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Traduttore: D. Mazzone
Editore: Adelphi
Collana: Fabula
Edizione: 10
Anno edizione: 1989
Pagine: 130 p.
  • EAN: 9788845907241

recensione di Scatasta, G., L'Indice 1990, n. 6

"Scrive una prosa dura, limpida che comunica al lettore l'alta stima di sé, il dandysmo, la freddezza dell'autore, e in fondo un'impressione di banalità. Ma i passi meno promettenti si illuminano improvvisamente con lampi di aforistico fulgore e le descrizioni più strazianti sono alleviate dal desiderio struggente di valori umani in un mondo disumanizzato". Così scriveva Bruce Chatwin nel 1981 su Ernst Junger e i suoi diari di guerra, in un volume che raccoglie "frammenti, storie, profili e viaggi" ("What am I doing here", Pan Books, London 1990, p. 300, I ed. Cape, London 1989). Sono parole che valgono in parte anche per "Utz", l'ultimo romanzo scritto da Chatwin prima della morte, ma soprattutto per i personaggi che in esso appaiono, che mutano sotto gli occhi del lettore e attraverso la lucida prosa dello scrittore. Il narratore, che è più o meno velatamente lo stesso Chatwin, incontra a Praga il barone Utz, un collezionista di porcellane che gli mostra i pezzi da lui raccolti negli anni. L'incontro dura poche ore ma è denso di ricordi, di racconti, di divagazioni su personaggi storici e sconosciuti contadini; quando molti anni dopo il narratore ritorna a Praga, Utz è morto e le porcellane della sua collezione sono misteriosamente scomparse. Con "Utz" Chatwin era apparentemente tornato alla narrazione "pura", dimenticando la forma ibrida, insieme racconto, saggio, autobiografia e divagazione, che aveva scelto per "Le Vie dei canti" (Adelphi, Milano 1988). Può perfino sembrare un romanzo di un altro autore, lontani come siamo dalle ambientazioni esotiche a cui Chatwin ci aveva abituato, ai suoi rapidi cambiamenti di scena, al suo nomadismo culturale, agli scambi di differenze etniche e culturali. Invece, a leggere con più attenzione, troviamo in "Utz" quei tempi che erano cari a Chatwin e che attraversano tutta la sua produzione, qui in modo forse più levigato e limpido, meno chiassoso ma ugualmente visibile. C'è innanzitutto un libro che non può essere scritto e che invece viene scritto, anche se la sua forma non sarà quella progettata dall'autore: così come il libro sul nomadismo che Chatwin voleva scrivere era diventato "Le vie dei canti", "Utz" è quello "studio [...] sulla psicologia - o psicopatologia - del collezionista coatto" che "un po' per pigrizia, un po' per la mia ignoranza delle lingue [...] finì nel nulla" (p. 14). Studio stravolto, filtrato attraverso la forza della narrazione da un autore che deve conquistare la propria onniscenza immaginando, riempiendo i vuoti, inventando incuriosito, inciampando, conquistato dalla storia che racconta, sorpreso egli stesso da quello che racconta.
In equilibrio fra finzione e realtà, fra narrazione e digressione - e in questo ritroviamo il carattere ibrido di altri libri di Chatwin - il narratore interviene perfino in modo ironico, come a ricordarci che si tratta comunque di un romanzo, quando non sa decidersi se Utz, il protagonista del racconto, abbia o no i baffi ("Aveva i baffi, Utz?", p. 26; "non sono ancora sicuro se me lo immagino coi baffi", p. 75; "Ma ora posso affermare categoricamente che Utz aveva i baffi", p. 114).
Ricompare anche il tema del viaggio, che era caro a Chatwin: ma si tratta di un viaggio che si trasforma nella testimonianza di una perdita. Non conduce a nulla il viaggio del narratore in cerca di materiale per il suo articolo, né quello di Utz che abbandona la Cecoslovacchia per la Francia e che conclude "Che schifo [...] Non è possibile che io resti qui" (p. 75). Il viaggio nega sistematicamente tutte le aspettative che avevano allettato il viaggiatore. È una discesa in un inferno volgare, senza senso, noioso, che sotto l'apparenza della novità propone rituali stanchi mentre la vita quotidiana in patria, indubbiamente grigia, prende improvvisamente colore.
Ma neanche questo è vero del tutto. In "Utz" niente è definitivo, rinchiuso per sempre nella sua forma, neanche le porcellane per le quali il protagonista ha la passione maniacale di un eretico. Dietro la realtà tetra di Praga si svela un mondo labirintico che ha tutto il fascino della città descritta da Meyrink in "Il Golem", senza le sue fughe esoteriche. Dietro la realtà grigia del regime compaiono anarchici jungeriani, uomini che "col loro silenzio infliggono allo Stato un estremo insulto, fingendo che non esista. In quale altro paese è possibile trovare un tramviere esperto di teatro elisabettiano e uno spazzino che ha scritto un commentario filosofico sul frammento di Anassimandro?" (p. 16). Dietro la fattura delle porcellane è nascosta una cultura alchemica dimenticata e dietro l'insignificante esistenza di Utz appare una vita piena di fascino e insospettabili amori, illuminata da squarci metafisici che si aprono per mostrare che niente è come appare: in una contadina con un papero rivive la grazia di una Leda col cigno, mentre il Bambin Gesù di Praga è "un avido neonato che si appropria delle collane delle pie dame" (p. 115).
E l'arte in questo romanzo è malattia, mania, è una prigionia che il protagonista avverte solo lontano dalle sue porcellane, in viaggio (e dunque non è vero neanche che il viaggio porti a nulla), ma anche un microcosmo elegante, al cui confronto la realtà esterna e la storia non sono neppure elevati a incubi, ma restano soltanto "rumori di fondo". In questa dialettica irrisolta tra arte realtà e storia non è infine la realtà a vincere sull'arte ma piuttosto la vita, intesa nel senso della passione, della beffa, della forza di chi sa di essere comunque sconfitto. Nelle pagine finali si svela cosa è accaduto della collezione di porcellane di Utz dopo la sua morte e si scopre chi veramente fosse quello che appariva come un ometto insignificante. Come si illumina il volto di una contadina che è anche baronessa, cosi si illumina la vita di Utz ma solo per lasciarci nel dubbio: tutto va ripensato, fra l'arte e la vita si instaura un rapporto complesso, l' arte illumina la vita e la vita l'arte, ma l'arte non è più una collezione morta e con un procedimento alchemico prende vita, come il racconto diventa quel saggio che non è mai stato scritto, diventa libro.