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Anno edizione: 2025
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Libro incluso nella sestina finalista del Premio Strega 2026
Con estro e rigore, Elena Rui indaga le vite e le voci di queste quattro figure femminili di fronte all’ineluttabilità della disgrazia. Si imbastisce così «un discorso sull’amore» che rifiuta viete certezze morali per restituire la trama sottile, contraddittoria e irriducibile degli affetti, offrendo a chi legge la libertà – e l’onere – di interrogarsi sui confini e sugli abissi dei rapporti umani.
«Esistono dubbi sul fatto che abbia amato Casarès, l’Unica? Le ha amate tutte, a suo modo, alcune più di altre, e Maria più di tutte, forse. Amate come un uomo, con la vanità di un uomo, l’egoismo di un uomo.»
«Elena Rui insegue il "verosimile" nel romanzo sulle figure legate allo scrittore francese.» - Simone Innocenti, La Lettura
«Con Vedove di Camus Elena Rui ha inventato un genere letterario: la biografia polifonica.» - Robinson
«Elena Rui dà voce e spazio a Francine Faure, Catherine Seller, Mette Ivers e Maria Casarès amate dallo scrittore dello "Straniero".» - Filippo La Porta
Il 4 gennaio 1960, la Facel Vega guidata dal celebre editore Michel Gallimard sfreccia lungo una strada della Borgogna e va a schiantarsi contro un platano. Sul sedile del passeggero, Albert Camus, che solo tre anni prima era stato insignito del Premio Nobel per la Letteratura, muore sul colpo. Mentre il mondo intero rimane attonito, orfano di uno dei più grandi intellettuali del Novecento, quattro donne si ritrovano all’improvviso “vedove” dell’uomo che amavano: la moglie Francine Faure, la brillante attrice Catherine Sellers, la giovane pittrice Mette Ivers, di origini danesi, e Maria Casarès, immensa interprete del teatro francese, che Camus stesso - fedele ai paradossi del sentimento - definiva «l’Unica».
Proposto da Lisa Ginzburg al Premio Strega 2026 con la seguente motivazione:«Con convinzione candido questo libro di Elena Rui che si impone per la sua forza prismatica. Racconta di quattro donne dalle personalità assai diverse, ciascuna a proprio modo legata sentimentalmente ad Albert Camus. Come accade nel prisma di un caleidoscopio, la vividezza e verosimiglianza con cui Rui sa restituircele proietta nuova e forte luce su quel che sta al centro. Dai quattro punti di vista femminili, dal racconto di quattro lutti e quattro cuori gonfi di nostalgia per un grande amore perduto si staglia non solo il Camus uomo, marito, amante: anche lo scrittore dal talento con instancabile passione innervato nella realtà del mondo e della vita. Un libro che si legge d’un fiato grazie al perfetto dosaggio tra il vero e la sua reinvenzione letteraria. Un romanzo immaginato a partire dal tragico incidente dell’auto guidata dall’editore Gallimard in cui Camus trovò la morte il 4 gennaio 1960, basato su manoscritti e lettere custoditi alla BNF di Parigi, ma tessuto con vera sapienza narrativa in virtù di un’immaginazione feconda, preliminare a ogni realtà, e stile e ritmo compatti e tesi. Una partitura a quattro voci che sa tratteggiare benissimo il mondo privato di un grande scrittore e intanto dirci cosa siano l’amore, la perdita, il lutto, la rinascita.»
Recensioni pubblicate senza verifica sull'acquisto del prodotto.
«Francine Faure è vedova da tre ore mentre attraversa i giardini di Lussemburgo, stretta in un lungo cappotto rosso. Sta raggiungendo il 29 di rue Madame, elegante e anonima traversa di rue de Vaugirard nel VI arrondissement. È lì che abita con i figli quattordicenni, i gemelli Catherine e Jean. Da qualche anno, invece, Albert risiede principalmente in un pied-à-terre in rue de Chanaleilles. Nessuno, quindi, si aspetta di vederlo comparire nell’appartamento verso cui si affretta infreddolita Francine. […] Ma dalle 13.54 di quel 4 gennaio del 1960 Albert Camus è solo un corpo, una cosa, carne vestita.» Giunge un momento in cui ogni grande scrittore smette di appartenere a sé. Questo, in particolare, accade quando, dopo la morte, l’opera si separa dalla vita e la persona si rivela per quello che era il personaggio. È questa la linea di demarcazione tra il prima e il dopo, tra la persona e gli eredi simbolici, gli interpreti, i biografi, gli studiosi e gli ammiratori che ne ricostruiscono una immagine collettiva che trasforma l’esistenza in narrazione, in racconto. Albert Camus non fa eccezione. L’autore de “Lo straniero” e de “La peste”, l’uomo e intellettuale in conflitto con Sartre, il premio Nobel ed ancora il pensatore dell’assurdo, è stato ricostruito in immagini che sono finite per il consolidarsi. Recensione completa su: https://dagrandevolevofarelalettrice.wordpress.com/2026/08/11/vedove-di-camus-di-elena-rui/
Un libro semplice, sincero, in cui l’amore non ha bisogno di essere ufficializzato, riconosciuto, reso plateale, ma e’ fatto di puro e naturale sentimento.
Vedove di Camus di Elena Rui è un romanzo che ci invita a guardare oltre il Premio Nobel, oltre l'autore de Lo Straniero e La Peste, per incontrare l'uomo, Albert Camus, attraverso gli sguardi delle quattro donne che lo amarono e che la sua morte assurda, il 4 gennaio 1960, rese vedove, ciascuna a suo modo. Elena Rui, basandosi su una documentazione prodigiosa che include diari, epistolari e biografie, non inventa tanto i fatti, quanto le risonanze interiori, i silenzi, i pensieri inespressi. La sua scrittura si fa medium, restituendoci quattro voci distinte, quattro modi di vivere l'amore, il lutto e l'eredità di un uomo che, come scriveva nei suoi Taccuini, conosceva "un solo dovere, ed è quello di amare", ma la cui capacità di distribuire questo amore lo rendeva al tempo stesso un generatore di vita e una fonte di incommensurabile sofferenza. Dietro i grandi scritti sull'assurdo, sulla rivolta e sulla felicità di Camus, c'era una fame di vita insaziabile, un "ardore famelico" che alimentava la sua arte ma esigeva un prezzo altissimo da chi gli stava accanto. La sua morte, un "banale fatto meccanico", segna la fine dell'uomo, ma è l'inizio del suo mito e della sua eternità artistica. Elena Rui ci mostra che l'arte non nasce nel vuoto, ma è intrisa di vita, di corpo, di desiderio, di lacrime e di gioia. La bellezza di questo libro sta nel suo potere di resuscitare non solo un uomo, ma l'intero universo di sentimenti che lo circondava, dimostrando che la scrittura, quando è così onesta e profonda, è l'unica forma di immortalità a cui possiamo davvero aspirare. È un invito a leggere i grandi autori non come idoli intoccabili, ma come esseri umani fallibili e magnifici, e a trovare nella loro arte non risposte definitive, ma l'eco eterna delle loro stesse, irrisolte, domande.
Recensioni
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