Editore: Adelphi
Collana: Fabula
Edizione: 10
Anno edizione: 2006
In commercio dal: 8 marzo 2006
Pagine: 182 p., Brossura
  • EAN: 9788845920394
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Descrizione
L'autore di "La leggenda di Redenta Tiria" narra la storia di un amore che vive al di là della morte e di una feroce vendetta. Sin dalla prima pagina il lettore si trova immerso in un mondo arcaico e crudele, quello della Barbagia fra le due guerre. È qui che Mintonia e Micheddu si conoscono e si amano con la necessità prepotente ed esclusiva che è propria degli amori infantili. E continueranno ad amarsi anche quando Micheddu dovrà darsi alla macchia, anche quando Mintonia, "femmina malasortata", dovrà vederlo solo di nascosto e passare ore di angoscia a pensarlo braccato.

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Recensioni dei clienti

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    Mauro C.

    21/06/2012 23:37:19

    Rimango basito da un commento precedente. La vera Sardegna, quella autentica, nella sua pienezza, è soprattutto quella descritta da Satta e dalla Deledda, colonne portanti della letteratura sarda. Quella di Dessì, di Atzeni, di Lobina, ecc.. Impossibile mostrare una certa cecità nei confronti della letteratura. Quella vera. Lo stile di Niffoi è a tratti sublime, di sicuro originale, nonché intenso e travolgente. Questa terra è, e sempre sarà, intrisa di una "disperata vitalità" che non significa affatto tristezza, come si potrebbe facilmente pensare. E' un qualcosa di più profondo. Per fortuna c'è ancora qualche scrittore che ne coglie realmente la vera essenza.

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    fabien

    13/10/2011 12:42:31

    io non conoscevo il linguaggio crudo ed aspra di Niffoi ed ignoravo le sue opere.Il personaggio di Mintonia ha le caratteristiche di una maschera della tragedia greca.E quindi mi ha incuriosito dapprima, affascinato in seguito. La vicenda del romanzo, complessa per me che già abbisogna di molta attenzione per la lingua italiana ( io sono cittadino francese, j'habite Paris..)la vicenda è piena di un dialetto ostico e parole che necessitano di traduzione. Nondimento si sviluppa con cura avvolgendo il lettore ed intrigandolo. (questa lettera, come altre, è stata "corretta" da amici per una ortografia a volte sballata)

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    Anto

    07/03/2011 10:12:17

    Una lingua ostica ma poetica. Il mistero di una Sardegna selvatica e matriarcale. Duro e compassionevole, un romanzo di bella intensità. Consigliato.

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    Caterina

    21/02/2011 19:29:11

    Abituarsi all'italiano misto al sardo è stato un pò difficile, ma la storia è veramente bella e molto emozionante.

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    Angelo Marongiu

    24/10/2009 14:53:14

    La faida e la vendetta sono comportamenti di un mondo arcaico dove ci si rovina la vita per salvare l'onore. Tematiche queste che si scontrano con la concezione moderna dei paesi più avanzati dove la famiglia non è tale in assoluto ne tantomeno è un dogma; dove la donna è fiera ma anche libera di aver ripensamenti e di cambiare partner. I tempi sono cambiati e sarebbe interessante far conoscere quale è oggi la realtà e la cultura sarda. Quali problemi la affliggono e le impediscono di svilupparsi economicamente senza dover dipendere dagli aiuti statali. Il libro è un bel libro, scritto divinamente, nel quale però mi piace pensare che i protagonisti non si battono per un tradimento subito o per lo sconfinamento di qualche pecora ma piuttosto si scontrano per l'antifascismo o per la difesa della cosa pubblica equiparandola a quella privata. Mi sono immaginato Micheddu che combatte il brigadiere o il podestà in quanto colpevoli di essere i difensori di uno stato borghese che tutela gli interessi di una sola classe, ovvero quella padronale, a discapito di quella proletaria. Non è anche questo un aspetto della realtà sarda ? Comunque è importante che ci siano scrittori che parlano della Sardegna con accenni alla sua cultura, meglio ancora se contemporanea e soprattutto verosimile e realistica. Angelo Marongiu

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    Anna Maria

    07/10/2009 12:01:16

    Se la Sardegna è o è stata quella descritta da Niffoi (triste, come lo sono molti romanzieri sardi), è giusto che chi può la abbandoni al più presto, si vive una volta sola e l'esistenza non si può consumare in un'isola come quella che lui descrive! Va bene l'espediente di raccontare una vicenda del passato, ma certe atmosfere, non esenti da facile folklore, le abbiamo già lette anche in Grazia Deledda e in Salvatore Satta. Niente di nuovo sotto il sole. D'altra parte, è giusto, in linea con le leggi del mercato, che l'Autore sfrutti, a favore del suo successo, tutto il potere emozionale di una vicenda tragica e di una terra che, grazie ad autori come lui, risulta spesso ancora, tristemente, troppo "leggendaria".

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    alessandro andronio

    21/06/2009 12:04:09

    Giudizio medio, come per tutti i libri di Niffoi, suggestivi, ma irreali. Ancora una volta la Sardegna avvincentemente descritta dall'autore è più vicina alle aspettative del lettore continentale stanco di Costa Smeralda e desideroso di avventure barbaricine che alla realtà. Non c'è dubbio però che l'uso della lingua e la capacità di delineare luoghi e personaggi quasi dipingendoli siano molto notevoli.

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    br1

    22/04/2009 18:02:56

    Mi è piaciuto!E' il primo libro che leggo di Niffoi ma devo dire che mi ha molto colpito...personalmente l'ho trovato molto intenso, diretto, a tratti forse crudo, ma molto molto passionale ed emozionale. Sicuramente mi cimenterò con altre opere dell'Autore.

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    Giulia

    13/04/2008 00:08:33

    Bellissimo, intenso... ho letto piu' volte i passaggi chiave per cogliere tutto. La "passione" di Mintonia mi ha perseguitata nel sonno ed agitando le mie notti ha mutato il mio umore... I riti, le credenze popolari, le consuetudini, esaltano il tormento della protagonista e portano il lettore a leggere nella sua storia la vita povera, dura, a tratti crudele ma anche passionale e vera, di una Barbagia matriarcale in cui le donne nel bene e nel male hanno avuto sempre un ruolo fondamentale ed attivo... Attravereso lo struggimento interiore di Mintonia l’autore porta il lettore ad esprimere la propria sentenaza sia essa condanna, comprensione o pietosa compassione...

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    marcella

    08/04/2008 14:23:16

    Splendido, meraviglioso Niffoi, questo libro tocca l'anima!

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    antonella

    04/04/2008 15:58:00

    Capolavoro verista crudo ed avvinghiante. Pur non conoscendo la lingua sarda, usatissima nel testo, questo libro mi è entrato nelle vene, mi ha fatto sussultare e piangere. Certo, spesso cita cose spiacevoli, fastidiose, ma si sa, di solito ci danno fastidio le cose troppo vere. Ho vissuto beatamente la Sardegna solo dal punto di vista turistico, ma sono dell'avviso che non sia sufficiente essere sardi per affermare di conoscere tutti i lati più reconditi di questa terra o per dire che l'immagine data dall'autore sia falsata. Comunque non ha importanza, il libro è talmente caldo che tutto ci sta bene.

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    Andrea Faraglia

    11/03/2008 12:23:06

    Un libro brutto! Pesante e volgare, intriso di una crudeltà gratuita e priva di riferimenti storici. Un testo che vorrebbe elevare la "sardità" e la "balentia" ad esempio di virile condotta a dispetto del mosciume continentale ma che in sostanza getta fango sulla popolazione barbaricina descritta come gratuitamente violenta ed alcolista. Davvero offensiva poi la figura femminile.

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    damiano sanna

    05/12/2007 00:54:44

    una cruda nota della sardità che lascia spazio al romanticismo e al folclore. in colori ...variopinta fantasia di terre e verdi vivi con piccoli ma intensi punti di luce abbagliante. dove la vita ci schiaccia l'amore raro si manifesta con vigore. quando la fame presenta il conto i sassi sono dolci come papassini. bella badò

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    Sandro Florenzo

    29/09/2007 18:47:14

    Se questo libro si prende immergendosi nel contesto sardo , naturalmente negli anni in cui è ambientato, per me lo lo si può giudicare un capolavoro. E come mangiare ad Ischia il Coniglio da Fossa, oppure a Colonnato il Lardo o a Napoli la Pizza. Io l'ho letto con gusto e ne ho assoparato la ruvidità , la condizone di isolamento mentale, la crudeltà e poi.... la poesia, la grazia, l'onore, l'amore : umani visceralmente terreni e passionali. Fare un paralelo con Verga è naturale ; ma quì c'è molto di più.

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    valentina

    30/08/2007 13:41:44

    è stupendo!è lunico libro ke ha saputo scuotere il mio animo cn le sue crude emozioni

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    MarioMonty

    28/08/2007 18:01:20

    Primitivo e ancestrale, crudele e passionale, odoroso di sangue e mirto selvatico in fiore. Questa è la mia recensione. PS il libro va accoppiato ad un pasto a base di bottarga e vermentino Canayli. Mario Montella

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    rocco calabrese

    25/07/2007 16:25:21

    Non capita spesso di imbattersi in un libro che avvinghia il lettore in un crescendo di forti emozioni. Niffoi ci catapulta nella sua terra aspra e violenta, misteriosa e solitaria e lo fa con una scrittura secca, concisa, che non lascia spazi a inutili giri di parole. Un libro crudo nello stile e nel contenuto, ma da questa asprezza emerge l'inno all'amore. L'amore per la terra d'origine, con le sue tradizioni, le sue credenze popolari, la sua lingua astrusa, che la rende ancor più arcana e la protegge dagli attacchi esterni del lettore, talora immobilizzato nella fantasia da un senso di impenetrabilità e inviolabilità. L'amore per la libertà; l'amore, infine, sconfinato, testardo, doloroso, puro della protagonista per il proprio uomo. Il fascino del mistero è risaltato dall'uso del dialetto, che accompagna il lettore in un avvincente groviglio di parole e suoni e lo inchioda, alla fine di ogni capitolo, a una sensazione di melodiosa arcaicità. Niffoi miscela e dosa minuziosamente l'uso della lingua italiana e quello dell'idioma sardo. Egli conosce bene il mestiere di scrittore.

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    Paolo

    23/06/2007 17:37:50

    Decisamente sopravvalutato. Descrive, con abbondanza di luoghi comuni, una Sardegna sterepotipata nel cliché, ormai esausto, del banditismo barbaricino, folkloristica e irreale. Di difficile lettura, esile trama, talvolta inverosimile - vedasi la narrazione dell'episodio del piccolo "balente" che ingravida la moglie del comandante continentale dei Carabinieri. Risulta eccessivo il linguaggio incrostato di sardismi, che - congiuntamente a un'onomastica e toponomastica che fanno girare la testa in nome di un facile esotismo - fanno si che si perda facilmente il filo della narrazione. I personaggi mi sono parsi semplici bozzetti e la stessa protagonista appare insulsa e non riesce ad accattivarsi la simpatia del lettore.

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    laura carta

    16/06/2007 19:28:36

    sono sarda ma non conosco la Sardegna descritta in questo libro! Troppi sardismi difficili anche per quei sardi che non sono di Gavoi e dintorni; troppa crudezza ,qualche volta al limite dell'assurdo, nella descrizione degli eventi dei primi capitoli!!!!! proprio un brutto libro

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    clara lunardelli

    07/06/2007 16:19:53

    Ci sono così tanti commenti su questo libro che scriverne uno in più è solo inannellare la testimonianza di un altro appassionato lettore. Il massimo dei punti anche da me, per un libro vivo e duro come la vita è sotto le candide e ordinarie vesti di cui l'ammantiamo. Bravo e grande Niffoi che sa suggestionare l'anima, che non fa l'esangue intelletuale scribacchino, ma il testimone lacero e ricco delle strade e dei luoghi del suo paese-nazione. Scrivi ancora per tenerci compagnia, per raccontarci storie che stordiscono.

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Premio Campiello 2006.

“Il giorno che capii queste cose me ne andai da sola a Punta Corriolu. Per compagnia, portai con me un romanzo di Grazia Deledda: “Il paese del vento”. In quel libro mi ero riconosciuta più che in tutti gli altri. Quando scriveva di un paese dove le donne vivono segregate in casa con l’unica missione di procreare e lavorare, tzia Grazia parlava di Laranei o Taculé.”


Una tragedia. E’ una tragedia in forma di romanzo, il secondo libro di Salvatore Niffoi, costruita sui temi classici della tragedia di sempre. Amore, morte, gelosia, vendetta.

Un incipit da ricordare: “Me lo portarono a casa un mattino di giugno, spoiolato e smembrato a colpi di scure come un maiale.” Il morto si chiama Micheddu, la donna che lo piange e che dice, “Da noi, a Taculé, gli sgarri vengono restituiti sempre con gli interessi e un morto ammazzato senza motivo se ne porta subito altri appresso”, è sua moglie Mintonia. Sarà lei a uccidere il colpevole, e non importa se è mandante o assassino, in una nerissima e grandiosa scena finale.

L’espediente narrativo che Niffoi usa è - dopo questo inizio fulminante - raccontare la storia al passato, in una lettera che Mintonia ormai anziana scrive alla nipote dall’Argentina dove è fuggita, come una sorta di testamento. Veniamo così a sapere il tempo della vicenda, perché Mintonia incomincia proprio dalla data della sua nascita, il 21 luglio 1915. E osserviamo subito come sia un tempo senza tempo, quello della Sardegna di Niffoi. Già ne La leggenda di Redenta Tiria avevamo notato come tutte quelle storie di gente che sceglieva di morire parevano svolgersi in un’epoca remotissima, se non ci fossero state allusioni a telefonini e televisioni, e, ne La vedova scalza, l’impressione è ancora più accentuata. Perché si parla del podestà e del fascio, ma in primo piano ci sono i sentimenti primordiali che escludono ogni altra cosa, “l’amore è onore e le offese non si lavano con la lisciva!”. Mintonia ha solo undici anni quando bacia Micheddu per la prima volta, non amerà mai nessun altro e gli perdonerà le scappatelle: è la legge del Sud, a un uomo aitante si concede che abbia altre donne, è una prova di virilità che ne aumenta il valore. Siamo in Barbagia e basta accennare al resto della storia: qualche contravvenzione alla legge e Micheddu si dà alla latitanza, ogni tanto ritorna a fare l’amore con Mintonia. Anche con un’altra però, una con l’aria da signora che viene dal continente. La politica si mescola alla storia privata, a Micheddu viene attribuito l’assassinio del podestà- verranno poi sepolti quasi insieme. E Mintonia elabora la vendetta.

Ma non è né Mintonia né Micheddu il protagonista de La vedova scalza di Niffoi, come non lo erano né Redenta Tiria né tutti gli abitanti del villaggio di Abacrasta nel romanzo precedente- piuttosto la Sardegna, “terra amata e odiata, che ti accarezza col vento di maestrale e ti uccide col gelo invernale”, rude come la sua gente, dalla bellezza aspra e fiera come quella delle sue donne. Una terra in cui, come abbiamo già detto, il tempo si è fermato (“Niente cambierà mai a Laranei e Tulané. Tutti continueranno a parlare di miseri raccolti, malattie, guerre, disgrazie e magie, in attesa dell’ultimo viaggio che li porterà da nessuna parte, oltre il mistero non raccontabile della morte”). E ci piace questa forte impronta regionalistica nella scrittura di Niffoi, come ci piace - in un’epoca di globalizzazione - la sua lingua che usa il dialetto non come un vezzo ma come un insostituibile strumento, l’unico che abbia le parole giuste per dire questa storia con questi personaggi.

A cura di Wuz.it


Le prime frasi del romanzo:

Me lo portarono a casa un mattino di giugno, spopolato e smembrato a colpi di scure come un maiale. Neanche una goccia di sangue gli era rimasta. Due lados che ad appezzarli non sarebbe bastato un gomitolo di spago nero, di quello catramoso che i calzolai usano per le tomaie dei cosinzos di vacchetta. Il cane girava intorno al nespolo e ringhiava impazzito dalla paura. Lo stesi sul tavolo di granito del cortile, quello che usavamo per le feste grandi, e lo lavai col getto della pompa. Le pispiriste incollate, grumi scuri nel concale, terra e paglia nelle costole, nella vrissura, mosche verdi dappertutto. Pthù! Maledetti siano quelli che gli hanno squarciato il petto per strappargli il cuore con le mani e prenderlo a calci come una palla di stracci! Micheddu, amore meu, che eri buono quanto il Gesù Bambino che svetta sulla cupola della chiesa de Su Rosario, questa balentia qualcuno la pagherà in sonanti, di leppa o pallettoni deve crepare chi ti ha sfregiato così. Su coro glielo sciacquai a parte, in acqua e aceto, poi lo avvolsi in carta oleata e glielo misi sotto il cuscino della bara. Ohi amoreddu meu adorau, già te l'hanno fatta bella a conzarti in questo modo! Che se li porti via la Mama del Sonno quelli che ti volevano male! Lo so che manco le bestie si lavano così, ma io a Micheddu non volevo che altre mani lo toccassero: mio era stato da vivo, mio restava da morto. Prima una metà poi l'altra, a mani nude e a forza di braccia, lo infilai dentro il baule e lo ricoprii con uno dei camisoni di tela di mannai Gantina. Era rigido come un tronco di sughera. A mettergli il vestito di velluto nero, con su grappette e la camicia buona, non faceva. Quelli che lo videro dissero che il lombo destro non era il suo perché l'occhio gli era diventato rosso porporino e lo teneva socchiuso, come per atzinnire alla morte.
Era un'estate mala. Sopra l'altopiano di Monte Leporittu un vento rovente inchiodava l'astore nel nido, il merlo tra i rovi, la colovra tra i giunchi. Il sole sembrava una palla di vetro incandescente, dove toccava bruciava. La campana della chiesa majore aveva iniziato a suonare il memento prima del canto del gallo. Quei battiti lenti e secchi li ricordo come stoccate nel petto. Tàn, tàn, tàn, tàn. Il rumore del bronzo si disperdeva nell'aria portando sempre più lontano l'anima di Micheddu. Il cane si era fermato e scavava col muso una buca nel terriccio delle rose peonie per nasconderci la testa. A Daliu, la nostra creatura, perché non vedesse quello che avevano fatto al babbo, lo prese in braccio tzia Brasiedda e lo portò a casa di parenti, nel vicinato di Sas Istajeras, Via, anima mia, via da questo sciù sciù di fardette e gambali. Via, che non devi respirare questo alito di morte che s'infila tra le nari e scende nei polmoni col suo odore dolciastro di prugne e mirto. Via dai miseri resti di tuo padre, che il ricordo potrebbe piagarti la memoria e farti ammacchiare prima del tempo.