Il vagone delle vacche

Georges Hyvernaud

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Traduttore: P. Vettore
Editore: Casagrande
Collana: Scrittori
Anno edizione: 2004
In commercio dal: 8 aprile 2004
Pagine: 163 p., Brossura
  • EAN: 9788877133861

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"Il vagone delle vacche", scrisse lo stesso Hyvernaud, "si può definire come il diario di un prigioniero del dopoguerra - un uomo qualsiasi - intrappolato in un lavoro meschino, in frequentazioni modeste e in ricordi banali, schiavo della sua città". In effetti, se il primo romanzo evocava l'esperienza nei campi di concentramento tedeschi, il secondo libro di Hyvernaud racconta il ritorno dei prigionieri e il tentativo di adattarsi alla vita ordinaria. Ne viene fuori un repertorio delle bassezze umane, del conformismo, delle gelosie, dell'ipocrisia, dell'ottusità bovina che affliggono la vita civile e il mondo letterario del dopoguerra, tra assurdo e cinismo.
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    lettorecomune

    04/01/2005 12:08:10

    Uno splendido libro di un autore geniale, dissacrante e quasi sconosciuto. Incapace fin dalla fanciullezza di accordare la propria voce – in senso letterale perché stonato – o il proprio passo – sempre in anticipo o in ritardo – alla voce o al passo degli altri il protagonista del libro, dopo essersi trascinato per otto ore presso i fratelli Busson, Acque gassate, si siede sul letto e – dice – “Fumo. Sognicchio la vita degli altri. Mischio e rimischio ricordi come le carte del solitario. E quando sono stufo di sognicchiare, prendo un foglio di carta e comincio a tracciare parole”. E scrive di gente comune, di uomini con facce da sconfitti, di Granchi che subiscono senza capire gli eventi e poi alla fine tacciono e si rassegnano. Scrive di quelli come lui che hanno viaggiato incastrati gli uni negli altri, nel vagone delle vacche “sul viso morto dell’Europa” della seconda guerra mondiale. E man mano che si va avanti nella lettura del libro ci si accorge che le parole hanno, oltre a quello proprio, anche un altro senso: l’autobiografico ricordo del viaggio del prigioniero diventa una metafora della condizione umana, di quell’andare da nessuna parte, di quel camminare – dice – senza fare strada, di quello strano tramestio immobile che facciamo con tutte le nostre zampe che frugano senza fermarsi mai. Solo la lettura diretta potrà restituire la bellezza di questo testo a metà strada tra la struggente malinconia della poesia e la forza dissacrante del riso.

Pochi oggi ricordano Georges Hyvernaud, morto nel 1983 nell'oblio più completo. Attivo negli anni trenta come antifascista, deportato in Pomerania durante la guerra, alla fine della tempesta pubblicò due romanzi, La peau et les os (1949) e Le wagon aux vaches (1953), d'impronta esistenzialista. Ma rimase sdegnato per la cattiva accoglienza riservatagli dal mondo accademico e decise di dedicarsi esclusivamente all'insegnamento. La seconda delle sue opere è un buon libro, non un capolavoro. A mancarle sono la mobilità e la dimensione speculativa. Certo, in parallelo al mesto riflettere dell'io narrante, che avvolge quasi ogni pagina, facendone una tragedia nel senso etimologico del termine, prendono saltuariamente forma sequenze ben orchestrate, come quella del caffè Tre Colonne o del ministro che rende omaggio ai caduti. Bagliori di pura satira e parodia. Prevale tuttavia il lamento monocorde d'uno sconfitto (immaginato del resto quale autore di un'opera, appunto Il vagone delle vacche, in cui "non succede niente"). Inoltre, va detto che Hyvernaud, pur trattando anch'egli di una "nausea" che attanaglia l'individuo, e pur facendolo, al pari di un Sartre, per via essenzialmente diaristica, non solo le attribuisce un'origine più che altro sociale, ma non è soccorso dal magistero dialettico che il capofila dell'esistenzialismo seppe trasfondere nella sua opera letteraria.

Eppure, questo libro minimalista offre il ritratto fedele di uno stato d'animo. Attraverso formule icastiche e notazioni taglienti, si sviluppa una visione della realtà organica, spesso non distante dal nichilismo. Con un tocco manicheo di fondo. Il protagonista poi riscontra in sé "un destino da insetto", il che lo induce a un atteggiamento, ci si passi l'espressione, passivamente iconoclasta. Anche verso la letteratura. La stessa "malattia dello sguardo" che deve indurre a disdegnare i nobili atteggiamenti si riverbera nel suo duro giudizio sulla letteratura: il reale è una cosa, il letterario un'altra. Come nella quotidianità gli arrivisti beffano sempre gli sventurati, nel romanzo "non c'è posto per gli umili". Ma così non viene delegittimata tutta la tradizione letteraria che fa capo agli Hugo come agli Zola, ai Dickens come ai Joyce, ai Verga come agli Svevo?

È, questa, una visione che pervade ogni angolo del libro. Mentre il protagonista si dipinge come uno dei "granchi" rimasti al palo, l'antagonista Bourladou e chi come lui sopravvive meglio, cioè gli " habitués " della vita, appaiono in blocco superficiali e corrotti. La guerra ha infatti cambiato la "geografia morale" degli uomini, creando di qua una massa di antieroi, vittime dell'esistenza, di là l'insieme di quanti restano a galla, ma finiscono preda di squallide illusioni, penose abitudini e futili questioni, come l'erezione di monumenti ai caduti che hanno l'unico effetto di sterilizzarne l'insegnamento. Ecco allora che si spiega il "simbolo" del titolo - a chiamarlo così è il protagonista stesso -, teso a evocare la condizione della "gente piccola", "imprigionata negli eventi e nelle cose" come nell'"opacità dell'esistenza". A fronte di tutto ciò, resta, unico luogo della verità per gli sconfitti, l'orinatoio: con i suoi rozzi graffiti, assurge ad "asilo dell'arte naïf, dell'opinione indipendente e delle passioni colpevoli".

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