteva cioè al tempo stesso sostenere che fosse nato come continuazione di quella rivoluzione dei diritti preparata dall'Illuminismo – con l'obiettivo di completarla liberando il lavoro dal capitale – e come reazione a quella stessa rivoluzione, animata dalla nostalgia per l'ordine pre-rivoluzionario e comunitario, nostalgia che aspirava ora a restaurare, in forme nuove, le strutture dell'economia organizzata.
La tendenza organicistica, gerarchica e autoritaria, presente in certo socialismo – che spiega anche come siano stati possibili nella sua lunga storia temporanei, ma assai gravidi di conseguenze, connubi con il pensiero reazionario, in nome del comune rifiuto dell'individualismo liberale – ebbe per Halévy il proprio paradigma nel pensiero di Saint-Simon. Furono l'autore del Nouveau Christianisme e i suoi epigoni il punto di convergenza e irradiazione del socialismo autoritario – fatto di economia centralizzata, governo dei tecnici e entusiasmo organizzato in forme religiose – e non Marx, che Halévy inclinava piuttosto ad ascrivere alla tendenza opposta, scagionandone il pensiero da ogni postuma responsabilità in merito all'esperimento sovietico. A causare, però, la prevalenza dell'una, quella statalistica, sull'altra, quella libertaria, furono i tragitti sociali e politici determinati dalla prima guerra mondiale. L'economia di guerra dimostrò infatti l'acquisita realizzabilità delle aspirazioni saintsimoniane, divenendo così il paradigma di riferimento anche per la pianificazione dei bolscevichi, prigionieri della spaventosa arretratezza economica e sociale dell'ex impero zarista. È dunque in primo luogo al conflitto mondiale – la cui origine Halévy rintracciava genialmente in un nodo di contraddizioni che andavano ben al di là dell'Europa e comunque del conflitto territoriale franco-tedesco o di quello economico anglo-germanico – che bisognava guardare per comprendere la genesi dell'era delle tirannie.
Ne risultavano implicitamente scagionate dall'accusa di aver filiato il totalitarismo (termine che Halévy non adottò) proprio l'utopia, e con essa l'eredità dell'Illuminismo, su cui lo stesso Halévy andava riflettendo ininterrottamente per contribuire alla definizione di una nuova "teoria della democrazia" che conciliasse le aspirazioni alla giustizia sociale con il principio dell'autonomia morale, e l'armonia naturale degli interessi economici con l'azione del governo per il bene collettivo. Di questa teoria della democrazia Halévy aveva allineato anche una genealogia storica convincente, che teneva insieme Bentham e Mill, Proudhon e Bernstein (ma anche Marx), il socialismo fabiano e le esperienze del gildismoinglese, fino a giungere alla lezione keynesiana. Era sostanzialmente la stessa teoria del socialismo liberale di Carlo Rosselli e dei giovani intellettuali di Giustizia e Libertà, Venturi, Garosci, Ginzburg, i quali, mossi da interrogazioni analoghe (anche per loro il socialismo conteneva in sé l'enigma del futuro), guardarono al liberale Halévy come a un protagonista di costante riferimento della cultura francese.
L'appassionata ricognizione di Battini ha inoltre il merito di far apprezzare al lettore, anche a quello già informato, i pregi, sul piano propriamente storiografico, del lavoro di Halévy, in particolare la capacità di restituire tutta la complessa ambivalenza del divenire storico, che, governato da forze oggettive, ma in realtà difficilmente riconoscibili, nel suo disordinato abbattersi sulla vita sociale rende sostanzialmente impraticabile agli studiosi ogni generalizzazione, e non solo nel campo della politica e della cultura. Una lezione di metodo che ha fatto dei suoi testi, a partire da L'era delle tirannie, un classico, dando loro la forza di resistere anche agli usi polemici cui, nel corso del tempo, si è stati tentati di piegarli.
Cesare Panizza